Il nostro mondo «non è l’ideale Repubblica di Platone, ma è la città fangosa di Romolo», dice Vittorio Gassman in un vecchio film. Se ne accorge, più di duemila anni prima di Gassman, lo stesso Platone – l’inventore di quella forma politica che è diventata sinonimo di utopia o di fantasticheria socialista.

Un Platone assai convinto di ciò che andava asserendo, descrive nella sua Politéia (La Repubblica, IV secolo a.C.) la forma di governo che reputa più adatta per uno Stato, secondo ciò che riesce a scoprire sulla natura umana. Si tratta di una critica alla democrazia e all’oligarchia che, in Atene, sua città natale, si erano contese il dominio della pólis, con risultati fallimentari: in regime democratico, Atene aveva perso la guerra contro Sparta e, nel periodo oligarchico seguente, si era imposto il tiranno Crizia (parente di Platone, per ironia della sorte), che fece strage degli oppositori. Rimosso Crizia, dopo alcuni mesi, la rinata democrazia mostrò, negli anni a venire, tutta la sua debolezza amministrativa e tutta la sua ferocia nel condannare Socrate a morte, colpevole anche di presunte passioni antidemocratiche.

Chi deve dunque comandare la pólis, escludendo il popolo e il tiranno? Platone dà una risposta scontata: il filosofo. Non il sofista, non l’abile demagogo, non il rètore che ama imporsi con l’effetto ipnotico delle parole, non l’ignorante. A capo di tutto, scrive Platone, ci dev’essere qualcuno che sappia ragionare secondo il lógos, che possa accedere alla sapienza, che possa concepire l’idea sempiterna (ousia), che coltivi le virtù e il bene comune, che abbia coraggio e temperanza, che – soprattutto – possa conoscere e imporre la giustizia.

La giustizia è infatti la struttura su cui Platone plasma la sua dottrina politica. L’utopia platonica non si trova nel proporre una forma di governo fondata sulla sintesi tra giustizia, sapienza, felicità e virtù, ma nell’applicazione della teoria: ne viene fuori una società divisa in classi (filosofi al comando, guardiani contro il crimine e popolo che lavora), in cui è abolita la famiglia e i giovani sono sotto il controllo di un’impresa educativa di massa. L’affinità con le dottrine socialistiche – come si sarebbe espresso Giuseppe Toniolo – sembra evidente.

Ma è proprio questo che vuole Platone? Per volerlo, lo vuole; sa però che il suo regime politico è irrealizzabile. Lo dice nel Libro VI de La Repubblica: nel mondo reale i filosofi sono cacciati via e il potere è assunto dai mediocri.

Il protagonista del libro, Socrate, comincia a raccontare una strana allegoria – questa sì affine alla realtà – che è necessario riportare per intero:

«Immagina che su molte navi o su una sola accada un fatto di questo genere: da una parte un capitano che supera per statura e forza fisica tutto l’equipaggio, ma è un po’ sordo, ha la vista corta ed è provvisto di scarse conoscenze nautiche, dall’altra i marinai che litigano tra loro per il governo della nave, poiché ciascuno è convinto di dover stare al timone, anche se non ha mai imparato l’arte della navigazione e non è in grado di indicare né il proprio maestro, né il periodo in cui l’ha appresa, e per giunta sostengono che quest’arte non si può insegnare, anzi sono pronti a fare a pezzi chi dica il contrario.

Essi stanno sempre attorno al capitano, pregandolo e facendo di tutto perché affidi loro il timone, e se talvolta riescono a persuaderlo altri invece che loro, li uccidono o li gettano giù dalla nave, e dopo aver reso innocuo il buon capitano con la mandragora, con l’ebbrezza o in qualche altro modo, si mettono al comando della nave consumando le provviste e navigano tra bevute e banchetti, com’è logico attendersi da persone simili.

Inoltre lodano con i nomi di marinaio, timoniere ed esperto di nautica chi è bravo ad aiutarli nel comando usando sul capitano la persuasione o la forza, mentre biasimano come inutile chi non si comporta in questo modo; e non hanno neanche idea che il vero timoniere deve preoccuparsi dell’anno, delle stagioni, del cielo, delle stelle, dei venti e di tutto quanto concerne la sua arte, se realmente vuole essere un comandante, anzi sono convinti che, senza sapere né in teoria né in pratica come si guida una nave a prescindere dal volere della ciurma, sia possibile imparare quest’arte nel momento in cui si prende in mano il timone.

