[Estratto da “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa” n. 1/2026 dal titolo generale “I traumi storici della cristianità. Nel centenario dei Cristeros (1926-2026)” – VEDI QUI]

La Cristiada e i cristeros[1]non sono noti quanto meriterebbero. Non è facile incontrare non dico chi abbia letto, ma anche solo chi conosca l’esistenza di questa pagina della storia. Lo storico franco-messicano Jean Meyer[2] nel corso delle sue ricerche incontrò l’ignoranza totale di essa proprio là dove era stata scritta.

«Sono arrivato in Messico nel 1965, avevo 22 anni; in quel momento il conflitto religioso nella sua tappa armata – che ebbe l’apice tra il 1926 e il 1929 – era un avvenimento ancora recente. Se poi si tiene conto che una piccola guerriglia continuò fino al 1940, quando la Chiesa delegittimò ogni sollevazione armata per motivi religiosi, beh, si capisce che il tema Cristiada era ancora molto sensibile nella memoria di tutti. […] Non solo la Chiesa non ne parlava in pubblico, ma non ne parlava neppure nei seminari; nella stessa storia della Chiesa messicana il capitolo Cristiada era evitato, o toccato con una prudenza tale che si cadeva nel ridicolo storico. Ricordo la mia sorpresa, nel 1968, a Pontegrande, nel Jalisco; lì, in questo Stato che divenne l’epicentro della sollevazione armata, c’era il seminario della Compagnia di Gesù dove io andavo a lavorare, perché era dotato di un grande archivio, che i gesuiti mi avevano aperto molto generosamente, diversamente dal Governo, che allora non mi aveva permesso di vedere nessun archivio, e diversamente anche dalla Chiesa nei suoi livelli di ufficialità. Un giorno si sono avvicinati dei giovani studenti e mi hanno chiesto perché passavo tutti i fine settimana chiuso, lavorando su testi, fogli, documenti. Cominciai a parlare con loro raccontandogli del mio lavoro di ricerca sulla Cristiada e mi sono accorto che non sapevano assolutamente nulla, nulla, pur vivendo in una regione che è stata uno degli epicentri di questa eruzione armata. Allora, con il permesso del prefetto, ho fatto una conferenza per i seminaristi. Anche in questa occasione sono rimasto esterrefatto della loro totale ignoranza dell’argomento. Questo per dirle come erano le cose trent’anni fa»[3].

«[…] in Messico, la Chiesa ha manifestato una prudenza esagerata, al punto da non rimettere mai sul tappeto la nuova situazione. Il risultato è stato quasi all’altezza delle direttive del delegato apostolico, nel 1929, a proposito degli accordi: “Proibizione per i cattolici di scrivere, parlare e pensare sulla questione”»[4].

Eppure la «questione» costituisce un unicum nella storia del XX secolo e forse nell’intera storia della cristianità, intesa come famiglia di nazioni cristiane per cultura e civiltà, pur nella differenziazione etnica, linguistica, di costume, istituzionale, sociale ed economica.

Infatti, diversamente dall’analoga esperienza spagnola, che segue esattamente di un decennio quella messicana e che pure interessa un triennio (1936-1939), unico attore è in realtà il popolo messicano, il popolo credente. Né l’esercito né formazioni politiche strutturate né fronti culturali e politici contrapposti e neppure la Chiesa e la sua gerarchia vi giocano un ruolo significativo, come invece accade in Spagna. L’unico precedente davvero assimilabile, quale insorgenza cattolica spontanea contro un governo tirannico e persecutore, è quello vandeano[5], che però ha avuto dimensione regionale e non nazionale.

Inoltre, costitutiva dell’assoluta peculiarità di quanto accaduto in Messico nella storia della cristianità è la volontaria sospensione, da parte dell’autorità ecclesiastica messicana, d’ogni celebrazione di culto pubblica: Messa, amministrazione dei sacramenti, funerali. Una sorta d’inaudita «serrata» ecclesiastica, che sarà la causa «prossima prossima» dell’insorgenza del popolo cattolico e della conseguente Cristiada.

Ma come spesso accade, prima o poi anche la più spessa crosta del silenzio e dell’oblio può essere spezzata. E non solo per gli specialisti o i cultori d’un certo topos della storia. Nel 2012 ha visto la luce un film, For a greater glory[6], che ha contribuito non poco a far conoscere Cristiada e Cristeros. Dopo due anni d’inspiegabile assenza, nell’autunno del 2014, grazie allo sforzo che non è esagerato definire eroico d’una casa cinematografica indipendente, la Dominus Productions, che ne ha curato il doppiaggio professionale in italiano, è stato finalmente programmato nelle nostre sale cinematografiche con il titolo di Cristiada[7].

Scopo di questo scritto, però, non è tanto quello di narrare la Cristiada, quanto quello di discuterne la legittimità in rapporto alla causa che gl’insorgenti intendevano difendere, e cioè la sua coerenza morale con la fede per la quale dicevano di battersi; infine cercare di capire se il sangue versato è scorso inutilmente.  

