San Bonaventura da Bagnoregio se ne esce[1] con una definizione della libertà che può suonare strana o riduttiva. Nel commentare il verso di san Paolo: «Ma quella Gerusalemme che è lassù, è libera, ed è la nostra madre», Bonaventura si chiede in che senso la Gerusalemme celeste sia libera. E si risponde che è libera in quanto sciolta dall’oppressione del denaro e dalla logica del dare-avere.

In particolare,[2] dice che sono tre i motivi per i quali la Gerusalemme celeste (cioè il paradiso) è «libera da ogni servitù» («ab omni servitute libera»), ovvero: l’assenza dell’assedio («a contraria impugnatione»), la libertà dall’oppressione tributaria («a tributaria vexatione») e la libertà dalla miseria e dalla corruzione («a miseria et corruptione»). Bonaventura non si limita a questo argomentare, ma aggiunge dell’altro. Aleksander Horowski scrive infatti che, secondo Bonaventura, «l’assenza dell’assedio significa che nessuno vieta il passaggio [«quia nemo potest eis passagium denegare»]; la libertà dall’oppressione tributaria corrisponde all’assenza del pedaggio [«quia nemo potest a civibus pedagium exigere»]; la libertà dalla miseria è un’altra faccia dell’abbondanza che si esprime nel ricevere ciò che si vuole senza il pagamento [«quia non oportet pretium solvere»]».

La dottrina bonaventuriana della libertà tratta, in apparenza, di tutt’altro. L’uomo libero di Bonaventura è chi, senza coazione alcuna, estende il dominio della propria volontà alle sue azioni. Sorge subito un primo dubbio: non c’è qualcosa di antitetico tra i concetti «senza coazione» e «dominio»? L’essere sciolti da un vincolo, infatti, contrasta con l’essere dominati da qualcosa o da qualcuno. Eppure, i momenti della libertà, secondo il Serafico, sono due e sembrano opposti. Il primo momento è quello della scelta, dell’arbitrio, in cui la volontà giudica sui dati della ragione: è appunto il momento del libero arbitrio, secondo cui la coscienza sceglie tra bene e male, senza coazione.

Ma nel secondo momento, immediatamente successivo al primo, avviene una sorta di sublimazione chimica: la volontà si cementa, si rapprende sulla scelta e si dice libera solo se, quanto vuole, si realizza. Se questo secondo momento fosse sciolto dalla coazione, la volontà potrebbe «volere e disvolere»[3] a piacimento, senza realizzare nulla. In questo senso, la libertà di Bonaventura è un «dominio» delle potenze dell’anima (volontà e ragione) su se stesse.

È abbastanza facile capire, secondo questa dottrina, che ci sono due domíni in gioco: quello della volontà su se stessa e quello imposto da una volontà altrui. È libero l’uomo, allora, che si sottrae al vincolo della volontà altrui o che, viceversa, accetta liberamente l’obbedienza, ovvero il dominio di una volontà seconda. Diversa, infatti, è la condizione dello schiavo, che è in questo stato per coazione, e del servo, che è nello stato di coazione per libera scelta. Questo secondo stato è quello dei santi, ad esempio, che rinunciano alla volontà propria a favore di quella di Dio, perché la ritengono superiore e liberante. Il santo è libero, seppure nella rinuncia alla propria volontà, perché lo stato di coazione in cui si trova è il frutto di una sua libera (e continua, quotidiana) scelta.

È evidente che la volontà, in Bonaventura, non ha nulla a che fare con il volontarismo degenere (sempre di scuola francescana) approdato in Ockham, che ammette la libertà anche nella rottura tra volontà e ragione. In Bonaventura, al contrario, la volontà cieca – dissociata dalla ragione – non solo non porta alla libertà, ma rende schiava l’anima ribelle delle passioni, del vizio, del peccato, dell’errore e della morte.

Ora però c’è da chiarire che l’uomo peccatore e viatore può sì esercitare la libertà d’arbitrio, ma non quella completa, antidiluviana e originaria (prima del peccato adamitico), che richiede anche il dominio. Finché l’uomo è in status viae verso la Gerusalemme celeste non può godere della libertà dei beati, ma si può limitare alla ricerca della liberazione, che si trova solo in Dio. C’è un prezzo da pagare, un debito da estinguere. Ecco, dunque, che la salvezza si esprime, da sempre, anche in termini economici: il Cristo ha pagato un prezzo di sangue, ci ha ricomprati, riacquistati. Non solo, ma l’intera vita umana è scandita dal lavoro, dal salario, dalla fatica, dal debito e dal credito.

La polis, insomma, è strutturata secondo un ordine politico, che non può prescindere dalla giustizia, dalla legge, dall’economia. Si dice libera quella città che garantisce un equilibrio tra norma e scelta, tra imposizione e liberalità. Tanto più che la norma e l’imposizione – per via del loro procedere dalla Provvidenza – sono forze liberanti, se conformi alla legge di Dio. È proprio nell’ottica della libertà secondo Bonaventura, la quale prevede il dominio, che la legge non è di ostacolo alla liberazione.

In questo modo, la Gerusalemme celeste è libera non solo perché l’uomo esercita finalmente e pienamente il dominio sulla propria volontà, che liberamente si è sottomessa – e in Paradiso coincide – a quella di Dio, ma anche perché si è liberata dalla coazione della legge e del prezzo. Tutto, in paradiso, è stato ricomprato e pagato: il debito e il credito sono estinti.

In questo senso sono più comprensibili le parole di Bonaventura sulla libertà, secondo la logica del dare-avere: la Gerusalemme del Cielo è libera dalla servitù, dalla miseria, dai tributi, dagli oneri del passaggio e della dimora, dalla vessazione e dalla corruzione, poiché libera dal prezzo e dal debito, contratti con il peccato. In essa non si corrompono né i corpi, né i giudici. Non c’è una vendita e non c’è chi compra. Le porte di Gerusalemme «non si chiuderanno mai»[4], perché non è previsto pedaggio o rapina.

La libertà sarà cementata alla volontà dei beati, la cui scelta è definitiva, così come quella dei dannati. È infatti schiava solo quella volontà il cui dominio dipende da una scelta altrui o dal rifiuto della verità. Per questo motivo la volontà libera è la volontà ferma al dato della ragione che riconosce il vero ed è schiava quando si ferma sulla ragione che mente.

Silvio Brachetta

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[1] Nel Sermone per la quarta domenica di Quaresima, sul tema: «Illa autem, que sursum est, Ierusalem, libera est, que est mater nostra» (Gal 4, 26), in Quadragesimale, III.

[2] Tutte le citazioni e traduzioni seguenti sono tratte da: Aleksander Horowski, “La Gerusalemme celeste in un discorso quaresimale di san Bonaventura”, «Doctor Seraphicus» del Centro Studi Bonaventuriani, Edizioni Biblioteca Francescana, a. LXVI, 2019, pp. 49-63.

[3] Francesco Corvino, Bonaventura da Bagnoregio. Francescano e pensatore, Città Nuova, 2006, p. 288.

[4] Ap 21, 25.

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