La Dottrina sociale della Chiesa si è molto occupata della pace e quindi anche della guerra. In questo momento di pericolo e tragedia possiamo attingere ancora una volta ai suoi criteri di giudizio. È bene cercare di capire i fatti e i comportamenti degli attori e studiare gli antecedenti dei conflitti, Per non perdersi, però, nella complessità della casistica rimane fondamentale rifarsi ai principi. La Dottrina sociale della Chiesa dà i propri insegnamenti alla luce del diritto naturale elevato e purificato, ma mai negato o soffocato, dalla morale evangelica delle beatitudini.

La guerra può essere di aggressione o di difesa. La guerra di aggressione è sempre da condannarsi e sempre va confermato il diritto alla legittima difesa della patria, come sempre vale il diritto alla legittima difesa della famiglia da chi la minaccia gravemente. L’uso delle armi, anche in caso di una chiara motivazione difensiva, è comunque sottoposto a limiti etici. Il danno provocato dall’aggressione deve essere “durevole, grave e certo”. Si richiede inoltre che siano stati fatti senza esito tutti i passi necessari per evitare la necessità dell’uso delle armi anche per difendersi. che ci siano “fondate condizioni di successo” onde evitare il sacrificio di una interna nazione e, infine, che l’uso delle armi non provochi danni e disordini maggiori del male da evitare. I due criteri principali sono quindi quello della necessità e quello della proporzionalità. Non esiste un diritto alla guerra di aggressione, ed anche la guerra di difesa è sottoposta a criteri molto esigenti.

Il diritto delle nazioni alla difesa può permettere forme di alleanze tra Stati affinché anche i più deboli possano essere protetti. Le alleanze difensive, però, non devono trasformarsi in alleanze offensive e minacciose per la pace. Il ricorso agli armamenti per motivi difensivi non deve avvenire trascurando i doveri di cercare strenuamente accordi internazionali per il disarmo bilanciato e progressivo. Il possesso degli armamenti per la difesa non è quindi indifferente dal punto di vista morale e politico, come se la questione si ponesse solo per il loro  uso. Il possesso non è una variabile indipendente, esso trova la sua legittimazione nello sforzo mai interrotto di concordare un progressivo disarmo al fine di ridurre anche i limiti del possesso. I due criteri della necessità e della proporzionalità riguardano quindi non solo l’uso delle armi ma anche il loro possesso, nell’impegno di alzare progressivamente la soglia dei due criteri. Senza questo impegno reale la corsa agli armamenti diventa colpevole. Non vale nemmeno l’accumulo di armi per scopi di deterrenza, ossia per trattenere o dissuadere gli avversari da possibili aggressioni. La deterrenza diventa uno stimolo alla rincorsa verso armamenti sempre maggiori e fa aumentare il pericolo.

La Dottrina sociale della Chiesa ha posto limiti molto rigidi non solo all’inizio di una guerra ma anche all’uso delle armi dopo lo scoppio di una guerra, da qualsiasi parte in conflitto. Nel rispetto del diritto internazionale umanitario devono essere preservati i civili, sia da parte dell’eventuale aggressore sia da parte di chi organizza le azioni militari di difesa. L’uso di milizie civili e di resistenza civile, soprattutto l’utilizzo di donne e bambini, deve essere evitato dalle parti belligeranti. Coloro che cercano rifugio in altri Paesi per fuggire dalla guerra che ha colpito il proprio devono poter contare su corridoi riservati e sull’aiuto della comunità internazionale. In queste occasioni si deve porre particolare attenzione a non dividere le famiglie.

È possibile che una minoranza sia sottoposta a gravi minacce non solo per la sua libertà ma anche per la sua stessa sopravvivenza. In questi casi la comunità internazionale ha un dovere di ingerenza umanitaria, sulla base del quale intervenire a protezione delle vittime e per impedire violenze sistematiche che talvolta arrivano anche al genocidio. In questi gravissimi casi si può anche non rispettare la sovranità degli Stati, bisogna però porre grande attenzione perché quello all’ingerenza umanitaria non è un diritto, è un dovere. Quindi è sottoposto ai principi generali che rendono legittima la guerra già visti sopra nonché al diritto internazionale.

Le sanzioni, soprattutto quelle economiche, possono essere assunte solo a determinate condizioni e finalità. Devono indurre alla trattativa e al dialogo, non devono gravare sulla popolazione come una punizione indiscriminata, devono essere limitate nel tempo, saggiamente monitorate affinché non facciano soffrire l’intera popolazione.

Ogni guerra ha una storia dietro le spalle. Si è trattato di una serie di incomprensioni, violenze e ingiustizie accumulatesi e diventate poi “strutture di peccato” (Giovanni Paolo II). Le iniquità producono danni lungo il tempo e lasciano tracce che pesano sul futuro. È doveroso risalire all’indietro, riprendere il passato, chiarirlo alla luce della ragione e perdonarlo alla luce della fede. Ideologie politiche atee e disumane sono state e sono tuttora grandi cause di guerre. La verifica e purificazione del passato comporta anche di liberarsi da esse. L’Europa, in particolare, ne è ancora molto gravata e questo ha comportato e comporta ancora forme di “guerra civile” europea da superarsi.

Stefano Fontana

 

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