Se sulle navi accadessero fatti del genere, non pensi che il vero timoniere sarebbe chiamato dall’equipaggio di navi così combinate acchiappanuvole, chiacchierone e inutile?» (La Repubblica, VI, 488a-489a).

Questa «nave di folli» – «stultifera navis», com’è stata ribattezzata nel Medioevo – è il mondo reale. Il capitano è l’allegoria del popolo di Atene: la moltitudine ha possanza, sente e vede male, non è perspicace, capisce poco ed è credulona; è cioè pronta a farsi convincere dal primo chiacchierone che sbraita. Sono proprio i marinai – i sofisti e i demagoghi – a prendere l’iniziativa: nella loro supponenza, passano la vita a sgomitare con ferocia, per afferrare il timone e governare la nave, ovvero lo Stato, la Nazione, la Città.

E riescono pure ad avere successo. Usano ogni arte per aggiudicarsi il favore delle masse (il capitano), proprio perché, in democrazia, è il popolo che decide le sorti della pólis. E purtroppo, al timone, finisce sempre uno di questi mediocri, con la complicità di una propaganda martellante, di un assordante fracasso e, persino, della soppressione fisica degli avversari. Machiavelli non avrebbe potuto dire meglio.

A farne le spese è il filosofo (il vero timoniere), che viene isolato, diffamato e ridotto all’impotenza. I sofisti lo irridono, lo etichettano: tu sei un «inutile chiacchierone e un acchiappanuvole». Eppure è lui che possiede l’arte della navigazione e la vera conoscenza, mentre gli incapaci neppure sanno di non sapere nulla.

È la fotografia del mondo odierno, come lo era dell’Atene precristiana. Platone coglie tutta la pochezza dell’oggi, dove l’«oggi» è l’adesso di ogni momento della storia, nel quale l’uomo non si emenda e scarica il suo fango sulla città di Romolo, come ora anche sulla città di Carlo III d’Inghilterra o di Xi Jinping.

Già nel Libro V, emergeva la figura del filosofo che odia la menzogna e ricerca l’«essere» delle cose, in quanto «vero». Non è dunque solo la forma democratica che Platone avversa, ma si rende conto che ogni forma di governo – persino la sua città ideale – è destinata a corrompersi, per via della presenza della menzogna. E questa corruzione è intrinseca ad ogni tipo di società.

Socrate – nel Libro – aveva utilizzato l’allegoria della «stultifera navis» perché, poco prima, il suo interlocutore Adimanto aveva criticato la possibilità di una casta di filosofi al comando. I filosofi, sosteneva Adimanto, sono pochi e, per di più, sono osteggiati dalla società, che li reputa persone bizzarre: non sta a loro occuparsi di qualcosa per cui occorre scaltrezza e piedi ben piantati nelle tradizioni popolari.

Ma, per mezzo dell’allegoria, Socrate (Platone) intende qualcosa che Adimanto non coglie: il timoniere deve guardare lontano, oltre le tradizioni e le mediocrità del vivere. Il timoniere (il filosofo) non può limitarsi a guardare solo all’interno della nave, ma alla direzione che questa deve prendere nell’oceano e al fatto che il mare è immenso rispetto alla pólis. Le società umane, insomma, vivono dentro l’intero universo, i cui fini e i cui segreti possono avere accesso solo a chi guarda ai principi primi, a ciò che è oltre le leggi della fisica (metafisica).

Se è vero che ha un senso il viaggio che la nave sta facendo, non è possibile guidarla solo a partire da quello che si vede o che c’è all’interno di essa, ma è necessario qualcuno che abbia conosciuto i venti o i segreti delle maree, o le leggi degli astri maggiori e minori. Dopo ventiquattro secoli da Platone, la nave dei folli vaga ancora per i sette mari e i filosofi non si sono mai trovati al timone. Le utopie – le platoniche e di altri autori – sono rimaste tali e, al loro posto, sono sorte le distopie, in cui lo sgomitare dei mediocri è divenuto massacro. Non solo, ma persino i filosofi si sono persi tra le onde e, anche volendo, non sarebbero comunque in grado di leggere i venti, né le stelle, né – cosa ancora più grave –  quello che accade sulla loro stessa nave.

Silvio Brachetta

(Immagine: Platone ed Aristotele, Di Raffaello Sanzio, wikicommons) 

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