Sembra che la Chiesa oggi consideri la società multi-religiosa come condizione per avere il bene comune. Anzi, in qualche caso sembra che la società multi-religiosa sia il fine ultimo della vita sociale al posto del bene comune. La società multi-religiosa non è più vista come una situazione transitoria da governare secondo i principi della Dottrina sociale della Chiesa all’interno dell’evangelizzazione, ma come uno degli elementi fondamentali del bene comune e quindi come qualcosa di intoccabile e da favorire. Ne consegue che una “società cristiana” sarebbe contraria al bene comune. Già da queste banali osservazioni si comprende che la Chiesa deve ancora precisare molto del suo insegnamento su questa questione.

In particolare c’è un aspetto singolare da precisare, vale a dire il posto dell’ateismo in questo riconoscimento della società multi-religiosa. Di per sé si potrebbe pensare che la società multi-religiosa escludesse l’ateismo, come diceva Locke, secondo il quale la società doveva accogliere le religioni ma doveva rifiutare l’ateismo. Le cose, invece, non stanno così e capita questa cosa strana: chi ammette la società multi-religiosa come bene comune deve ammettere anche l’ateismo come bene comune. Una contraddizione? Sì una contraddizione coerente però, perché anche gli errori hanno la loro coerenza.

Chi ammette la società multi-religiosa come bene comune, dichiara implicitamente la propria indifferenza alla verità o meno delle religioni. Infatti, se il principio è quello della società multi-religiosa, bisogna ammettere tutte le religioni nello spazio pubblico. Porre dei limiti o dei paletti – questa sì e questa no – sarebbe in contraddizione: con quale diritto si eserciterebbe una simile discriminazione? Infatti l’indifferenza religiosa vuole eliminare i contenuti e assolutizzare la libertà di scelta religiosa: le religioni valgono non per le verità o meno che contengono ma perché liberamente scelte dall’individuo. A questo punto limitare la società multi-religiosa vorrebbe dire limitare la libertà dell’individuo che, per chi è indifferente alla verità delle religioni, significherebbe la maggiore contraddizione.

Ecco allora il passaggio obbligato all’ateismo. Se le religioni vengono assunte e legittimate non perché vere ma in modo indifferente alla verità delle religioni, tale posizione può dirsi atea, ossia tale da non accettare che le religioni abbiano una verità. Una visione atea delle religioni ammette indifferentemente tutte, perché in questo modo dichiara l’impossibilità che una religione abbia un qualche nesso con la verità. Per questo motivo chi propone la società multi-religiosa, propone non una società religiosa ma una società atea e annovera quindi anche l’ateismo nelle possibilità da accogliere perché ci sia bene comune. Se si accetta che le religioni fanno tutte parte del bene comune anche se (anzi in quanto…) prive di verità, si è costretti poi a dire lo stesso dell’ateismo, che è appunto la negazione della verità della religione.

Possiamo fare l’esempio dell’Unione Europea. Se essa ammette tutte le religioni, non può poi nemmeno parlare di Dio in qualche suo documento fondante come può. essere un trattato costitutivo dell’Unione. Ne consegue che risulta una contraddizione pretendere che l’Unione europea da un lato promuova la società multi-religiosa e così la propria indifferenza alle religioni e dall’altro rifiuti l’ateismo, come spesso si è richiesto da parte cattolica.

Il magistero cattolico da un lato sostiene che la società multi-religiosa è un bene e dall’altro continua a insegnare (anche se via via molto di meno) che l’ateismo è un male. Tra le due affermazioni però non c’è coerenza, come ho tentato di dimostrare sopra.

Stefano Fontana

image_pdfSalvare in PDF

Autore