Pubblichiamo la SETTIMA ED ULTIMA puntata ( Qui le precedenti: PRIMA, SECONDA ,TERZA, QUARTA, QUINTA e SESTA ) del breve saggio di riflessione sulla Scuola cattolica scritto da don Marco Begato. In vista di una pubblicazione unitaria, il titolo pensato è “Prima inattuabile: la restaurazione della scuola cattolica”.

PUNTATA 7

4. La verità insegnata: elaborazione dei programmi scolastici

Ora ci sporgiamo sul piano della elaborazione dei programmi disciplinari. Suggeriamo alcuni strumenti che possono aiutare il docente a rivedere in modo concreto e operativo il proprio programma scolastico.

Una check-list degli obiettivi culturali

Per essere coerenti con l’impostazione della nostra riflessione, sarà arricchente vagliare il programma e impostarlo in modo da soddisfare alcuni punti oggettivi. Facendo tesoro di quanto fin qui raccolto possiamo così procedere a sintetizzare e schematizzare le indicazioni distribuite nelle pagine precedenti.

Nella compilazione del proprio progetto didattico il professore si impegnerà a:

  1. presentare i metodi, le verità e i principi propri della disciplina secondo criteri scientifici consolidati e riconosciuti dalla comunità scientifica internazionale, secondo gli effettivi gradi di comprovata fondatezza epistemologica;
  2. confrontarsi criticamente con la cultura dominante il proprio tempo;
  3. non cadere in ingenue e pericolose contrapposizioni tra la scienza e la religione, e nemmeno tenere in parallelo la prima rispetto alla seconda, laddove è auspicabile che sia in grado di operare in modo da sciogliere le eventuali contraddizioni tra le due;
  4. svolgere una apologetica cristiana critico-scientifica, che permetta di approfondire le radici cristiano-religiose del sapere e di confutare le precomprensioni anti-religiose;
  5. alimentare un approccio appassionato alla materia, che mostri come contenuti e metodi di studio costituiscono di per sé un’esperienza arricchente per l’esistenza personale e comunitaria;
  6. riflettere sul senso della cultura, secondo il profilo simbolico del cosmo e quello drammatico della storia, riletti in modo da portare alla luce la loro intrinseca e arricchente dimensione evangelica, seguendo una gradualità di lettura filosofica, cristiana, cattolica;
  7. individuare gli elementi della disciplina utili a fondare/accogliere un’eventuale riflessione teologica, da intendersi appunto come discorso radicato nella e non giustapposto alla materia di studio data;
  8. mettersi in dialogo proficuo con la modernità, forti della propria identità culturale e dunque capaci di porre istanze critiche, riletture, provocazioni e stimoli che vadano oltre la narrazione passiva.

Un modello per la risoluzione del conflitto

Nei casi più spinosi, in rapporto alle posizioni moderne, si dovrebbe trovare un metodo, una strada che avvicini a una risoluzione. Esso servirebbe anche laddove il problema non si ponesse a livello oggettivo, bensì dipendesse dalle posizioni del singolo docente che ancora fatichi ad assumere una posizione di cultura cristiana, in quanto avvertita come lesiva dell’impresa scientifica. A ben vedere, esso servirà anche per affrontare con onestà intellettuale quelle interpretazioni che vedono divisi oggidì gli stessi intellettuali cattolici.

Uno spunto autorevole e paradigmatico rispetto a simile questione lo offre Romano Guardini nelle sue “Lettere sull’autoformazione” (Morcelliana, Brescia 1994, p. 169):

“Si racconta di un grande politico che egli avesse una sua maniera particolare di spiegarsi con l’avversario. Prima ascoltava attentamente, poi si alzava, enucleava dalle parole dell’avversario tutto ciò che c’era in esse di giusto, richiamava ancora l’attenzione su qualche punto che potesse deporre in suo favore. E così aveva riconosciuti tutti gli elementi validi dell’argomentazione, aveva fatto nascere nell’avversario la persuasione che egli lo prendeva sul serio, aveva gettato in tal modo un ponte verso di lui. Allora cominciava il famoso “Ma”; seguiva la sua controbbiezione chiara e convincente. L’avversario poteva, anzi doveva, rispondere senza irritazione se non voleva sembrare poco signore. E così dall’effettiva collaborazione, dal seno di una lotta costruttiva fra opinioni opposte, si veniva formando a poco a poco l’unità”.

