Commento al libro: Stefano Fontana, Ateismo cattolico? Quando le idee sono fuorvianti per la fede, Fede & Cultura, Verona 2022.

Non c’è modo di uscirne: ragione e volontà, natura e sopra-natura o si tengono assieme o c’è il crollo di qualsiasi sistema, filosofico o religioso, fosse anche quello rivelato da Cristo. Il criterio di coerenza di un sistema non può prescindere dal dato della realtà; e questo dato può essere colto solo nella rivelazione, che fonda e dà conto della realtà. Ma rivelazione nel senso agostiniano, nel senso più largo possibile. Non solo un Dio che parla allo spirito, dal Sinai o mediante le Scritture, ma un Dio che coinvolge tutta la mente e tutte le sue potenze – ragione e volontà, logica e affetto, speculazione e illuminazione, ordinario e sublime.

Stefano Fontana scrive di questo. O Dio si rivela interamente a tutto l’uomo o non si rivela affatto. Oppure, se anche si rivela, viene frainteso e l’uomo si perde nelle sue costruzioni parziali: avviene così uno sbilanciamento tra il troppo e il troppo poco, per cui, nel pensiero umano, il mondo o la divinità si prendono tutto lo spazio, mediante visioni totalitarie.

Se dunque la rivelazione è da prendere in senso largo e se, per questo motivo, la filosofia non può essere separata dalla teologia, potrà succedere di approdare ad una teologia immanente e secolarizzata mediante una filosofia che non prevede né un Dio, né una speculazione su Dio. Filosofia, teologia, come anche il resto delle discipline scientifiche o sistematiche, sono troppo legate per escludere che una condizioni l’altra. E i legami sono due: oggettivo (nell’unicità delle cose) e soggettivo (nell’unicità della rivelazione all’uomo circa le cose). A un mal pensare seguirà un mal credere e viceversa.

Fontana ripercorre le tappe della frattura tra ambiti che avrebbero dovuto restare uniti, seppure nella loro peculiarità. Il protestantesimo dà un primo colpo all’edificio traballante della «filosofia cristiana», rompendo l’equilibrio tra fede e ragione. L’«et-et» metafisico e sintetico viene a poco a poco sostituito dall’«aut-aut» escludente della Riforma – protestante prima e politica in seguito. Concetti primari del pensiero aperto alla metafisica – trascendenza, a priori, a posteriori, sintesi e, persino, Dio – vengono stravolti e rimpiazzati con sistemi parziali e intimamente incoerenti. Ad una tesi, nel pensiero moderno, deve contrapporsi non un’altra tesi, ma un’antitesi, un elemento contrario e contrastante, escludente (quindi per nulla sintetico), con il quale tuttavia ci s’illude di andare a sintesi.

Di equivoco in equivoco, passando per Cartesio, Kant e Rahner, Fontana dimostra come l’idea della realtà, in quanto sistema coerente, si sia totalmente corrotta, coinvolgendo la fede e, quindi, rendendola di fatto atea. La corruzione, poi, da universale si è frammentata in ogni settore della vita umana: politica, società, educazione, dogmi religiosi. Non c’è disciplina che, durante la modernità, non abbia subito uno sbilanciamento dalla parte mondana o da quella spirituale, subendo la degradazione della parzialità.

Ovviamente se la filosofia non c’entrasse nulla con la teologia, il discorso di Fontana non avrebbe fondamento. E invece c’entra tutto, fin dall’inizio. La metafisica di Aristotele nasce come teologia, perché in fondo è una teologia: interpreta i principi del mondo, studia l’essere in quanto tale, presuppone la sostanza anche soprasensibile. Un danno alla ragione, pertanto, non può non causare un danno conseguente alla fede.

Leggendo gli argomenti di Fontana si è come costretti a una spontanea ruminazione dei concetti e alle susseguenti ulteriori speculazioni. I sistemi della modernità non si oppongono dunque alla verità perché sorgono contrari ad essa per principio, ma perché traggono dal reale un qualche aspetto parziale, che viene poi amplificato ed eletto a sistema. L’idealismo, ad esempio, corrompe l’idea, che vorrebbe spiegare e onorare, poiché della realtà trae solo il soggetto – l’uomo e la sua ragione – escludendo l’oggetto noumenico o divino. Oppure il naturalismo, che vorrebbe spiegare e promuovere la ragione positiva, escludendo però la trascendenza e trattenendo solo il dato sensibile e transitorio. Le esclusioni si pagano con l’incoerenza, estranea da sempre alla verità.

E quindi riforma, che si tramuta in rivoluzione; scienza che si riduce al positivismo; volontà, che muta in assolutismo; e infine ragione, confinata nel puro calcolo cartesiano. Il vero logico non può non considerare anche il logos trascendente. Al di là delle intenzioni del filosofo o del teologo moderno, la verità ne esce mortificata e il Dio stesso della rivelazione scompare. Non è vero, infatti, che il cattolico crede in Gesù Cristo, ma in quel Gesù Cristo, consegnatogli da fede e ragione in accordo. È invece ateo rispetto al Gesù Cristo parziale della riforma rivoluzionaria. Allo stesso modo, la riforma (anche cattolica) s’illude di credere in Dio, mentre invece è atea, poiché si regge su di un sistema parziale elevato a totale.

Silvio Brachetta

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