Qual è lo sguardo introspettivo, richiesto per conoscere la realtà? È semplicemente il vedere le cose sotto l’aspetto dell’eternità, sub specie æternitatis, come dicevano gli scolastici medievali. E, al contrario, una mente appiattita sul mondano e sul transitorio ha la visione limitata all’aspetto temporale – sub specie temporis. Non coglie il tutto dell’esistenza, ma solo quello che appare (cioè un fantasma) nel «qui ed ora» – hic et nunc.

La filosofia moderna ha cercato inutilmente di fondare i propri sistemi su qualcosa di assoluto ma, nell’atto stesso di negare il Dio della Rivelazione, è tornata ad impantanarsi in una visione terrena e limitata del cosmo. Eppure lo stesso Spinoza, pur nel suo equivoco su Dio, sostenne la necessità perlomeno filosofica di un riferimento universale per spiegare il mondo: la ragione, cioè, non può fare a meno di guardare all’eternità e all’essenza universale delle cose, le quali «debbono essere pensate al di fuori di qualsiasi relazione temporale, e sotto una specie – per così dire – di eternità (sub specie æternitatis[1].

Per Spinoza le cose sono necessarie, eterne, non contingenti, nonostante esse siano soggette al tempo e alla distruzione. E, anzi, nonostante il tempo e la distruzione, «percepire le cose secondo verità» significa riconoscerle «nella loro peculiare eternità»[2]. Ovviamente il filosofo intendeva dimostrare che le cose sono eterne quanto Dio e, dunque, della sua stessa sostanza (panteismo). Ma, panteismo a parte, è innegabile che nelle cose vi sia una certa forma di «eternità», almeno nel senso che l’essenza è da ritenersi immutabile e immune al passare delle cose. La distruzione di cose belle, ad esempio, non significa la fine della bellezza.

Itinerario della sapienza

Nelle cose, allora, bisogna riconoscere l’eternità, non perché le cose siano eterne o coincidano con la sostanza di Dio, come sosteneva Spinoza, ma perché l’essenza delle cose è null’altro che l’eternidea delle cose in Dio, le quali hanno un’esistenza transitoria – e, per questo, sono contingenti – ma un’essenza universale e rimandano necessariamente al Dio eterno che le ha create.

Il fatto che le cose e gli avvenimenti si succedano nel tempo (diacronia) non significa che non debbano essere valutate anche sotto l’aspetto unitario (sincronia). Uno dei principi ermeneutici dell’ebraismo e, successivamente, del cattolicesimo è proprio la valutazione sincronica: «nella Torah non c’è né un prima né un dopo»[3], dicono da sempre i rabbini, nell’interpretare il testo sacro. Il criterio cronologico, pure importante, può anche essere abbandonato, in vista di una trascendenza che supera il tempo. Tra i quattro sensi o significati delle Scrittura – letterale, analogico, morale a anagogico – il più profondo è l’anagogico[4], che è legato strettamente all’aspetto dell’eternità. Lo sguardo sub specie æternitatis «è la prospettiva anagogica, cioè la visione dal punto di vista dell’eterno»[5].

Dante Alighieri e san Bonaventura da Bagnoregio, in particolare, sono testimoni di quell’itinerarium della mente a Dio (o in Dio, poiché Dio è anche all’inizio del percorso) fatto per gradi di ascensione, che corrispondono al passaggio dalla specie al genere[6] e, dunque, dall’individuato all’universale[7]. Non si tratta solo di un’ascesa conoscitiva, di tipo gnostico, ma innanzi tutto sapienziale, perché la via anagogica è lo svelamento del mistero nel grado più alto che una creatura può raggiungere. Il fenomeno è, quindi, importante e posto a fondamento di ogni verità, ma «è necessario trascendere il mondo della materia» e dei fenomeni: nessuna cosa, infatti, «può avere valore metafisico se non “sub specie æternitatis”»[8].

Credere, fare, desiderare

E così ogni disciplina – tra cui la Dottrina sociale della Chiesa –, che sia fondata in modo peculiare sul Testo sacro, troverà nell’anagogia il senso più profondo del contenuto da proporre. La Dottrina sociale, nel significato di disciplina teologica, è un «patrimonio dottrinale», che «ha le sue radici nella Sacra Scrittura, specialmente nel Vangelo e negli scritti apostolici, ed ha preso forma e corpo a partire dai Padri della Chiesa e dai grandi Dottori del Medio Evo, costituendo una dottrina in cui, pur senza espliciti e diretti interventi a livello magisteriale, la Chiesa si è via via riconosciuta»[9].

Sono molti i riferimenti alla sapienza nei testi della Dottrina sociale, poiché la Sapienza – il Cristo, per appropriazione trinitaria[10] – è il centro di questa disciplina, come anche di ogni altra scienza teologica. Solo con il riferimento a Cristo è possibile guardare alle realtà sociali sub specie æternitatis, ovvero nel loro significato mistico e misterico, che è null’altro della verità su una certa cosa e di quella stessa cosa rispetto al tutto. La Dottrina sociale insegna le esigenze della giustizia e della pace, ma solo se «conformi alla sapienza divina»[11]. Gli stessi principi della Dottrina sociale sono tratti dalla Chiesa medesima che, durante la storia, ha saputo riflettere «sapientemente all’interno della propria tradizione di fede»[12].