L’esempio di Guardini indica con chiarezza incontestabile quale deve essere lo spirito con cui si dovrebbero porre a confronto interpretazioni culturali diverse, teorie scientifiche avversarie e tendenze di pensiero contrapposte.

Questo approccio non umilia, non cede spazio alla violenza, né all’orgoglio, bensì riconcilia, valorizza tutto il buono possibile (ancora una volta: i semina Verbi), sprona alla ricerca, all’umiltà del mettersi in discussione e quindi ai più utili valori del fare scienza.

Tale modello andrebbe certamente seguito nel caso in cui a confrontarsi siano due visioni riconosciute come paritetiche, cioè tali da raccogliere sufficienti ed uguali consensi. Tornerebbe utile anche laddove si affrontassero una posizione dominante e una minoritaria, ma infine risulterebbe altamente educativo persino in occasione di un dibattito tra una posizione scientifica e una antiscientifica.

Cosa possiamo ottenere attraverso un simile procedimento?

Come già detto, l’accrescimento dello spirito di ricerca su quello di rivendicazione, dell’umiltà dello studio rispetto all’orgoglio dell’erudizione, dell’apertura alla ricerca scientifica contro al rischio della strumentalizzazione politico-culturale, del coinvolgimento educativo persuasivo di contro alla stigmatizzazione costrittiva repressiva.

Irrisione, etichette, arroganza, sarcasmo e mortificazione non sono espressione di scienza, ma di barbarie – e questo prescindendo dal grado di cattolicità o laicità paventato, o dal livello di erudizione e di titoli ostentato.

Più concretamente si tratta di saper offrire una presentazione critico-costruttiva delle differenti posizioni, sollevando i pregi e difetti di ciascuna, e mettendo l’accento sul grado di certezza epistemologica ed eventualmente di ragionevolezza della fede che trapela da esse.

Elaborazione dei programmi: cenni

Nella stesura di una programmazione completa, potrebbe essere utile partire dalle programmazioni precedenti, quindi avere presenti le indicazioni offerte nel nostro saggio e infine confrontare i due modelli sotto la guida di alcune semplici domande.

  • Cosa manca al programma perché sia completo sotto il profilo del contenuto, dello sviluppo e dei significati?
  • Cosa non risulta compatibile con le indicazioni offerte e come si potrebbe rimediare?
  • Come bilanciare le nozioni utili al curriculum professionale e le nozioni utili alla formazione culturale in prospettiva cristiana?

Ci fermiamo qui, di necessità. A questo punto della narrazione infatti vengono meno le considerazioni generiche e si entra nello specifico dell’esercizio quotidiano della professione scolastica. Da qui in poi conviene che le singole scuole interessate elaborino la strategia più utile e funzionale al loro contesto operativo.

Conclusioni

Tra il 1873 e il 1876 il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche diede alle stampe una serie di saggi intitolati Considerazioni Inattuali (Unzeitgemässe Betrachtungen). Ne vennero alla luce cinque (uno postumo) su tredici che componevano il progetto iniziale. Tutti e cinque i saggi si caratterizzano per una corrosività e una originalità di notevole impatto.

Il nostro percorso odierno prende ispirazione nel proprio titolo proprio dai Betrachtungen nicciani, anche se si presenta con un carattere differente. Anzitutto, a dispetto della tesi sostenuta, che a molti lettori potrebbe apparire superata o – come amano dire i commentatori generalisti oggi di moda – “medievale”, la proposta per una reimpostazione cattolica della scuola non è inattuale in nulla e per nulla. Cristo è il Logos sul quale si fonda anche il tempo (Zeit) del cosmo e della storia, l’unica Parola che non passa e che quindi in nessun modo può definirsi fuori dal tempo (unzeitgemäss).

