
Pubblichiamo la seconda puntata (QUI per la prima) del breve saggio di riflessione sulla scuola cattolica, scritto da don Marco Begato. In vista di una pubblicazione unitaria, il titolo pensato è “Prima inattuabile: la restaurazione della scuola cattolica”.
Introduzione
La scuola neutra non esiste. Inizia proprio da questa evidenza e con questa consapevolezza il nostro percorso di riflessione intorno alla situazione del sistema educativo scolastico e alle sfide culturali che esso propone oggi.
La scuola dei nostri giorni si presenta e si percepisce per lo più come neutra, ma di fattosi configura come una scuola di ispirazione fondamentalmente illuminista, evoluta secondo i processi storici dell’idealismo, prima marxista e poi nichilista. Il tutto evidentemente non senza elementi di anticlericalismo (si pensi allo statuto deminutus della singola ora di IRC).
Decisamente non possiamo sposare questo modello, né tantomeno dobbiamo arrenderci e subirlo. Ma anche solo perdurare in modo miope nel portare avanti uno schema presunto neutro o genericista non è cosa adeguata: tale scelta di compromesso rischierebbe in ogni caso alla lunga di far smarrire la propria identità culturale più autentica e profonda.
Dobbiamo dunque scegliere un modello che sia nostro. La scuola cattolica è la nostra scelta.
Identificato il modello valoriale, il problema successivo riguarda gli strumenti e le modalità mediante i quali inserire tale modello all’interno della cultura contemporanea che appunto è formalmente neutra e accogliente, ma di fatto nichilista e debole. La sfida è proporre un modello che sia autenticamente cattolico, senza divenire né esclusivista o rigidamente confessionale, né polemico o oppositivo rispetto al modello dominante.
L’approccio cattolico ha di per sé ampi margini di successo di fronte a tale sfida. Storicamente infatti il cattolicesimo ha saputo inserirsi in, convivere con, crescere e far crescere culture anche molto diverse: forte di una struttura razionale e dialogica, frutto del saggio recupero dello spirito greco, ha saputo però rimodellarla secondo la propria vocazione missionaria e inclusiva, il cui anelito è squisitamente di tipo non aggressivo.
Con tali premesse sembra possibile teorizzare una scuola culturalmente connotata e di fatto connotata cristianamente, ma che non si concepisce come rigidamente ed esclusivamente confessionale. Testimoniale, evangelizzante e autentica, ma non proselitica.
Il presente documento cerca di rispondere agli intenti fin qui esplicitati. Lo fa attraverso il seguente percorso di riflessione:
- Ricostruzione del fondamento aletico/veritativo cristiano cattolico.
- Schematizzazione dei principali filoni moderni che ispirano le forme culturali contemporanee.
- Proposta di elementi chiave per la costruzione di un processo culturale cattolico.
- Spunti per la rielaborazione dei programmi didattici.
In tale lavoro non abbiamo preso in considerazione i documenti ufficiali già redatti attorno a tale tema, preferendo un percorso di costruzione dal basso e per scoperta. Questo è il limite e la ricchezza della pagine che seguono.
1. La Verità rivelata: est vir qui adest
Il paradigma di verità che riconosciamo come autentico deve guidare e illuminare tutta l’impresa personale e sociale del sapere. Ora, la verità rivelata da Cristo e accolta dalla Chiesa è tale da rimettere in discussione l’intera impresa culturale umana. Dobbiamo ricostruire in cosa essa consista.
Prima di farlo, ricordiamo rapidamente qual è l’idea più diffusa nel pensare contemporaneo. Un primo modello vede la verità cristiana come un’affermazione che può e deve coesistere con altre forme di verità, parliamo in tal caso di visione relativista. Essa contraddice la radicalità della proposta di Cristo e della Chiesa.
Un secondo modello vede la verità cristiana come un’aggiunta opzionale, appoggiata sopra un basamento culturale il cui nucleo è filosofico, laico e scientifico, parliamo in tal caso di visione illuminista. Essa è contraria al chiaro modello veritativo portato da Cristo e recepito dalla Chiesa.
Dal prossimo paragrafo riprenderemo più analiticamente tali sguardi, andando ad approfondire le linee filosofiche che li hanno originati.
Quid est veritas? Est vir qui adest
La testimonianza delle Scritture e dei Padri della Chiesa è concorde: la Verità cristiana rappresenta la radice e la sostanza da cui scaturiscono e di cui si compongono tutte le verità umane. La verità non è un concetto o un modello, ma è la stessa Persona del Verbo divino, il Figlio di Dio, storicamente incarnatosi nella natura umana di Gesù Cristo, Colui per quem omnia facta sunt (per mezzo del Quale tutte le cose sono state create). Il Verbo di Dio viene preso come modello da Dio Padre per creare l’intero universo.
