Collana: Collana dell’Osservatorio/09
Editore: Edizioni Cantagalli
Pagine: 78
Prezzo: €8

di Marco Tosatti

Se c’è una persona che nel secolo scorso ha dato una dimostrazione di quello che può essere la speranza, anche in condizioni che non sembrano lasciare molto spazio a questo sentimento, è certamente il cardinale Van Thuân. Ha vissuto nel suo paese tutte le difficoltà e le contraddizioni politiche e sociali seguite alla Seconda Guerra Mondiale, ne ha pagato personalmente, senza colpe specifiche da parte sua le conseguenze, e ne è uscito mantenendo però una grande serenità interiore e riuscendo a non nutrire rancore verso i responsabili di quella che era oggettivamente una persecuzione immotivata. Dalla breve, densa biografia di Annachiara Valle, pubblicata da Cantagalli, che abbiamo letto e che ci è parsa degna di essere segnalata, vi pubblichiamo alcuni stralci; il primo è l’incipit del libro, che come vedrete ha un ritmo estremamente vivace e “giornalistico”.

“Steso sul pavimento cercava di catturare un po’ di aria fresca dalla sottile fessura che si apriva sotto la porta. La cella puzzava di latrina e di umido, conati di vomito lo perseguitavano giorno e notte, le gambe non lo sorreggevano più e la mente gli giocava brutti scherzi. Gli era venuto il panico quando aveva scoperto di non riuscire più a ricordare per intero le preghiere più comuni e a orientarsi nel trascorrere dei giorni. Il totale isolamento gli opprimeva l’anima, ma lui, François-Xavier Nguyên Van Thuân, Arcivescovo coadiutore di Saigon, continuava a credere che una mano invisibile, nonostante tutto, guidasse la sua vita e che da quella situazione disperata, in qualche modo, si potesse venir fuori. La fede lo sosteneva, non poteva cedere. Mesi prima, quando erano andati a prenderlo, la mattina del 18 marzo 1976, l’arcivescovo era già pronto. Aspettava e temeva quel momento fin da quando, il 15 agosto dell’anno precedente, era stato convocato, insieme con il suo arcivescovo, al palazzo presidenziale. Accusato di essere “servo degli imperialisti e fomentatore di disordini” e di aver collaborato al “com12 plotto tra Vaticano e Stati Uniti” contro i comunisti, era stato portato via da Saigon e costretto agli arresti domiciliari in una località a nord di Nha Trang. Quella situazione non poteva durare a lungo. Van Thuân lo immaginava. Trascorsi sette mesi da quel 15 agosto, si era ritrovato nel campo di prigionia di Phu Khanh, chiuso in una cella stretta e senza finestre, senza alcun contatto con l’esterno. In tale situazione ripensava agli ultimi avvenimenti e tentava di tenere la mente sveglia e occupata per non precipitare in quell’abisso di silenzio e oscurità che i suoi carcerieri gli avevano spalancato davanti. Rannicchiato su un giaciglio ammuffito, con le pareti che sembravano stringerglisi addosso, con la fioca luce della lampadina che i suoi aguzzini spegnevano senza preavviso, l’arcivescovo cercava conforto nella preghiera e in quella lontana eco del mare che gli sembrava di percepire schiacciando l’orecchio contro le pareti. Quel fluttuare remoto di onde, in quei primi giorni di isolamento, gli dava un po’ di coraggio e gli teneva compagnia finché non si addormentava, con il corpo indolenzito e freddo”.

Il secondo brano riguarda gli esercizi spirituali che pronunciò davanti alla Curia, quando il governo vietnamita lo esiliò fuori dal paese, per desiderio di papa Wojtyla, nel 2000. “Potrei parlare della speranza” disse al Papa, che gli chiedeva: “ha in mente un tema?”

“Il giorno della conclusione degli esercizi, il 18 marzo, era anche l’anniversario della sua incarcerazione. Van Thuân lo ricordò alla Curia romana, al termine della predicazione e la sera ne parlò ancora durante la veglia in San Giovanni in Laterano. Tremila persone, convenute nella basilica per pregare alla vigilia della festa di San Giuseppe, lo avevano ascoltato mentre diceva: “Siamo qui, proprio nel giorno in cui fui imprigionato – ventiquattro anni fa – dal regime comunista in Vietnam. Sono stato tredici anni in carcere, di cui nove in una cella di isolamento, ma non ho mai smesso di incontrare Dio”.

L’ultimo brano che vi riportiamo testimonia del suo atteggiamento, in carcere e fuori, verso il mondo che lo circondava:

“Parlando dei suoi anni di prigionia in Vietnam aveva spiegato alla platea che lo ascoltava in silenzio: “A Saigon, quando i comunisti hanno conquistato la città, il governo mi ha rinchiuso in carcere senza un processo, senza una spiegazione: mi hanno tolto i miei sacerdoti, i miei religiosi e le religiose, i miei giovani, il mio titolo di arcivescovo. Ero solo il signor Van Thuân e non potevo neppure parlare con gli altri prigionieri, per non influenzarli. Avevo solo le mie guardie, i miei carcerieri. Le guardie, all’inizio, venivano sostituite ogni quindici giorni, ma poi, quando hanno visto che cambiavano atteggiamento nei miei confronti dopo un po’ che erano a contatto con me, hanno deciso di met46 termi delle guardie fisse. Speravano così che non le influenzassi tutte. Non capivano perché li amassi. Ma io li amavo, perché in loro vedevo Gesù. Molte volte mi chiedevano come facessi a essere così benevolo nei loro confronti e io rispondevo: “Vi amo perché Gesù vi ama”. Amare, riconciliare, perdonare: sono queste le tre parole che possono costruire la pace». «In prigione», ricordava, “ho vissuto momenti tremendi. Da solo per giorni, mesi, anni. Solo, in una stanza senza finestre, senza nessun contatto con l’esterno; mangiando un po’ di riso con verdure e sale; talvolta costretto con la luce accesa in cella per dieci giorni e poi al buio completo per altri dieci. Spesso mi chiedevo se era vero quello che stavo vivendo. Mi ha aiutato imitare Cristo. Ho deciso di amare e perdonare i miei carcerieri come Gesù mi ama e mi perdona. Ne è nata una storia di fatti piccoli e grandi che cambiano la vita e il cuore”.

 

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