La questione dell’omosessualità interessa la Dottrina sociale della Chiesa per il legame con il bene comune. Se infatti fosse riconosciuto, a livello giuridico, il matrimonio omosessuale e, se questo fosse considerato «come uno dei matrimoni possibili, il concetto di matrimonio subirebbe un cambiamento radicale, con grave detrimento del bene comune»[1]. Il bene comune ha molto a che fare con il concetto di «perfezionamento», nel senso evangelico: il «siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste»[2] è la chiamata a perfezione delle sostanze razionali (le persone), tanto nel senso individuato, quanto in quello universale. Con questo significato il Concilio Vaticano II ha definito il bene comune come «l’insieme di quelle condizioni sociali che consentono e favoriscono negli esseri umani, nelle famiglie e nelle associazioni, il conseguimento più pieno della loro perfezione»[3].

C’è insomma una perfezione da conseguire, che il singolo raggiunge per mezzo dell’assenso personale alla grazia, mentre il corpo sociale (famiglia, associazione, Stato) la consegue solo se vi sono, a monte, alcune condizioni sociali necessarie. Tra queste condizioni vi può essere, ad esempio, un corpo legislativo che tenga conto della legge naturale. Anche il corpo sociale, così come il singolo, ha comunque bisogno della grazia: soltanto la nazione santa – cioè la nazione i cui singoli corrispondono alla grazia – è in grado di riconoscere la legge naturale e promulgare le leggi che consentono la via della perfezione. Se, al contrario, i singoli sono corrotti e non formati alla perfezione, tutto il corpo sociale si corrompe e promulga leggi ingiuste, accanto alle leggi giuste imposte dalla Provvidenza.

Severità e mitigazione

L’omosessualità, per via dell’atto umano, è una «depravazione»[4] della natura umana ed è, per questo motivo, definita «abominio»[5] nell’Antico Testamento. E l’abominio è null’altro della maledizione divina[6]. Il Nuovo Testamento, che non annulla l’Antico, non elimina la Legge, ma la compie. La dottrina, dunque, legata all’abominio e alle azioni depravate va dunque precisata, perché non è d’immediata percezione.

Gesù Cristo non solo non annulla la Legge ma, quanto alla giustizia, la rende più severa. Nel Discorso della Montagna il Maestro dice che non è necessario giungere ad uccidere o a commettere adulterio per trasgredire la Legge, ma è sufficiente adirarsi contro il prossimo o desiderare una donna[7]. Quanto alla misericordia, al contrario, Gesù rivede la Legge e la mitiga, estendendo l’amore ai nemici e riprovando la superbia e la vendetta[8].

Il capitolo 5 di Matteo si chiude proprio con il succitato comando della perfezione (v. 48), che prevede il superamento della giustizia farisaica e fonda il senso del bene comune secondo la Dottrina sociale (che è l’aspetto sociale della Dottrina di Cristo, tramandata dagli apostoli). L’ampliamento del sesto comandamento del Decalogo, dall’ambito eterosessuale – «non commettere adulterio» – ad ogni ambito legato al sesso – «non commettere atti impuri» – estende la logica dell’abominio all’intera natura umana. Essa, in quanto essenza, ha una propria forma, una propria verità che, a differenza delle cose e degli animali, può essere contraddetta dall’azione. In questo senso ogni contravvenzione alla Legge di Dio – ogni peccato – è una «depravazione», laddove «depravare» significa «deformare», ovvero mutare (volontariamente, non sostanzialmente) la forma originaria[9].

Così anche l’atto impuro, riprovato dal sesto comandamento, è una depravazione sia nel caso dell’omosessualità, sia nel caso di quella eterosessualità difforme dalla retta ragione[10]. Quanto all’Antico Testamento, la depravazione e la conseguente abominazione erano attinenti al mero atto omosessuale o all’adulterio, che venivano puniti con la morte. Quanto al Nuovo Testamento – dopo il Discorso della Montagna – ogni atto impuro è difforme dalla retta ragione, compreso l’atto eterosessuale disordinato. Ogni peccato mortale, se non confessato, porta all’abominio, alla dannazione – laddove anche l’atto impuro (omosessuale o meno) è peccato mortale, se consumato nella piena avvertenza e nel deliberato consenso. E allora ciò che è comunemente detto «peccato contro natura» si estende anche oltre l’omosessualità.

