Questo è il terzo di due brevi saggi precedenti su Berdjaev:

Il liberalismo tra suggestioni della sinistra e conservatorismo

Berdjaev: opinioni dubbie sulla libertà e la democrazia

Lo Stato, secondo Nikolaj Berdjaev[1], è ben più della riduzione che ne fanno i seguaci di Rousseau e non dipende dal contratto sociale. Il potere ha fondamenta più stabili e più remote: è una realtà misterica e religiosa, indipendente dal tempo (dalla storia). Il potere ha dunque una radice sacra e ontologica. Forse Berdjaev ha in mente il kathéchon[2] di san Paolo, quando scrive che «lo Stato si oppone al caos del peccato». In ogni caso concorda con Vladimir Solov’ëv, per il quale «lo Stato non esiste per trasformare la vita terrena in un paradiso, ma per impedire che essa si trasformi definitivamente in un inferno»[3].

Nessun paradiso in terra, nessuna rivoluzione, nessuna irrequietezza è riconducibile allo Stato, ma la «moderazione ascetica» e la «ferrea necessità» fanno parte dell’essenza occulta del potere. L’ordine di una potenza antica pervade la società umana, senza tuttavia sostituirla. Lo Stato è sì per la società, ma non s’identifica con essa, poiché c’è sempre qualcosa che rimane non spiegato. Berdjaev ipotizza un principio «irrazionale» a monte del potere, quasi un’«ipnosi santa o demoniaca». Potrebbe anche avere una qualche giustificazione logica il definire non razionale il principio del potere, ma solo se s’intende che l’aspetto più profondo dello Stato – come di qualsiasi cosa – o è occulto o non è conoscibile nell’interezza dei suoi contenuti.

Vi sono, al contrario, alcune certezze a cui l’uomo può attingere, fossero anche le certezze su Dio, contro la limitazione agnostica dello scetticismo. I principi sui quali non si può speculare o su cui bisogna tacere non sono oscuri perché irrazionali, ma perché meta-razionali – ad esclusione del principio del male. Le ragioni più arcane dello Stato sono quindi soggette ad una più perspicace intellezione, che si ottiene per via illuminativa (Rivelazione, ad esempio) o per via speculativa, fermo restando che ci sono misteri i quali rimarranno tali fino al termine della storia.

Non sono invece nascoste o sconosciute alcune caratteristiche essenziali dello Stato, che Berdjaev descrive e che resistono ad ogni volontà rivoluzionaria di forzare la costituzione intima delle cose. È sostanziale che lo Stato sussista gerarchico (pure nelle democrazie), che in esso vi sia la «bellezza dell’impassibilità e della forma aristocratiche» (presenti nelle democrazie anche in questo caso), che l’«origine del potere» sia «monarchica», al netto delle differenti forme storiche dei governi. Negare la sostanza di qualcosa – o peggio, combatterla – equivale ad impedire la perfezione di un certo ente, qualunque esso sia, poiché la sostanza è la perfezione dell’ente.

Le suggestioni di Rousseau, così come quelle della rivoluzione o di un certo democratismo portano l’uomo a dipendere non da un principio superiore, ma dal suo simile. La più amara delle dipendenze e delle tirannie – dice Berdjaev – è «la dipendenza dell’uomo da altri uomini». Se, infatti, l’uomo dipende dal suo simile, non c’è limite all’arbitrio, non esistendo alcun criterio di comparazione tra necessario e superfluo (o dannoso). Se invece la dipendenza è ancorata ad un principio superiore, l’uomo è limitato nel male da una legge stabile e da un ordine di riferimento sovrumano. Persino Marx ha previsto la necessità di una «legge ferrea», nonostante questo aspetto del socialismo sia stato presto dimenticato e sostituito con la divinizzazione della volontà del proletariato.

Rousseau introduce uno Stato artificioso, utilitaristico e funzionalista. Ma ben più vasti sono gli orizzonti per cui il potere secolare fu costituito. Il villaggio, in fondo, tende ad espandersi e diviene un comune. Il comune città, la città diventa Stato, lo Stato tende all’Impero e l’Impero alla Civiltà. Nel bene o nel male, attraverso guerre o seguendo le virtù, il potere ha sempre inseguito l’ascesa e la perfezione. La vocazione del potere, dunque, è la grandezza: quando il potere è mondano la grandezza è anticristiana ed è intesa come comando e gloria umana, ma quando il potere è sottomesso al sacro la grandezza è nella virtù, nel servizio, nella santificazione, nella gloria di Dio. In ogni caso la vocazione dello Stato non è mai meschina, non è limitata alla municipalità immobile e paralizzante. Molto acutamente Berdjaev dice che «lo Stato non è un mezzo per organizzare il servizio delle latrine».

Se la mentalità del sovrano è mondana e distaccata dal sacro, si cade nell’errore opposto alla rivoluzione, non meno dannoso. Se, cioè, non c’è Dio, lo Stato stesso (e il sovrano) potrebbe diventare un dio. Da qui nasce ogni assolutismo politico, ogni ricerca di grandezza smisurata e, per questo, sproporzionata. Lo Stato che non abbia un riferimento metafisico o religioso è una «menzogna anticristiana», come nel caso della rivoluzione. No dunque alla rivoluzione, ma no anche al Re Sole e al centralismo assoluto. Si tratta sempre della corruzione sostanziale dello Stato; ne sono pervertiti l’origine e il fine. Lo Stato, allora, non può «pretendere l’uomo tutto intero», solo la Chiesa può farlo, in quanto fondata da Dio per tutto l’uomo.

Berdjaev sbaglia, però, quando descrive un’ultima forma di deterioramento del concetto di Stato: la teocrazia. Il filosofo accosta il «cesaropapismo orientale» con il «papismo occidentale», due forme (secondo lui) di «teocrazia cristiana» – non va dimenticato che il cristianesimo di Berdjaev è legato alla Chiesa ortodossa di Russia, la quale non ha mai riconosciuto il primato petrino della Chiesa cattolica. È vero che, lungo i secoli, papa e imperatore sono spesso usciti dal ministero assegnato loro dalla Provvidenza – il papa secolarizzandosi e l’imperatore invadendo le prerogative del sacro. Ma la civiltà cristiana d’Occidente non è mai stata una teocrazia unitaria, mantenendosi ben distinti – almeno nei principi e nei confini – gli ambiti della Chiesa e dello Stato.

L’Occidente, almeno fino a tutto il Medioevo, ha realizzato il comando di Cristo di dare «a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio»[4]. Una maggiore corruzione degli ambiti sacro e profano è avvenuta, in modo prevalente, durante la modernità.

Silvio Brachetta

 

[1] N. Berdjaev, “Sullo Stato”, in Lettere ai miei nemici. Filosofia della disuguaglianza, La Casa di Matriona, 2014, pp. 81-100. Tutte le citazioni, ove non diversamente specificato, sono tratte dal testo.

[2] In greco κατέχον significa «ciò che trattiene» [l’Anticristo]. Cfr. 2Tes 2, 6-7: «Il mistero dell’iniquità è già in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo colui che finora lo trattiene [katéchon]».

[3] Citato da Berdjaev.

[4] Mt 22, 21.

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