1. Gli eventi prossimi alla Cristiada costituiscono un periodo di cui si tace o minimizza la curvatura ostile alla presenza pubblica della Chiesa cattolica, dovuta all’egemonia massonico-liberale instauratasi progressivamente dopo l’indipendenza dalla madre-patria spagnola (1821), che invece aveva avuto un forte carattere cattolico, e che nei suoi propositi (il cd Plan de Igual[8]) rifletteva la filosofia politica classica, naturale e cristiana, tale che, se non fosse anacronistico, si potrebbe legittimamente dire ispirato dalla Dottrina Sociale della Chiesa. Ma nel corso del XIX secolo, come dicevo, si afferma un potere più che anticlericale antiecclesiale, ma ancor di più cristofobico piuttosto che semplicemente (si fa per dire) ateo. La dimensione anti-cristiana si manifesta nel dettato della costituzione del 1917, detta carranzista, dal nome del presidente José Venustiano Carranza Garza (1859-1920), che sviluppa e condensa giuridicamente la «Rivoluzione messicana», anticipando in molti punti la costituzione sovietica.

Questa costituzione – tutt’ora vigente –, in particolare con cinque articoli, separa (separazione ostile) radicalmente la Chiesa dallo Stato, costringendola ad uno status giuridicamente inferiore anche a quello di comuni associazioni private. L’intento è precisamente di reciderne le radici sociali, confinando la fede e le sue manifestazioni in una dimensione, più che privata, «nascosta» e comunque soggetta a controlli e autorizzazioni amministrative particolarmente vessatori. Esemplari sono l’art. 3, che esclude la religione da ogni programma scolastico e vieta alla Chiesa, al clero e alle «corporazioni religiose» qualsiasi tipo d’insegnamento, l’art. 5, che proibisce ordini e voti religiosi, e l’art. 130 che proibisce i partiti «confessionali», nega ogni diritto elettorale ai «ministri del culto», stabilisce un numero chiuso per il clero (in alcuni Stati, in esecuzione di tale disposizione, viene ammesso un sacerdote ogni centomila abitanti), che può essere composto solo da uomini di nazionalità messicana, istituendone un’anagrafe civile.

Esse sono la causa della sostanziale sospensione culto cattolico in Messico al quale ho già fatto cenno, e quindi dell’insorgenza armata cristera.

Intanto, s’intensificano le violenze di «base», che culminano nel sacrilego attentato alla Madonna di Guadalupe nel 1921: la tilma solo per miracolo rimane integra.

2. La svolta decisiva si ha con la presidenza Calles, il «Nerone messicano»[9].

Nel 1924, il massone ed ex brigante[10] Plutarco Elias Calles diventa presidente e «padrone» del Messico. Sostiene che «la Chiesa è l’unica causa delle disgrazie del Messico», e coerente con questa sua convinzione, «[…] vota alla Chiesa un odio mortale e appassionato, egli si appresta a condurre il combattimento contro di essa in maniera mistica e apocalittica [Jean Meyer]»[11].

Gli sforzi del capo del governo per l’applicazione letterale e rigorosa del dettato costituzionale contro la Chiesa in Messico culminano nell’approvazione il 14 giugno 1926 della così detta Ley Calles, promulgata il 2 luglio. Essa prevede «anzitutto la chiusura definitiva di monasteri, conventi e scuole religiose e l’immediata trasformazione di alcuni edifici sacri in carceri o sale da ballo, o scuderie. I preti avevano l’obbligo di registrarsi civilmente e di esercitare il ministero solo all’interno delle chiese […]. C’era una multa per i sacerdoti che indossavano l’abito ecclesiastico fuori dalle chiese […] e anche per chiunque facesse suonare le campane. Tutti i sacerdoti dovevano giurare di non fare proselitismo. Insegnanti, operai e contadini dovevano essere davanti all’alternativa: o Cristo o il lavoro. Nella città di Guadalajara su quattrocento insegnanti, trecentottantanove preferirono perdere il posto di lavoro. […] un certo generale Gonzales […] emanerà questo decreto: “Chiunque farà battezzare i figli o contrarrà matrimonio religioso o si confesserà sarà trattato da ribelle e fucilato»[12]. Una delle disposizioni insieme più ridicole epperò rappresentative dello spirito della legge, è l’obbligo di battezzare con acqua corrente per ragioni igieniche. La situazione della Chiesa e del culto cattolico diventa impossibile. Il semplice possesso di un’immagine sacra può costare la libertà, se non la vita, come avverrà sistematicamente durante l’insorgenza cristera.

