Se per la fuga di notizie degli scorsi mesi non ha stupito la decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti che venerdì 24 giugno 2022 ha ribaltato la sentenza Roe v. Wade, anche le reazioni del fronte pro-choice si sono caratterizzate per una scontata indignazione.

Nel suo breve discorso il “devoto cattolico” (definizione autografa) Presidente Joe Biden ha abbandonato ogni indugio ed è riuscito a stilare un piccolo compendio del perfetto Cristiano in politica (da applicare rigorosamente all’inverso): ha definito l’aborto un “diritto fondamentale delle donne”; ha indicato quale “unica via” l’estensione dell’aborto a tutta la nazione auspicando che il Congresso renda la Roe v. Wade legge federale; a questo proposito ha invitato  apertamente gli elettori a votare candidati dichiaratamente abortisti perché “difendano questo diritto”; in risposta alle leggi che lo restringeranno si è impegnato a difendere la possibilità per le donne di recarsi negli Stati in cui l’aborto continuerà ad essere praticato; si è impegnato a diffondere la contraccezione e ha dato la sua parola che garantirà l’accesso al mifepristone (utilizzato nell’aborto farmacologico) “per porre termine in modo sicuro a gravidanze in fase iniziale”.

Non più serena la Presidente della Camera dei Rappresentanti Nancy Pelosi (“è una disgrazia”), la quale si è detta triste che “le ragazze avranno meno diritti delle loro madri e nonne”. La Speaker cattolica che, lo ricordiamo, proprio a motivo delle sue posizioni pro-choice non è più ammessa alla Comunione per recente decisione dell’Arcivescovo Cordileone , ha usato, nel suo stile, toni più combattivi (“i repubblicani hanno lanciato una crociata contro i diritti sanitari delle donne”), ed ha assicurato di “avere un piano” perché “i repubblicani tramano di mettere al bando l’aborto in tutta la nazione”.

In attesa di questo fantomatico “piano”, al momento le tre punte di lancia del fronte abortista statunitense, Planned Parenthood Federation of America (la principale rete di cliniche abortiste), NARAL Pro-choice America e Liberate Abortion Campaign (coalizione che raccoglie oltre centocinquanta tra organizzazioni, gruppi e cosiddetti “fornitori di aborto”), stanno mantenendo un basso profilo, avendo rilasciato unicamente un comunicato congiunto dai toni tiepidi per dissociarsi da ogni forma di protesta violenta.

Anche Biden in effetti aveva, si può dire, scongiurato di mantenere pacifiche le proteste.

Già dalla sera di venerdì migliaia di manifestanti pro aborto sono scesi in strada in numerose città americane per manifestare la propria contrarietà alla sentenza. Le proteste si sono svolte generalmente, al netto della visibile rabbia, in modo pacifico, secondo quanto aveva chiesto il Presidente, ma si sono registrati sporadici episodi di vandalismo ed interruzione del traffico.

Momenti di maggiore tensione si sono verificati a Phoenix, in Arizona, dove, da un’affollata manifestazione, alcuni gruppi hanno tentato di entrare con la forza nel parlamento, nel quale si stavano svolgendo i lavori dell’aula. I riottosi sono stati dispersi dalla polizia lasciando dietro di sé danni ad edifici e monumenti storici e la paura nei membri del Senato rimasti “ostaggio” per qualche tempo del tentato assalto.

E mentre con tutta probabilità in alcuni Stati saranno a breve introdotte restrizioni o la completa messa al bando dell’aborto, i Governatori di Oregon, California e Washington hanno rilasciato un “Impegno Multi-Stato” per la difesa dell’accesso alla salute riproduttiva, comprendente naturalmente aborto e contraccezione, allo scopo di “proteggere pazienti e medici dai tentativi di altri Stati di esportare l’abolizione dell’aborto”. Gli Stati della costa occidentale intendono dunque accogliere le donne del resto del Paese che richiedano l’interruzione di gravidanza divenendone, come dicono gli americani, un “santuario”.

Analogamente il Governatore di New York Kathy Hochul ha dichiarato che il suo Stato “sarà sempre un porto sicuro per coloro che cercano l’accesso alle cure abortive”.

Nei prossimi giorni sapremo se la protesta monterà sempre più, riproducendo gli scenari di violenza e città messe a ferro e fuoco che seguirono nell’estate del 2020 la morte di George Floyd, o se invece scemeranno lasciando in strada solamente i pochi militanti irriducibili. Quel che è certo è il livore e la tangibile frustrazione del mondo pro-choice americano che curiosamente nelle ore immediatamente successive alla sentenza della Corte Suprema ha fatto impennare dell’850% le ricerche Google per “come trasferirsi in Canada dagli USA”.

Il Primo Ministro canadese Justin Trudeau, paladino del progressismo, dettosi profondamente colpito dal “devastante passo indietro”, li accoglierà senza dubbio a braccia aperte. A differenza dei nascituri.

Samuele Salvador

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