Il 24 giugno 2022 la Corte Suprema degli Stati Uniti ha revocato la sentenza Roe vs. Wade del 1973, stabilendo che la «Costituzione americana non conferisce il diritto all’aborto e che tale autorità decisionale ritorna al popolo e ai rappresentanti eletti».

L’Osservatorio ha già pubblicato in questo sito interventi e approfondimenti [QUI, QUI, QUI e QUI]. Da parte mia vorrei individuare alcuni elementi che spieghino l’enorme clamore che ne è seguito. Molti esponenti politici, del mondo della cultura, dell’arte, della musica, del cinema si sono esposti denunciando un «ritorno all’oscuro medioevo», «un grave passo indietro nella lotta per i diritti delle donne», ed elencando una serie di possibili e gravi conseguenze a breve e lungo termine sulla società. Le prese di posizione pro-choice sono state spesso molto aggressive e con toni apodittici.

A questo proposito mi sembra di aver potuto individuare tre elementi:

  1. La Corte americana, sganciando l’aborto dai dettami della Carta costituzionale, ha eliminato quell’idea di diritto, giuridico e umano, che ha reso i contenuti e la struttura dell’interruzione volontaria di gravidanza quasi «dogmatici». Tale pratica, ritenuta intoccabile e immutabile nel tempo, rivestita di sacralità, è stata ridimensionata a quello che realmente rappresenta: un evento drammatico in cui la donna si priva del proprio figlio e la conclusione di una vita (quella del nascituro) che sembra non avere valore. I sostenitori dell’aborto si sono così trovati disorientati, privati della «fede» assoluta nella libertà di scelta e nell’autodeterminazione. Si è trattato pertanto di un evento che ha incrinato, almeno per un istante, la religione dei diritti. Non stiamo parlando di un fenomeno estemporaneo, di un progetto di breve durata o di una modifica tecnica. È un orientamento ed un riconoscimento giuridico ben preciso che conferisce all’aborto dignità di diritto quasi inviolabile. Lo stesso San Giovanni Paolo II nella sua Enciclica Evangelium Vitae aveva compreso la pericolosità e la perniciosità della cultura della morte attraverso una frase sintetica ed eloquente: «il delitto è diventato diritto».
  2. Privando l’aborto della sua dimensione «religiosa», si è rallentato quel processo di «normalizzazione» tanto sollecitato, richiesto e pianificato in molti paesi nel mondo. L’uccisione del proprio figlio non può essere solo ritenuta un diritto, ma deve essere – secondo quanto sostenuto dagli abortisti – anche un evento «normale», quasi ordinario. Da pochi giorni il Parlamento UE ha approvato una risoluzione che sollecita a modificare l’articolo 7 della Carta dei Diritti fondamentali della UE («Rispetto della vita privata e familiare»: ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e delle proprie comunicazioni) inserendo la «tutela del diritto all’aborto e della salute delle donne» e criticando aspramente quanto deciso dalla Corte americana. I membri del Parlamento hanno concluso affermando che «ogni persona ha diritto all’aborto sicuro e legale». Pochi giorni fa poi il presidente americano Biden ha firmato un ordine esecutivo per sostenere l’aborto e per contrastare i tentativi di limitare l’accesso ai farmaci abortivi approvati a livello federale o quello di viaggiare da uno stato all’altro per poter eseguire l’interruzione volontaria di gravidanza. Si tratta di due esempi recenti che dimostrano l’irrequietezza e il nervosismo suscitati da una semplice decisione della Corte Suprema americana (che comunque non tocca assolutamente la possibilità degli Stati Federati di elaborare e approvare leggi sull’aborto) e che testimoniano come il processo di normalizzazione dei «diritti riproduttivi» abbia incontrato un ostacolo inaspettato.
  3. Per promuovere l’aborto, oltre ad esaltare il diritto di scelta della donna, si è reso necessario «anestetizzare» e obnubilare le coscienze. Il figlio deve perdere il suo profilo umano, deve ridursi ad un «cumulo di cellule» e la sua espulsione dall’utero materno deve essere vissuta in una sorta di estasi e di subcoscienza, la sua uccisione non deve essere percepita come tale ma descritta come «espletamento di una procedura». La riaccensione del dibattito sull’aborto sembra aver arrestato questo processo di intorpidimento dei sensi e aver portato ad un brusco risveglio della coscienza. Qualsiasi neolingua vogliamo utilizzare, qualsiasi diritto vogliamo rivendicare resta un fatto oggettivo: l’aborto è l’interruzione volontaria di una vita umana e non può non avere ripercussioni sul mondo. Madre Teresa di Calcutta infatti affermò, dopo aver ricevuto il premio Nobel per la pace nel 1979: «L’aborto è il più grande distruttore della pace perché, se una madre può uccidere il suo stesso figlio, cosa impedisce che io uccida te e tu uccida me? Non c’è più nessun ostacolo». È necessario, pertanto, recuperare il senso della vita umana come «dono», la sua unicità e irripetibilità. Solo alzando lo sguardo verso l’Alto è possibile intuire la bellezza del Creato e delle creature, immagine e somiglianza di «Colui che è».

Stefano Martinolli

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