3. La goccia che fa traboccare il vaso della pazienza e della mitezza cristiane è l’esecuzione forzata della nazionalizzazione delle chiese, dei conventi e di ogni edificio religioso. Il popolo cattolico, prevalentemente contadino, reagisce e si solleva in (poche e rudimentali) armi nell’agosto 1926, dopo che i diversi organismi in cui spontaneamente s’era articolato il popolo cattolico nella Lega Nazionale per la Difesa della Libertà Religiosa, che risponde alla promulgazione della Legge proclamando l’OLB, la strategia dell’Oraciòn, del Luto (i cattolici indossano il lutto per la morte della libertà religiosa), del Boicote (boicottaggio economico di tutto quanto fosse statale, dalle lotterie ai monopoli del fumo e dell’alcol, ai mezzi di trasporto, alle banche di proprietà pubblica dalle quali ritirano i propri risparmi). Vengono raccolte in poche settimane due milioni di firme (una cifra immensa in un Paese di diciassette milioni di abitanti, con un alto tasso di analfabetismo) in calce ad una petizione motivata, redatta da eminenti giuristi, con la quale si chiede al Parlamento di sospendere l’esecuzione della Legge. Il Parlamento la dichiara irricevibile con un solo voto contrario. Che cosa rimane ai fedeli cattolici, dunque, per difendere la libertà di vivere la fede?

A loro volta, i vescovi messicani ancora presenti nelle loro diocesi, dopo una lunga serie di proteste e di appelli affinché fosse rispettata la libertà religiosa, proclamano dal 31 luglio 1926, alla vigilia dell’entrata in vigore della Ley Calles, la citata sospensione pubblica del culto cattolico su tutto il territorio nazionale. Misura inaudita, mai adottata prima, mai finora replicata, in tutta la storia della cristianità. I tabernacoli vengono svuotati, le chiese serrate.

4.  L’insorgenza armata, le sue ragioni e prospettive

Furono le autorità sociali[13] a giudicare questo estremo rimedio l’unica possibile risposta ad un’intollerabile tirannia, alla quale non era lecito rassegnarsi perché negava diritti fondamentalissimi, nonché il principale bene civile: la libertà di vivere e praticare la fede nella propria patria[14]. Tale giudizio era, inoltre, confortato da una ragionevole speranza di successo – ed infatti sul campo i cristeros non furono mai sconfitti –, e dalla convinzione che la situazione fosse ormai giunta ad un punto tale che non si potesse riconoscere più alcuna pace sociale che meritasse d’essere comunque conservata. E a questi homines virtuosi neppure sembrava di trovarsi nelle condizioni di dover paventare un peggioramento delle condizioni di vita della Chiesa e dei cattolici a causa dell’insorgenza armata (ed infatti, dopo la Cristiada, sia pur lentamente, le cose sono andate sempre migliorando), che appariva ormai l’unica alternativa alla resa, e quindi allo sradicamento forzoso del culto cristiano dal Messico[15].

Credo sia difficile reperire una sintesi dei motivi che resero in sostanza necessaria la Cristiada più puntuale della seguente testimonianza. 

«Il 31 Luglio del 1926, alcuni fecero sì che Dio nostro Signore si assentasse dai suoi templi, dai suoi altari, dalle case dei cattolici; ma altri fecero sì che vi ritornasse. Costoro non considerarono che il governo contava su innumerevoli soldati, armi e denaro incalcolabile; non lo videro. Quel che videro fu la difesa del loro Dio, della loro Religione, di sua Madre la Santa Chiesa, questo fu quello che videro. Non importava a quegli uomini di lasciare i propri genitori, i loro figli, le loro donne e quanto avevano; andarono sui campi di battaglia a cercare Dio nostro Signore. I torrenti, le montagne, i boschi, le colline sono testimoni che quegli uomini parlavano al nostro Dio e Signore, gridando il santo nome “Viva il Messico!”. Quei luoghi sono testimoni che quegli uomini irrigarono il suolo col loro sangue e che, non contenti di questo, diedero la loro stessa vita affinché Dio nostro Signore tornasse, e il nostro Dio, vedendo che quegli uomini lo cercavano in realtà, ebbe la bontà di tornare alle sue chiese, ai suoi altari, alle case dei cattolici, come possiamo vedere oggi»[16].

Gl’insorti si considerano membri di un Esercito Liberatore o Guardia Nazionale, la cui insegna è, con il Cuore di Gesù e l’immagine dalla Madonna di Guadalupe, Dios, Patria y Libertad. E Cristiada viene chiamata la loro epopea, con riferimento al classico poema epico in sei cantiche sulla vita di Gesù Cristo La Cristiade[17], che ebbe largo corso nel mondo ispanico nel secolo XVI e nei successivi. Lo spirito che li anima è ben illustrato dal loro giuramento.

«Io, N. N., prometto solennemente, sulla mia parola di uomo e sul mio onore di cavaliere, e giuro davanti a Dio, Giudice Supremo, che terrà conto di tutti i miei atti, e davanti a nostra Madre e Regina Santa Maria di Guadalupe, Patrona dell’Esercito Liberatore: di operare con ogni entusiasmo per la nobile causa di Dio e della Patria e di lottare fino a vincere o a morire, nell’adesione al piano del Movimento liberatore.