Che dire dunque delle verità non cristiane? Esse o sono falsità oppure sono effettive verità, non a prescindere ma in quanto contengono come proprie fondamenta e radice il mistero di Cristo. Il loro essere non cristiane, in tale secondo caso, ha a che vedere con la mancanza di consapevolezza, l’ignoranza, il fraintendimento circa le proprie stesse radici. Che dire poi dell’errore? Essendo l’intero universo plasmato sul profilo di Cristo, in qualche modo qualsiasi cosa esistente è in comunione con Lui e nulla sta fuori di Lui, la definizione di falsità ed errore è dunque quella di un’erosione, una carie, un guasto più o meno profondo che va a crearsi su quella sostanza e superficie creata, che in quanto creata è e rimane in comunanza col Cristo.
Come si ripara l’errore? Tornando a comprendere la fonte, che è Cristo. Come si perfezionano i vari saperi? Andando a riconoscere il loro legame radicale col Cristo.
Ecco il modello aletico cristiano. Si comprende meglio ora in che senso un approccio culturale cristiano non possa convivere né con posizioni relativiste (che affiancano Cristo ad altre verità), né con posizioni illuministe (che considerano Cristo un’opzione secondaria e fondano il sapere sulla scienza), né con posizioni neutre (che non prendono posizione rispetto a Cristo e intendono edificare un sapere indifferenziato rivolto a tutti). La verità è Cristo, ed essa è unica, fondamentale, identificata. Non sempre essa è esplicita: esistono culture che portano in sé la Verità nella forma del seme e dell’impronta, fruttificano sulle radici del Cristo senza nemmeno saperlo.
Le testimonianze della Tradizione cristiana
Vediamo in che termini i Padri e le Scritture hanno ricostruito tale insegnamento. Il percorso che segue è meramente indicativo e corsivo.
Il Verbo di cui tutti partecipiamo
“Cristo è il primo nato da Dio, il suo Logos, del quale partecipano tutti gli uomini: ecco ciò che abbiamo appreso e testimoniamo. Tutti quelli che hanno vissuto secondo il Logos sono cristiani, anche se sono stati considerati atei, come, presso i Greci, Socrate, Eraclito e simili”.
Giustino, Apologia I, 46
Giustino indica chiaramente l’unicità della radice del sapere: essa è il Logos. Riconosce che non tutti operano secondo di esso. Ma, cosa fin sorprendente, ritiene che chiunque agisca in accordo con esso sia ipso facto un cristiano. Giustino sta dicendo che addirittura un Socrate, nella misura in cui ha pensato conformemente alla verità universale, per non dichiarandosi cristiano, lo era. Evidentemente per Giustino essere cristiano non significa aderire a una confessione religiosa, quanto aderire intimamente al Principio dell’universo. Un Principio che però non è anonimo, ma è lo stesso Verbo di Dio manifestatosi nel Cristo. Qui emerge chiaramente il valore radicale e fondamentale del Verbo rispetto all’universo.
Tale insegnamento si accompagna alla dottrina dei Semi del Verbo, secondo la quale tutto l’universo è disseminato da tracce del Verbo, sia pur in forma di seme. La plausibilità di tale dottrina, innovativa e al contempo del tutto ragionevole, si può intuire a confronto con quella stoica dei semi del logos, che vede l’intera realtà disseminata di caratteri logici in nuce. Rispetto a questa, la dottrina cristiana precisa la natura di tale Logos, mostrandone i tratti divini, personali, provvidenziali, salvifici del Cristo e sottraendone la descrizione ai criteri immanentisti e fatalisti dello stoicismo classico.
Il Verbo, mediatore dell’umanità intera
“Non c’è mai stato un tempo in cui sia mancato ai santi il dono di una salvezza spirituale orientata verso il Cristo. Il Verbo si è fatto uomo alla fine dei tempi, si è fatto Gesù Cristo, ma prima di codesta venuta visibile nella carne, era già, senza essere uomo, il mediatore degli umani“.
Origene, Commento al Vangelo di Giovanni, 20,12
Anche Origene sostiene qualcosa di analogo a Giustino. Egli più chiaramente ancora distingue tra l’essenza eterna del Verbo e la sua presenza storica nell’umanità di Gesù Cristo. Se la sequela di Cristo è un fenomeno storico particolare, la possibilità di una comunione col Verbo non conosce confini nel tempo e nello spazio. Gli uomini di ogni epoca e nazione hanno da sempre la possibilità di entrare in comunione con la mediazione operata dal Verbo. Qui emerge chiaramente la portata inclusiva del Verbo rispetto all’universo.
Il Verbo presente in modo multiforme
“C’è un solo ed unico Dio Padre, e il suo verbo è presente da tutto il tempo nell’umanità, sebbene in virtù di disposizioni diverse e di operazioni multiformi, salvando fin dal principio quelli che sono salvi, cioè quelli che amano Dio e, conformemente alla loro epoca, seguono il suo Verbo“.