Ragione e grazia

È pur vero, tuttavia, che non tutti i peccati di lussuria sono gravi allo stesso modo: in effetti il rapporto sessuale uomo-donna nasce pur sempre dal giudizio di Dio, che ha creato l’uomo maschio e femmina. San Tommaso d’Aquino definisce il peccato contro natura come quello «che si commette in ogni atto venereo da cui non può seguire la generazione»[11] e il cui movente è la lussuria. L’atto venereo sterile è ripugnante in due modi: o perché ripugna alla retta ragione – e, in questo significato, tutti i peccati di lussuria sono ripugnanti – o perché ripugna anche «allo stesso ordine naturale e fisiologico dell’atto venereo proprio della specie umana»[12]. E, quando si accenna all’ordine naturale, il riferimento è direttamente a Dio. Sono ripugnanti nel secondo significato – e quindi più gravi – i seguenti peccati, che sono originati da «vizi contro natura»: la masturbazione, il rapporto sessuale con le bestie, il rapporto omo-erotico (sodomia maschile o femminile), la copula etero-erotica mediante l’uso improprio degli organi sessuali[13].

Gli altri peccati contro la castità (adulterio, incesto, stupro, rapimento e fornicazione) sono gravi, ma non hanno l’aggravante di opporsi all’ordine voluto da Dio, specialmente nella persona dello Spirito Santo. Questi invece sono quei peccati di cui si dice che «gridano vendetta al cospetto di Dio» (Catechismo Maggiore).

In questo quadro non tutto è scontato, né comprensibile fino in fondo. San Tommaso, nel merito, distingue tra «retta ragione» e «ordine consueto della ragione»[14]. Quello che l’uomo può capire con facilità (pericolosità dell’adulterio, immoralità dell’incesto, asessualità nei bambini, ecc…) appartiene all’ordine consueto della ragione. Ci sono cose, però, che l’uomo non coglie, poiché la «ragione umana è retta in quanto è regolata dalla volontà di Dio» – e non è per nulla facile accedere alla volontà di Dio. C’è molto di oscuro nella retta ragione, nonostante sia accessibile anche ai laici o a i pagani.

Da qui l’importanza dell’ausilio di grazia anche per le materie della Dottrina sociale. Il sesso, in particolare, è del tutto pertinente alla Dottrina sociale, se non altro poiché attiene alla famiglia, che fonda la società. L’ordine consueto della ragione può talvolta non riuscire a riconoscere il male nell’omo-erotismo o nella sessualità disordinata. È allora necessaria la prospettiva della retta ragione, alla quale non si può attingere con certezza se non per mezzo della grazia.

Il fatto che le comunità umane coltivino o meno le virtù morali e sociali dipende dal «necessario aiuto della grazia divina»[15]. Senza la grazia la ragione non riceve più luce, confonde il bene e il male, i diritti con i doveri e i vizi con le virtù. L’omosessualità, agli occhi di una politica più che miope, diventa perciò un diritto e una base per la costruzione di un nuovo tipo di famiglia, senza giustificazione alcuna della retta ragione.

Silvio Brachetta

 

[1] Congregazione per la Dottrina della Fede, Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali (3 giugno 2003), 8, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2003, p. 9.

[2] Mt 5, 48.

[3] Costituzione pastorale Gaudium et spes, n. 74.

[4] La Sacra Scrittura presenta le «relazioni omosessuali come gravi depravazioni». Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2357.

[5] P. es. Lv 18, 22.

[6] «Abominare»: dal lat. ab (allontanamento) e omen (augurio). Cioè «respingere da sé», anche nel senso di «maledire». Cf. Ottorino Pianigiani, Dizionario etimologico, 1907 – Vocabolario Treccani online.

[7] Cf. Mt 5, 21-32.

[8] Cf. Mt 5, 33-47.

[9] Il lat. pravus (da cui «depravato») equivale a «deforme». Cf. Pianigiani, Dizionario, op. cit.

[10] «Certamente esiste una vera legge: è la retta ragione; essa è conforme alla natura, la si trova in tutti gli uomini; è immutabile ed eterna; i suoi precetti chiamano al dovere, i suoi divieti trattengono dall’errore. È un delitto sostituirla con una legge contraria; è proibito non praticarne una sola disposizione; nessuno poi può abrogarla completamente». Marco Tullio Cicerone, De re publica, III, 22, 33.

[11] S. Th., IIa-IIæ, q. 154, a. 1, co.

[12] Ibid., a. 11, co.

[13] Ivi.

[14] Ibid., a. 2, ad 2.

[15] Gaudium et spes, op. cit., n. 30. Cf. Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, n. 19.

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