«[…] Prometto e giuro, infine, per la salvezza eterna della mia anima, di comportarmi da vero cristiano e di non macchiare la santa Causa che difendiamo, con atti indegni»[18].

Bisogna essere sordi nati per non avvertire l’eco della tempra morale e cavalleresca dei conquistadores.

Contro la Cristiada «“L’esercito federale” scrive il generale Luis Garfias (1880-1948) “ha condotto una guerra senza pietà. Non faceva prigionieri, i civili venivano presi in ostaggio e molti fra loro fucilati. La tortura era sistematica, molti villaggi furono rasi al suolo” […] uno stato che esponeva i cadaveri e fotografava con compiacimento i propri orrori […] i rivoluzionari ritenevano che tutto fosse permesso contro il nemico della Rivoluzione»[19].

5. Tornando per un momento alla questione della liceità morale della decisione d’insorgere e della conseguente guerra, va osservato ch’esse vanno valutate col senno ex ante, sebbene quello «di poi» aiuti a capire meglio. Da questo punto di vista, rivelatore dello spirito dominante nei cristeros è il fatto che nessuno di essi si sia trasformato, dopo la guerra, in bandito di strada. Dall’Esercito Liberatore non sono usciti briganti, come spesso accade in simili circostanze agli «sconfitti» (le virgolette significano la peculiarità della sconfitta cristera, non avvenuta sul campo). La loro devozione e il loro spirito di crociata erano autentici. Ed è con questo spirito che prendono la «decisione in prima persona», come sopra descritta. Fu proprio prudente? Si può discutere, ma certamente non fu avventata, né priva di ragioni. I vescovi messicani e la Santa Sede non hanno mai condannato l’insorgenza.

«Né si dica che potrebbero i cattolici unirsi e organizzarsi a tentare una difesa per le vie legali; perché ogni associazione di fedeli per un tale fine è strettamente vietata dalla legge Calles con le pene più gravi (artt. 10-16); sicché non resta alle masse che non vogliono sottostare alla tirannia o non sono più frenate dalla pacifica predicazione del clero, che la ribellione violenta»[20].

«Fanno molto male quelli che, credendo di difendere la dottrina cristiana, disapprovano il movimento armato dei cattolici messicani. Per difendere la morale cristiana non è necessario ricorrere alle menzogne di certe false dottrine pacifiste. I cattolici messicani stanno usando di un diritto e compiendo un dovere»[21].

5.1 È tuttavia vero che la Santa Sede e buona parte dell’episcopato vivono con un certo disagio e persino imbarazzo la guerra cristera, e si potrebbe dire che non vedano l’ora che essa finisca. Difatti, non appena se ne presenta l’occasione e nonostante l’armata cattolica sia in una posizione di forza[22], impongono gli accordi (arreglos) con il governo, cui con grandissimo e sofferto spirito di obbedienza i comandanti, i soldati e il popolo cristero si sottomettono. E forse perché ammaestrate da questa esperienza, dieci anni dopo le gerarchie ecclesiastiche si sarebbero regolate diversamente circa la Cruzada spagnola. Gli arreglos si rivelano una vera trappola.

Però solo quattordicimila armati, su circa cinquantamila invitti, riconsegnano il proprio fucile, quasi avvertendo di non dover avere troppa fiducia né nei confronti dei federali né, forse, nelle capacità di discernimento dei loro pastori. E non a torto, verrebbe da dire, dato che, subito dopo lo scioglimento dell’Esercito Liberatore, inizia una persecuzione durissima e feroce, una vera e propria caccia all’uomo cristero. I più fiduciosi tra ufficiali e soldati cattolici vengono presi casa per casa: si calcolano in circa millecinquecento gli uccisi dopo gli arreglos, a guerra finita.

6. Provo ora a tirare le fila del discorso, di fare unità tra i fatti e il loro significato, affinché possano dirci, se ne hanno da dire, qualcosa per il nostro oggi.

6.1. Natura della guerra cristera

Essa fu guerra «religiosa»[23] e non di classe[24], come qualcuno sostiene, ritenendo quella religiosa una mera sovrastruttura di un conflitto che opponeva il popolo contadino alla borghesia cittadina.

Le motivazioni religiose o anti-religiose furono in fin dei conti sincere da entrambe le parti.

Una di queste è costituita dal popolo messicano, articolato in tutte le sue classi, come risultato dalla Conquista e dalla successiva evangelizzazione, come erede della realtà della civiltà indo-cristiana e del suo effettivo radicamento, popolo che vuole rimanere fedele a tale eredità ed identità, nelle quali riconosce la propria patria.