Sarebbe del tutto errato ritenere che la sapienza diffusa dalla Rivelazione si trasformi, nell’uomo, in una sorta di attività speculativa o intellettuale. La conoscenza e la gnosi fine a se stessa non solo non salvano l’uomo, ma lo portano alla cecità. I significati stessi della Scrittura, secondo san Bonaventura[13], vanno ben oltre la teoresi e l’intelletto. Significato letterale: cosa si deve intendere. Significato allegorico: cosa si deve credere. Significato morale: cosa si deve fare. Significato anagogico: cosa si deve desiderare. La Dottrina sociale, così come la teologia morale, si estende dunque ben oltre il contenuto testuale e coinvolge ogni facoltà e capacità dell’uomo, che ha un’azione individuale e associata. Nella famiglia, prima e fondante tra le realtà sociali, «i figli apprendono le prime e più decisive lezioni della sapienza pratica a cui sono collegate le virtù»[14].

Pertanto, la Dottrina sociale dovrebbe essere una scuola di sapienza per ogni ordine sociale, a partire dalla famiglia, che si riversa sull’atto morale (pratico) e sulla coltivazione delle virtù. Solo attraverso questa modalità mistica, dove intelletto, volontà, preghiera, azione e desiderio sono un tutt’uno, i corpi sociali e la singola persona vanno a perfezione e si aprono alla beatitudine del Cielo, già nel secolo presente.

Sapienza sociale e metafisica

La virtù stessa richiede una modalità d’azione continua e perseverante orientata al bene, che diventa un habitus (abitudine) nel tempo, con le caratteristiche della stabilità. Ma per comporre un habitus, per cui diventa più facile (o meno faticoso) fare il bene, è necessario l’accordo costante e attivo di volontà e intelletto, sorretti dalla grazia. La Dottrina sociale raccomanda spesso la coltivazione delle «virtù morali e sociali», specialmente nel periodo scolastico e della giovinezza, quando la formazione di un habitus virtuoso è più semplice che non in età matura.

Benedetto XVI, commentando la «sapienza cristiana» di cui scriveva Leone XIII[15], disse che «ogni Pastore è chiamato a trasmettere al Popolo di Dio non delle verità astratte, ma una “sapienza”, cioè un messaggio che coniuga fede e vita, verità e realtà concreta»[16]. Cioè un dire accompagnato ad un fare. Mons. Giampaolo Crepaldi aveva del resto affermato che per la «sapienza sociale» è fondamentale la metafisica[17], ovvero l’osservazione sub specie æternitatis. La sapienza, infatti, «è quel sapere supremamente critico e sintetico che ci permette di ordinare la nostra vita personale e comunitaria con riguardo ai principi primi e ai fini ultimi». L’uomo – osserva Crepaldi – «vive di molte verità, ma solo la verità metafisica del fondamento è l’ultima verità, capace di dare consistenza a tutte le altre», anche perché «senza metafisica l’unica dimensione dell’essere rimane quella che vediamo e tocchiamo». Per questo «la Dottrina sociale della Chiesa, che è sapienza sociale, ha quindi bisogno della metafisica».

Silvio Brachetta

 

[1]  Baruch Spinoza, Ethica more geometrico demonstrata, II, prop. 44.

[2] Ibidem.

[3] Formula della tradizione talmudica.

[4] L’anagogia (ἀναγωγή), nella logica aristotelica, è quel processo induttivo che dall’esperienza del particolare ricava principi universali.

[5] G. Barzaghi, Lo sguardo di Dio. Nuovi saggi di teologia anagogica, Edizioni Studio Domenicano, Bologna 2012, p. 131.

[6] Inductio (induzione), reductio (riduzione).

[7] Cfr. C. A. Mastrorilli, Quo tendas anagogia: l’anagogia nel cammino spirituale secondo San Bonaventura, «Divus Thomas», Edizioni Studio Domenicano, 2021, vol. 124, f. 1, pp. 319-344.

[8] A. Livi, Dal senso comune alla dialettica. Una storia della filosofia, Casa editrice Leonardo da Vinci, Roma 2004-2005.

[9] Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace (a cura), Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, Libreria Editrice Vaticana, 2005, n. 87. Abbrev. Compendio DSC.

[10] In teologia, l’«appropriazione» è il «riferimento a una determinata persona della Trinità di attributi che sono in realtà comuni anche alle altre due persone, in quanto proprî dell’essenza divina (per es., al Padre si attribuisce la potenza e l’eternità; al Figlio la sapienza e la verità; allo Spirito Santo l’amore)». Enciclopedia Treccani, Vocabolario on line: https://www.treccani.it/vocabolario/appropriazione/.

[11] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2419.

[12] Compendio DSC, n. 160.

[13] Cfr. Bonaventura da Bagnoregio, Breviloquium, prol. 4, 35.

[14] Compendio DSC, n. 210.

[15] Leone XIII, Lett. Enc. Sapientiæ Christianæ, 10 gennaio 1890.

[16] Benedetto XVI, Omelia a Carpineto Romano, 5 settembre 2010.

[17] G. Crepaldi, Importanza della metafisica per la sapienza sociale: 10 anni dalla pubblicazione della Fides et Ratio, sito dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân, 30 settembre 2008. Anche per le citazioni successive.

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