Ireneo di Lione, Contro le eresie, IV, 28,2
Ireneo ribadisce quanto fin qui espresso. Egli esplicita maggiormente la possibilità della cultura umana di esprimersi in forme differenti e multiformi. A fronte di tale varietà non è negata, né marginalizzata l’azione salvifica del Cristo, bensì viene presentata come elemento onnipresente e da sempre agente: pur nelle varietà di costumi, si salvano coloro che seguono il Verbo. Il Verbo è l’elemento che offre salvezza e senza il quale nessuno si salva. La salvezza non si lega a una confessione esplicita, ma alla disponibilità a mettersi in legame autentico col vero Dio e tale legame è un legame di amore. Qui emerge chiaramente la natura salvifica universale e il carattere distintivo proprio del Verbo come amore.
I valori che ci uniscono al Verbo
“Cristo non è venuto soltanto per quelli che, a cominciare dall’impero di Tiberio, hanno creduto in lui, e il Padre non ha esercitato la sua provvidenza solamente in favore degli uomini che vivono adesso, ma, senza eccezione, in favore di tutti gli uomini che, fin dal principio, secondo le capacità loro e della loro epoca, hanno temuto e amato Dio, esercitato la giustizia e la bontà verso il prossimo, e hanno desiderato di vedere il Cristo e di udire la sua voce”.
Ireneo di Lione, Contro le eresie, IV, 22,2
Ancora Ireneo precisa le condizioni di accesso alla comunione col Verbo, potenzialmente disponibile per tutti gli uomini. L’amore, di cui ci ha già parlato, si declina in molteplici sfumature, fatte di timore, bontà, giustizia, nonché desiderio di visione e di ascolto. Qui emerge chiaramente la responsabilità, la capacità di rispondere da parte dell’uomo al richiamo del Verbo, e si definiscono i caratteri che la rendono valida ed efficace.
La rivelazione indica la via verso il Verbo
Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono
e ciò che richiede il Signore da te:
praticare la giustizia,
amare la pietà,
camminare umilmente con il tuo Dio. (Michea 6,8)
Il profeta Michea nei rotoli dell’Antico Testamento dà voce alla Rivelazione e fornisce il criterio cui evidentemente si è ispirato Ireneo. Ciò che rimane ancora in ombra nelle parole di Michea è l’identificazione del volto di Dio col suo Verbo. La rivelazione cristiana preciserà: Dio nessuno lo ha mai visto, il Figlio di Dio, incarnatosi nella persona umana di Gesù Cristo, ce lo ha rivelato. Noi non incontriamo mai direttamente il volto del Padre, ma entriamo in comunione con Lui solo attraverso la mediazione di Cristo. Questa è la rivelazione cruciale del cristianesimo. In ogni caso attitudini umane che ci rendono aperti a Cristo sono, ancora una volta la giustizia, cui si aggiungono la pietà e l’umiltà. Qui emerge chiaramente l’imprescindibile ruolo di Cristo, oltre ai mezzi necessari per entrare in unione con Lui e con la Verità che lui è.
Il Verbo presente nel quotidiano e nel prossimo
Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. Noi amiamo, perché egli ci ha amati per primo. Se uno dicesse: «Io amo Dio», e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello. (1 Gv 4,7-8.19-21)
L’evangelista Giovanni mostra un principio fondamentale ai fini del sapere, in quanto precisa che i principi invisibili del sapere su Dio possono essere in qualche modo rinvenuti nell’incontro con le creature, purché le si incontri sempre in quella forma di amore che abbiamo già visto essere chiave di accesso al divino. Dio è presente nel fratello e l’amore è quel fattore che rende autentico l’incontro con gli altri uomini, facendo di essi mediazione dell’incontro con Dio. Qui emerge chiaramente il profilo orizzontale del sapere umano (la cultura), nel suo innesto verticale col sapere divino (la Verità), alle debite condizioni di incontro (l’amore).
Tutte le citazioni illustrano: la destinazione universale – nel tempo e nello spazio, nella natura e nella cultura – della verità in se stessa (cfr. formattazione corsivo nelle citazioni supra); la presenza di condizioni di accesso alla medesima (cfr. formattazione bold nelle citazioni supra); la natura e l’identità di tale Verità: il Verbo di Dio.
Nei prossimi paragrafi proveremo a riprendere questo modello aletico e a porlo alla base di un progetto culturale per la scuola cattolica, che sia forte nella propria identità, inclusivo nella propria destinazione, universale negli approcci. Prima però guardiamo i modelli alternativi, proposti dal pensiero moderno e contemporaneo occidentale.
(2 – segue)
(Foto: Pixabay)