Dall’altra, c’è una potente minoranza liberal-massonica, sempre più radicale fino ad assumere tratti giacobini e quindi filo-socialisti, che invece ritiene l’identità cattolica e la presenza della Chiesa fattori di arretratezza e impedimento allo sviluppo e al progresso della patria. Questa minoranza ha cercato d’imporre con la forza – è la temperie dell’epoca – al popolo messicano quella «riforma» del senso comune nazionale che tanti si attardano a rimpiangere come obiettivo mancato da tutte le «rivoluzioni» italiane, da quella umanistica non cristiana a quella risorgimentale, fino alla cosiddetta Resistenza.

6.2. In Messico, dunque, si svolge con la modalità accelerata e cruenta un episodio forse periferico della Rivoluzione anti-cristiana in Occidente. Rivoluzione la cui cifra è sempre, in ultima analisi, religiosa, anche quando assume tratti politici, o socio-economici, o morali e culturali.

6.3. La guerra cristera, allora, ci dà l’ennesima conferma che, contro ogni facile e in fondo tranquillizzante, ma strutturalmente falso, ottimismo, nella storia agiscono – e non in ruolo marginale – anche i nemici di Dio[25] e quindi della religione, specialmente dell’unica vera religione.

Tale inimicizia può avere radici così profonde, e perciò imperscrutabili, da rimandare al mysterium iniquitatis – che vuol liberarsi di chi lo trattiene (2 Ts 2,7) – dell’«invidia» di Dio, del nietzscheano «perché non sono io Dio?». O più banalmente può essere la reazione insofferente dell’umanità-Pinocchio, preda di orgoglio e sensualità, contro la Chiesa-Grillo parlante. In ogni caso, è difficile negare questa presenza e il processo storico che ha instaurato, costringendo l’Occidente fuori dai confini della civiltà cristiana.

E se questa inimicizia, come in Messico, ha spesso impugnato le armi, ha affilato le ghigliottine, ha aperto i lager e i GULag, ha provato a recidere con la forza, con le leggi e con atti amministrativi le radici sociali della religione, non vuol dire che essa si sia acquietata quando opera con modi diversi, se la battaglia da militare diventa culturale, e spesso si serve dell’arma del dileggio, come ha ricordato Papa Benedetto XVI (1927-2022) a Londra[26]. Che in Messico dello scontro tra questa inimicizia e i fedeli si sia trattato, lo dimostra il fatto che vi sono stati dei martiri, e non nel senso giornalistico, ma teologico del termine[27]. Se vi sono dei martiri – e vi sono stati[28] – vuol dire che qualcuno ha ucciso in odium fidei e che le vittime, senza cercarla, senza aver agito temerariamente, ed in perfetto spirito di amore e perdono, hanno accettato l’uccisione per la fede, spesso con modalità crudeli, precedute da feroci torture, magari solo per essersi rifiutati di gridare, come veniva loro richiesto sotto minaccia appunto di morte, «abbasso Cristo Re! viva il diavolo!».

6.4. La Rivoluzione anti-cristiana vuole sradicare dalla società la religione. Se l’ideale sarebbe la sua totale cancellazione in un mondo ateo, completamente libero da ogni vincolo morale e radicalmente egualitario, in cui sia eliminata ogni differenza, in ultimo anche quella sessuale, essa si accontenta anche solo di toglierle rilevanza pubblica e libertà, fino a censurare l’annuncio e a pretendere di controllare la dottrina, la struttura e la disciplina della Chiesa.

In Messico capirono, pur sapendo ben distinguere tra Dio e Cesare, che con la sua totale interiorizzazione presto la fede sarebbe avvizzita e la Chiesa cancellata in modo indolore o quasi. Se è vero che il Regno non è di questo mondo, e che lo scopo dell’evangelizzazione non è in quanto tale una società cristiana, è pur vero che nell’età di mezzo tra l’Incarnazione e la Parusia il Corpo mistico di Cristo vive anche in questo mondo, e che in una società ostile l’annuncio si fa difficile, se non impossibile[29]. Se per assurdo – assurdo teologico, non storico – tutti i testimoni della Risurrezione fossero stati subito eliminati, noi non ne sapremmo niente. Ci sono vasti territori che si affacciano sul Mediterraneo, che furono culla del Vangelo e dell’evangelizzazione e dove oggi la sua voce non risuona più o quasi[30]. E poiché fides ex auditu (Rm 10,17), ciò significa la sua estinzione.

I cattolici messicani ritennero che questo fosse il prezzo della pace, e decisero che non poteva essere pagato. Sbagliarono? Certo si è che oggi nel Messico la fede è ancora annunciata, e Guadalupe è la seconda meta di pellegrinaggio nel mondo dopo Lourdes. È merito loro? Senza la Cristiada avremmo avuto e avremmo un altro panorama storico? È difficile dirlo. È però da dire che la mitezza cristiana non va confusa con l’arrendevolezza, la passività flaccida e l’accidia, quando non con la viltà. La possibilità di vivere e annunciare liberamente la fede, di non costringere all’eroismo chi intenda praticarla non nel segreto della propria stanza, ma gridarla sui tetti come il Signore Gesù chiede (Mt 10,27), è un bene troppo grande, come ha ribadito Papa Benedetto XVI nel Messaggio per la Giornata della Pace del 2011[31], per sacrificarlo volontariamente, o rimanere passivi mentre viene negato e confiscato. Esso impone che si reagisca ogni volta che venga minacciato, fino a non accontentarsi della Libertas Ecclesiae, ma puntando anche alla sua (libera, spontanea) exaltatio. Il silenzio sul punto è sempre colpevole.

