
Ci sono elezioni critiche in cui la posta in gioco è elevatissima. Un esempio classico furono le elezioni politiche del 1948 in Italia, quando si doveva scegliere fra diventare un Paese comunista o un Paese democratico. Le prossime elezioni per il Parlamento europeo sono fra quelle critiche perché, come è riconosciuto da tutti, anche da Prodi e da Draghi, così com’è l’Unione Europea non può reggere nella competizione economica mondiale, non può reggere come società, non può reggere come sistema politico.
Sul piano economico ha perso la sfida lanciata dai Paesi una volta sottosviluppati. Ha perso perché decide politiche non ragionevoli, partorite da ideologie e imposte agli Stati, alle imprese, ai soggetti sociali, ai cittadini. I risultati sono ovviamente disastrosi. All’inizio del millennio la parola magica era economia della conoscenza e l’obiettivo dichiarato fare dell’Unione “la più competitiva e dinamica economia della conoscenza nel mondo entro il 2010”. Risultato: un fiasco. Seguì la strategia Europa 2020 con lo scopo di favorire una “crescita intelligente, sostenibile, inclusiva per i Paesi dell’UE attraverso il raggiungimento di obiettivi in materia di occupazione, innovazione, clima, istruzione e integrazione sociale”. Risultato: un fallimento. L’UE è ora immersa nella transizione più impegnativa, problematica, rischiosa, fissata al 2050: Il Green Deal Europeo, con una tappa intermedia nel 2030, per arrivare, parole testuali, ad un’energia pulita ed equa e a basse emissioni di carbonio per avere un’Europa resiliente, più verde, associata ad investimenti verdi e blu, all’economia circolare, all’adattamento ai cambiamenti climatici e alla gestione e prevenzione dei rischi”. I primi risultati: preoccupanti.
Invece di diventare leader mondiale nell’economia, nella conoscenza, nell’innovazione, come periodicamente annunciato, l’Europa è fanalino di coda. La ragione è semplice: non sostiene chi ha idee, progetti, capacità, inventiva ma premia il conformismo; finanzia solo chi segue le direttive dei burocrati europei; segue vecchie ideologie progressiste e ignora la realtà. L’economia non cresce anche perché gli intelligenti scrivono prolissi, contorti, oscuri programmi e stabiliscono regole dettagliate.
L’UE non regge sul piano sociale perché è tenuta assieme da un debolissimo collante ideale. Ha cancellato ogni riferimento ai valori cristiani e ai principi naturali su cui storicamente si è formata la società europea per sostituirli con la Carta dei diritti umani fondamentali, un lunghissimo elenco (50 articoli) in cui si parla solo di individui, dove non si menzionano i diritti della famiglia e dei soggetti sociali e non si fa accenno ai doveri. Una società che si fonda unicamente su diritti senza fondamento e su capricci individuali trasformati in diritti e non sa cosa siano i doveri non ha futuro. La stessa tolleranza che viene posta a fondamento delle relazioni interpersonali in realtà è discriminatoria, nel senso che non si applica a chi non segue il pensiero dominante, perché soggetto pericoloso. Gli unici discorsi e i soli comportamenti tollerati sono quelli che si conformano con l’agenda sociale di sinistra.
L’UE non regge sul piano politico. Il progetto di un’Europa unita di De Gasperi, Adenauer, Schumann non è quello che è stato realizzato. Non sono loro i padri fondatori. L’Europa che abbiamo è il progetto del Manifesto di Ventotene, di Monnet: eliminare la sovranità degli Stati, annullare le specificità nazionali, affidare il governo della nuova entità politica agli esperti e agli illuminati, tenere lontano il popolo dai centri decisionali. Il popolo, infatti, ignorante e retrogrado, sarebbe di ostacolo alla costruzione dell’Europa efficiente, senza legami con il suo passato, senza l’ingombro degli Stati nazionali. De Gasperi, Adenauer, Schumann erano profondamente democratici, avevano provato sulla loro pelle cosa significavano le divisioni interne all’Europa, applicavano alla politica la dottrina sociale della Chiesa. Spinelli e Monnet erano marxisti. L’Europa immaginata dal Manifesto di Ventotene rappresenta solo una tappa intermedia verso la costruzione di un mondo in cui sono eliminati gli stati nazionali per costruire una unica entità politica.
Avendo presente questi presupposti si capisce perché si impone un unico modello a tutti gli Stati, senza alcun rispetto per le specificità di ciascuno, punendo chi cerca di opporsi. Si capisce anche perché grandi gruppi di interesse pur non condividendo la cultura marxista ne appoggiano le politiche: sono perfettamente funzionali ai loro interessi.
Come si diceva all’inizio, è generale la convinzione che il futuro dell’Unione Europea, se non si cambia, è allarmante. Profondamente diverse sono invece le ricette. Da una parte si propone di andare più decisi e veloci lungo la strada del superamento di ciò che resta della sovranità nazionale, dell’omogeneizzazione di tutti i popoli, e dell’estremizzazione di tutto ciò che è verde e sessualmente fluido. Ma proprio la strada del dispotismo progressivo ha portato all’attuale situazione. Suggerire di percorrerla più velocemente è masochismo puro oppure un lucido programma per rendere ancora più accentrato, illiberale e autoritario il sistema europeo. Dall’altra parte si propone di cambiare strada: più democrazia, più libertà, più rispetto per le persone e i popoli. In questo modo si rafforza l’UE che può dedicarsi a temi cruciali come la crescita economica, il lavoro, la politica estera e la difesa comune, e che potrà disporre di energie creative e contare su cittadini appagati.
Bruno Tellia
(Foto: Pixhere)