Neppure qualora considerassimo tale aggettivo nei suoi ulteriori significati di “prematuro” o di “inopportuno”, potremmo rettamente applicarlo al nostro piccolo saggio. La scuola cattolica non è inopportuna sotto alcun profilo e non è mai prematura: un annuncio di fede, fondato su uno sviluppo autonomo della ragione, in prospettiva di evoluzione simbolica e nella cornice del dialogo tra culture pur differenti, questo non è mai prematuro o inattuale o inopportuno.

Al contrario è probabilmente quanto di più adeguato per il nostro tempo, che patisce la decadenza di tutte le illusioni del pensiero moderno e subisce l’usura del cieco girare degli ingranaggi della tecnica contemporanea.

Degli scritti tedeschi il nostro piccolo contributo abbandona anche il carattere polemico, in quanto il risveglio di una sapienza scaturita dal Logos non arriverà da nessun battagliare “umano troppo umano”.

Eppure, l’arguzia nicciana ci è tornata utile per parafrasare una qualifica che rendesse conto del portato atipico della proposta: inattuabile. Non si può tacere che, man mano prendevano forma i capitoli e gli sguardi sempre più ambiziosi del progetto didattico cattolico, al contempo si faceva strada il timore che nessuna realtà scolastica sarebbe stata pronta per accogliere una simile proposta – anche solo come carta da viaggio e ispirazione in senso lato.

Il tutto a ben pensarci è curioso: un progetto che è attuale, opportuno e tempestivo deve però rimanere inattuabile? E inattuabile per quale motivo? Non certo per elementi esterni: il cammino illustrato nei precedenti paragrafi non collide in nulla con i programmi ministeriali o le normative vigenti, né richiede investimenti economici o interventi straordinari di sorta. L’inattuabilità alberga, se mai, nell’intimo degli uomini, nella forza di mettere in discussione le proprie convinzioni e abitudini, nel coraggio di camminare da protagonisti contro le tendenze del mondo contemporaneo, nella sfiducia verso il segreto del sapere e la sua conoscibilità, nell’incredulità verso il volto “ben rotondo” del Logos.

Però, chi lo sa, di non essermi sbagliato proprio nel titolo e nella conclusione. Chi lo sa, che qualcuno e da qualche parte abbia già iniziato una restaurazione culturale cattolica, o che altri accetterà di inserirsi nell’onda di quella sognata nel nostro pamphlet. Chi lo sa che il Logos non stia già trovando le sue vie per tornare a brillare e per smuovere verso un importante risveglio le nostre comunità e la nostra gioventù. E chi siamo noi per credere di poter in alcun modo estirpare ed estinguere quei semi di speranza e di verità, quei semi del Verbo che stanno da sempre e per sempre ben conficcati nel cuore della terra e dell’uomo?

Ecco, il seminatore uscì a seminare. E mentre seminava una parte del seme cadde sulla strada e vennero gli uccelli e la divorarono. Un’altra parte cadde in luogo sassoso, dove non c’era molta terra; subito germogliò, perché il terreno non era profondo. Ma, spuntato il sole, restò bruciata e non avendo radici si seccò. Un’altra parte cadde sulle spine e le spine crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sulla terra buona e diede frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta. Chi ha orecchi intenda. Mt 13, 3-9

Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo;

se invece muore, produce molto frutto. Gv 14, 24-26

Venne fra la sua gente,

ma i suoi non l’hanno accolto.

A quanti però l’hanno accolto,

ha dato potere di diventare figli di Dio:

a quelli che credono nel suo nome. Gv 1, 11-12

27 gennaio 2024,

San Giovanni Crisostomo

Sic cogitavit

Don Marco Begato

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