Altra questione è la scelta dei mezzi; ma «Ci sono casi in cui la lotta armata è una realtà inevitabile a cui in circostanze tragiche non possono sottrarsi neanche i cristiani»[32].

Questo è l’oggi dell’epopea cristera. Ci hanno dato un esempio – e ce l’hanno potuto dare per le radici profonde della loro fede, affondate nella loro storia più remota – che supera ogni storica contingenza: Nostro Signore e la sua Santa Madre, la fede, la Chiesa, sono le sole realtà per le quali vale la pena di vivere. E quindi anche di morire. Nessuna pace, né morale, né materiale, merita che per essa vengano sacrificate o rinchiuse nella coscienza del credente come in un ghetto.    

Giovanni Formicola

(Immagine: Mexico_Flag_(Cristeros), Jorge Compassio, Public domain, via Wikimedia Commons)


[1] Semplificazione di cristoreyes, appellativo con il quale veniva dileggiato il loro grido di guerra e di morte, Viva Cristo Rey!

[2] Francese naturalizzato messicano nel 1979, può essere considerato lo storico della guerra cristera, di cui ha contemporaneamente svelato e custodito la memoria con la sua monumentale opera, iniziata come tesi di dottorato e pubblicata dieci anni dopo in tre volumi, La Cristiada, Tusquets Editores, Mexico 1975, che fino al 2000 ha avuto venti edizioni, ma mai tradotta in italiano.

[3] Alver Metalli, Fuori dall’oblio della Chiesa: la rivolta dei “cristeros”, intervista a J. Meyer, in https://www.mariadinazareth.it/Martiri/martiri%20in%20messico2.htm, novembre 2001 (visitato il 19 gennaio 2026).

[4] J. Meyer, Quando la storia è scritta dai vincitori. Insurrezione vandeana e rivolta dei cristeros messicani: due sollevazioni popolari escluse dalla storia ufficiale e dalla memoria nazionale, trad. it. in AA.VV., La Vandea, Corbaccio, Milano 1995, p. 239.

[5] Cfr. AA. VV., La Vandea, cit. e soprattutto lo studio dello storico francese Reynald Secher, tradotto in italiano, Il genocidio vandeano, con una prefazione di J. Meyer e una presentazione di Pierre Chaunu (1923-2009), effedieffe, Milano 1989.

[6] Il titolo richiama quello del romanzo dello scrittore inglese Graham Greene (1904-1991), The power and the glory (trad. it. Il potere e la gloria, Mondadori, Milano 1971), in cui si narra la drammatica storia, nel Messico della persecuzione anticattolica successiva alla Cristiada, d’un sacerdote alcolista e peccatore in fuga da un tenente dell’esercito federale che gli dà la caccia per ucciderlo, e che si riscatta con un atto di fedeltà al suo ministero pur nella consapevolezza che gli sarebbe costato, come effettivamente gli costerà, la vita.  

[7] Regia di Tim Wright. Il film è una ricostruzione storicamente soddisfacente e assai spettacolare dell’accaduto e dei suoi esiti, inizialmente quasi nulli, ma poi, di certo, anche in forza del sangue dei martiri, tali da consumare l’anti-cristianesimo di Stato, non senza altre sofferenze e persecuzioni per i fedeli.

[8] Autore ne è Il militare e uomo politico Augustín de Iturbide (1783-1824), che proclama l’indipendenza del Messico il 24 febbraio 1821,

[9] Cfr. Antonio Maria Sicari, Il quattordicesimo libro dei Ritratti di santi. Beato Michele Agostino Pro [1891-1927], Jaca Book, Milano 2016, pp. 111-126 [p. 114].

[10] Ibidem.

[11] Cit. in La Cristiada e i cristeros, reperibile in http://www.reginamundi.info/Cristeros/scaricabile.asp.

[12] A. M. Sicari, op. cit., p. 115-116.

