La rivista francese “Liberté Politique” (che ora esce in partenariato con Le nouveau Observateur) nel fascicolo 91 (marzo 2022) dedica un Dossier al bene comune in occasione delle elezioni presidenziali in Francia. Un articolo, a firma di Thierry Boutet e Francis Jubert, dal titolo “Le Bien Commun n’est pas l’Intérêt général” (pp. 79-85) merita attenzione. Di Boutet è stato in passato apprezzabile il libro “L’engagement des chrétiens en politique. Doctrine, enjeux, stratégie”, Privat, Parigi 2007.

I due Autori contestano la visione moderna dell’uomo come individuo che esiste prima della società. Danno invece ragione alla filosofia politica classica e cristiana secondo cui la persona e la comunità politica nascono insieme. Ciò comporta che ci sia un bene comune “prima” della nascita del bambino. Non ci può essere alcun conflitto da lui e il bene comune perché il bene comune gli è “essenziale”.

Da qui il secondo passaggio del ragionamento. La politica, che ha come scopo il bene comune, non è di natura conflittuale, non è una lotta, non vive di contraddizioni e del loro superamento. Accidentalmente questo può essere, ma non essenzialmente. Non è nemmeno una successione di “decostruzioni” come vorrebbe oggi la cultura “Woke”. Piuttosto è lo sviluppo delle potenzialità inscritte negli esseri (e nell’essere). Ma è proprio questo che la cultura progressista ha eliminato. Essa rifiuta il concetto di “essenza” che limiterebbe le possibilità, per promettere – come fa il candidato Macron secondo i due Autori – “il primo principio del progressismo”, ossia “massimizzare i possibili”. Questa massimizzazione viene intrapresa anche oltre i limiti della condizione umana.

Siamo quindi al terzo passaggio, introdotto dalle famose parole di Sartre: “L’existence précède l’essence” contenuta nel suo libro L’éxistentialisme est un humanisme. Questa è la massima fondamentale del progressismo e quella più intensamente praticata dagli attori politici. Ma “Senza questo principio distintivo che definisce la natura profonda di un essere, saremmo immersi in esistenze puramente contingenti e passeggere che ognuno potrà costruire e decostruire a suo piacere” [traduzione nostra]. Padre Cornelio Fabro, commentando Sartre, aveva scritto “se non ci sono più essenze allora ci sono solo esistenze che il tempo muove e rapina con sé” (Tra Kiekegaard e Marx, Firenze 1952, p. 137].

L’amicizia politica, necessaria per perseguire il bene comune, deve nascere dal rispetto di questa dimensione essenziale. Poiché il progressismo la impedisce, ne viene per forza la “deriva totalitaria del liberalismo” (dérive totalitaire du libéralisme).

Stefano Fontana

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