Possiamo vedere ora i principali punti del pensiero di Giuseppe Dossetti. Egli leggeva la situazione italiana della Resistenza e della fase costituente come l’occasione di dar vita ad una nuova democrazia, in netta discontinuità rispetto alla democrazia liberale. La lotta al fascismo e la resistenza erano stati secondo lui eventi epocali e di alto significato storico che dovevano produrre frutti continuativi. A questo scopo egli riteneva fondamentale un’apertura politica al Partito comunista italiano che esprimeva, secondo lui, una partecipazione di popolo di cui la nuova democrazia aveva bisogno. Inoltre ciò era necessario per opporsi alla democrazia liberale anglo-americana. In ciò il suo pensiero finiva per convergere con quello di Togliatti che, dopo il discorso di Salerno, aveva posto le basi per un innesto dei comunisti nella vita democratica italiana, in continuità con l’aggiornamento del marxismo compiuto da Antonio Gramsci. In questo modo Dossetti va posto in relazione con altri cattolici che si ponevano la stessa questione del rapporto con il PCI, come Franco Rodano e Felice Balbo In questo quadro si comprende la grande importanza che egli diede, e che sempre darà, alla nuova Costituzione repubblicana, considerandola un testo rivoluzionario, non solo un insieme di norme, ma un progetto di rivoluzione democratica da realizzare, un programma d’azione. La Costituzione diventava così un assoluto quasi sacrale, al di sopra di tutto e di tutti, intangibile, un’utopia da realizzare. Si comprende anche come egli ponesse al centro di questo rinnovamento lo Stato e la sua attività di intervento nella società, nella cultura, nella scuola, nell’economia. La salvezza era vista in una economia governata dal pubblico, che certamente Dossetti non fece a tempo a vedere realizzata ma di cui fu l’ispiratore. Si è perlato per lui di “costituzionalismo autoritario” e di “sacralità dello Stato”, a partire dal suo famoso discorso del 1951 ai Giuristi cattolici in cui appunto invitata i cattolici a “non avere paura dello Stato”.

Questa visione fu alla base della sua attività politica e costituente, spiega l’avversione per la Democrazia Cristiana di De Gasperi e dei Comitati civici di Gedda, ma anche per la tradizione del Partito popolare di Sturzo. Dossetti voleva che la Democrazia Cristiana diventasse un partito cristiano non più legato alla Chiesa e alla religione, un partito post-religioso e post-cristiano. Egli considerava il processo di secolarizzazione come irreversibile e positivo in quanto derivante dallo stesso Cristianesimo che veniva così liberato da ogni forma ideologica di società sacrale. Per questo egli subiva l’influenza di Maritain di cui condivideva, almeno in una prima fase, il progetto di “nuova cristianità” laica e democratica fondata sul Vangelo come fermento sociale e la visione del marxismo come “eresia cristiana”. Considerato il marxismo in questo modo, lo si doveva aiutare a liberarsi dai suoi presupposti ateistici e renderlo atto a diventare compagno di viaggio per i cattolici nella nuova democrazia compiuta.

Questa visione delle cose politiche era evidentemente in rapporto anche con le cose ecclesiali. Il progetto della democrazia compiuta ricollocava i cattolici nella scena del mondo secondo modalità nuove e, quindi, richiedeva anche una trasformazione della Chiesa. Si pone qui la relazione, non semplice da decifrare, tra il dossettismo politico da un lato e la partecipazione di don Dossetti al Concilio e l’attività culturale della Fondazione Giovanni XXIII dall’altro.

Sappiamo che la Scuola di Bologna ha avuto un grande influsso nella Chiesa italiana, promuovendo una particolare interpretazione del Concilio. Secondo la Scuola di Giuseppe Alberigo il Concilio è stato soprattutto un “evento”! il cui significato va oltre i testi dei documenti. Un evento non concluso e che deve essere continuamente sviluppato nelle sue esigenze evangeliche radicali. Nasce qui la contrapposizione sostenuta dalla Scuola sul piano storico tra Giovanni XXIII e Paolo VI e soprattutto la critica continua e sistematica a Giovanni Paolo II. Paolo VI avrebbe fermato e irregimentato il carattere profetico dell’evento Concilio e Giovanni Paolo II avrebbe normalizzato definitivamente la Chiesa, congelando stabilmente il rinnovamento desiderato da Giovanni Paolo II. L’ottica dell’evento deve essere il punto di vista da cui considerare anche i documenti conciliari e non viceversa. I documenti sono da considerarsi come una soluzione di compromesso raggiunta in aula e quindi non possono racchiudere in sé il senso pieno del Concilio. La pastoralità del Concilio impone di porre la pastorale come prima disciplina teologica, assieme alla antropologia e all’uso delle scienze sociali. Il rinnovamento della Chiesa dopo il Concilio r4iguarda anche i rapporti con la politica: il Vaticano II avrebbe definitivamente archiviato ogni forma di “società cristiana”, avrebbe incentrato l’azione politica sulla coscienza dell’uomo politico, avrebbe aperto ad un dialogo con tutti, avrebbe chiuso con la Dottrina sociale della Chiesa sostenendo che “basta il Vangelo”.

Il lavoro della Scuola di Bologna, che fu iniziato da Dossetti quando fondò il Centro di documentazione, non può essere immediatamente appiattito sulla vicenda personale e politica di don Dossetti. Tuttavia un nesso profondo c’è, sia con l’attività di Dossetti durante il Concilio per l’aggiornamento della Chiesa di cui ho accennato sopra, sia perché la visione di una democrazia compiuta con i cattolici resisi invisibili politicamente aveva bisogno di una svolta nella Chiesa che la allontanasse dalla Chiesa di Pio XII.

Stefano Fontana

[2 – segue]

Leggi qui la prima puntata: 1 / La vita

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