[13] Per autorità sociale intendo chiunque, anche se non rivesta cariche istituzionali o di rappresentanza, cioè non sia titolare di potere formale, trovi séguito spontaneo nel popolo. «La valutazione delle condizioni che giustificano una rivoluzione dev’essere fatta dagli uomini migliori per virtù, prudenza e competenza, che s. Tommaso [1225-1274] chiama “homines virtuosi” [«oggi questi uomini si potrebbero chiamare leaders»], realmente mossi dal bene comune» (Reginaldo Maria Pizzorni O. P. [1920-2014], Filosofia del diritto, Pontificia Università Lateranense-Città Nuova Editrice, Roma 1982, p. 407, la citazione tra parentesi quadra è ibidem, nota 35). Sempre sullo stesso argomento, cfr. la definizione da parte dei vescovi spagnoli nella loro Lettera collettiva ai vescovi di tutto il mondo, dell’1 luglio 1937, «il complesso delle autorità sociali e degli uomini saggi, che costituiscono il popolo nella sua organizzazione naturale e nei suoi migliori elementi».

[14] Sul diritto di resistenza e d’insorgenza anche armata, cfr. R. Pizzorni, op. cit., pp. 396-427, con specifico riferimento al caso messicano. «[…] In teoria la resistenza armata è lecita soltanto come ultima ratio, quando non vi sia altro mezzo per la salvezza della società. In pratica però la sua legittimità dipende dalle particolari e molteplici circostanze storiche ed ambientali, dalle quali si dovrà giudicare dell’opportunità di ricorrervi. Al riguardo notiamo come i Vescovi messicani evitando di pronunciarsi direttamente per la rivoluzione l’approvarono implicitamente dichiarando che i laici “hanno il diritto di difendere con la forza i diritti inalienabili che non possono difendere con mezzi pacifici” [Cfr. Déclaration des evéques au président Calles, in America, 14 maggio 1927, p. 99]» (Ibid., p. 419, il riferimento tra parentesi quadra è ibidem, nota 54).

[15] Sono queste le altre condizioni di legittimità dell’insorgenza armata, che in loro presenza diventa addirittura doverosa secondo il migliore insegnamento della teologia morale sociale. «[…]si ista concurrerent quod haberent causam iustam et potentiam, et non esset detrimentum boni communis, moverent seditionem rationabiliter, et peccarent si non moverent» [«se tutte queste condizioni concorressero, cioè che la causa fosse giusta e si avesse la forza per difenderla, e che non ci fosse detrimento per il bene comune, ragionevolmente s’insorgerebbe contro il potere costituito, e anzi si peccherebbe se non s’insorgesse»] (Petrus de Alvernia [1240-1304], Continuatio Sancti Thomae in Politicam, liber V, l. 1, n. 4, consultabile all’indirizzo http:// www. corpusthomisticum. org/ xpo05.html).

[16] Francisco Campos, cristero del Durango, lettera a Jean Meyer (1970?), cit. in Idem, La Cristiada, Editorial Clio, Messico 1997, vol. III, pp. 314-315.

[17] Cfr. Marco Gerolamo Vida «da Cremona» (1485-1566), La Cristiade.

[18] Cit. in Luis Alfonso Orozco Martinez LC, Jesùs Degollado Guizar [fine XIX secolo-1957]; l’ultimo generale cristero, in Nova Historica, rivista internazionale di storia, anno VII, n. 25, 2008, pp. 56-73, p.64.

[19] J. Meyer, Quando la storia è scritta dai vincitori, cit., p. 243. «Rivoluzionari» per Meyer – e più correttamente rispetto a p. Pizzorni – sono i detentori del potere tirannico, non gl’insorgenti.

[20] L’Osservatore Romano, 11 agosto 1926, cit. in Juan Gonzàlez Morfìn, «L’Osservatore Romano» e la guerra cristera,in Nova Historica, cit., pp. 74-87, pp. 75-76.

[21] P. Arthur Veermersch S.J. [docente di teologia a Lovanio e alla Gregoriana, 1858-1936], 1927, cit. in J. G. Morfìn, La liceità morale della guerra dei Cristeros, in Cultura & Identità, Anno III, n. 9, 2011, pp. 74-87, p. 80.

[22] «De ganada la perdimos; en el 21 de junio se hicieron los mentados arreglos del conflicto religioso [Da vinta la perdemmo: il 21 giugno 1929 si fecero i cosiddetti arreglos del conflitto religioso» (F. Campos, Lettera a J. Meyer del 2 agosto 1967, cit. in Idem, La Cristiada. La guerra de los cristeros, Siglo XXI, Città del Messico 1994, p. 337. Traduzione mia).

[23] Sebbene d’un tipo particolare: per difendere la propria religione, la libertà di professarla e viverla, e la sua rilevanza anche sociale, non per imporla.

[24] Cfr. Massimo Introvigne, I cristeros: fu davvero guerra di religione. Una recensione di Matthew Butler, Popular Piety and Political Identity in Mexico’s Cristero Rebellion. Michoacán, 1927-29(Oxford University Press, Oxford – New York 2004), in Cristianità, organo ufficiale di Alleanza Cattolica, n. 330-331, 2005, http://www.alleanzacattolica.org/indici/articoli/introvignem330_331b.htm.

[25]«La propaganda tenace ed i costanti sforzi dei nemici di Gesù Cristo fanno pensare che questi abbiano voluto fare in Spagna la prova estrema delle forze dissolvitrici, a loro disposizione, sparse in tutto il mondo» (Pio XII, Radio Messaggio alla nazione spagnuola, del 16 aprile 1939, in Insegnamenti pontifici, a cura dei Monaci di Solesmes, vol. V, La pace internazionale, edizioni Paoline, Roma 1962, p. 236).

[26] «Nella nostra epoca, il prezzo da pagare per la fedeltà al Vangelo non è tanto quello di essere impiccati, affogati e squartati, ma spesso implica l’essere additati come irrilevanti, ridicolizzati o fatti segno di parodia» (Benedetto XVI, Discorso alla veglia di preghiera per la beatificazione del cardinale John Henry Newman [1801-1890], del 18 settembre 2010, http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2010/september/documents/hf_ben-xvi_spe_20100918_veglia-card-newman.html).

[27] «Nel nostro secolo, questa […] verità è stata suggellata con la morte dei martiri messicani, che la Chiesa oggi eleva alla gloria degli altari: “Con il sangue della sua croce” anch’essi hanno testimoniato Cristo come Re e hanno proclamato il suo regno per l’intera loro patria, che in quel tempo era messa alla prova da una sanguinosa persecuzione. […] Ringraziamo il Padre! Ringraziamolo per i cinque secoli dell’evangelizzazione del continente americano. Ringraziamolo per la Chiesa nel Messico, per il popolo cristiano, per la nazione e per l’intero paese» (S. Giovanni Paolo II, Omelia nella Messa per la beatificazione di 25 martiri messicani, 22 novembre 1992, http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1992/documents/hf_jp-ii_hom_19921122_beatificazioni.html). «[…] Cristóbal Magallanes e i suoi 24 compagni, martiri nel primo trentennio del XX secolo […] quando la persecuzione religiosa aumentò nell’amata terra messicana, scatenando un odio per la religione cattolica. Tutti accettarono liberamente e serenamente il martirio come testimonianza della propria fede, perdonando in modo esplicito i loro persecutori» (Idem, Omelia nella Messa di canonizzazione dei 25 martiri messicani, 21 maggio 2000, http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/2000/documents/hf_jp-ii_hom_20000521_canonizations.html).

[28] Il 25 settembre 1988 è stato beatificato p. José Ramòn Miguel Agustin Pro Juarez SJ (1891-1927); il 12 ottobre 1997, p. Elia del Soccorso (Matteo Elia Nieves Castillo, 1882-1928); il 21 maggio 2000 sono stati canonizzati venticinque martiri, ed altri tredici sono stati beatificati il 20 novembre 2005, tra questi ultimi, oltre il citato Anacleto Gonzàlez Flores, il giovanissimo José Luis Sanchez de Rio (1913-1928), il cui martirio fu particolarmente cruento e crudele. Nonostante le torture cui veniva sottoposto e che fosse poco più che un ragazzino, non volle rinnegare il suo Signore maledicendolo come pretendevano gli sgherri dell’esercito federale, e dopo aver tracciato sul terreno una croce sul suo sangue, gridando Viva Cristo Re!, fu ucciso con un colpo di pistola da un ufficiale. Il 16-10-2016 è stato canonizzato da Papa Francesco.

[29] Cfr. supra,n. 1. E ancora, «Dalla forma data alla società, consona o no alle leggi divine, dipende e s’insinua anche il bene o il male nelle anime […]. Dinnanzi a tale considerazione e previsione come potrebbe esser lecito alla Chiesa […] tacere o fingere di non vedere e ponderare condizioni sociali che, volutamente o no, rendono ardua o praticamente impossibile una condotta di vita cristiana […] (Pio XII, Radiomessaggio di Pentecoste, nel L anniversario della Rerum Novarum, 1941, http://www.vatican.va/holy_father//pius_xii/speeches/1941/documents/hf_p-xii_spe_19410601_radiomessage-pentecost_it.html). Cfr. «Inoltre i laici, anche consociando le forze, risanino le istituzioni e le condizioni del mondo, se ve ne siano che provocano al peccato, così che tutte siano rese conformi alle norme della giustizia e, anziché ostacolare, favoriscano l’esercizio delle virtù» (Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium, n. 36). 

[30] Cfr. Mons. Alessandro Maggiolini (1931-2008), Fine della nostra cristianità, Piemme, Casale Monferrato (AL), 2001.

[31] Cfr. Benedetto XVI, Messaggio per la celebrazione della XLIV Giornata della pace «Libertà religiosa via per la pace», 1 gennaio 2011, dato l’8 dicembre 2010, http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/messages/peace/documents/hf_ben-xvi_mes_20101208_xliv-world-day-peace.html.

[32] S. Giovanni Paolo II, Omelia per la celebrazione dei Vespri d’Europa nella Heldenplatz, Vienna 10 settembre 1983, n. 4 (http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1983/documents/hf_jp-ii_hom_19830910_celebrazione-vespri.html).

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