Dopo la sentenza della Corte suprema degli Stati Uniti, che ha dichiarato incostituzionale il diritto all’aborto, molti si sono mossi per renderlo costituzionale, ossia per inserire nella Carta dei rispettivi Paesi quel diritto. Anche il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione in questo senso. Ciò non rende controproducente la decisione della Corte americana, come è già stato opportunamente chiarito, però impone di fare qualche riflessione di approfondimento sul costituzionalismo applicato all’aborto.

La sentenza americana ha avuto veramente dei meriti storici, questo è fuori discussione. Va però tenuto presente che essa afferma che nel testo costituzionale non c’è alcun riferimento al diritto all’aborto, non dice che l’aborto è costituzionalmente impedito. Tanto è vero che essa rimanda la palla alla legislazione dei singoli Stati. Per questo qualcuno ha parlato di una vittoria della democrazia. Però, a pensarci bene, in teoria tutti i singoli stati dell’Unione potrebbero legiferare a favore del diritto ad abortire. In questo caso non sarebbe per niente una vittoria della democrazia. Il discorso della Corte suprema si è attenuto strettamente al testo della costituzione americana, non ha fatto alcun riferimento a “qualcosa” che la preceda, come per esempio il diritto naturale alla vita del concepito. Ha stabilito che la costituzione non impone il diritto all’aborto agli Stati dell’Unione, ma ha anche certificato che la costituzione nemmeno dice il contrario, ossia che il diritto all’aborto non può essere da loro previsto per legge. La Corte si è attenuta alla costituzione, facendone quindi il punto di riferimento primo ed ultimo della vita giuridica e politica dell’Unione. Questo è, in fondo, una forma di costituzionalismo: intendere la carta costituzionale come non bisognosa di altro, essa stessa origine del diritto e della legge. Torno a dire che queste considerazioni non eliminano importanza del fatto, tuttavia meritano una considerazione per impostare una strategia appropriata per l’immediato futuro.

La reazione di coloro che, in risposta alla Corte americana, vogliono costituzionalizzare il diritto all’aborto, si muove pure nel campo del costituzionalismo, ma con una impostazione più radicale. La Corte americana non ha decretato che l’aborto è vietato, ma solo che non è obbligatorio per gli Stati prevederlo, questi invece vogliono che le carte costituzionali decretino che è un diritto, e quindi un obbligo da rispettare. Tra le due posizioni c’è quindi una asimmetria, che potrebbe essere colmata solo se si facesse dire alla costituzione non solo che l’aborto non è un diritto, ma anche che è una inaccettabile ingiustizia. La prossima ondata di tentativi di costituzionalizzare il diritto all’aborto non è contrastabile mantenendo solo la posizione espressa dalla Corte americana. Occorrerà passare alla costituzionalizzazione del divieto di abortire. Ma come si fa se la costituzione nulla dice a questo proposito? Bisognerà allora riferirsi a qualcosa che “preceda” la costituzione, ma questo è proprio quanto la Corte americana non ha fatto. Quella posizione, quindi, se è stata molto importante per rompere una tendenza e riaprire i giochi, non può essere la soluzione definitiva: solo facendo riferimento a una dimensione che possiamo chiamare, per capirci, di diritto naturale, sarà possibile contrastare la prevedibile ondata di pressioni per costituzionalizzare l’obbrobrio dell’aborto. Da un punto di vista culturale, questo mi sembra molto importante, perché noto come un soddisfatto appiattimento sulla decisione della Corte che non tiene conto che la lotta sarà molto dura e siamo non alla fine ma agli inizi. La chiarezza sui criteri per cui lottare è quindi molto importante.

Quando il potere politico si mette sulla strada della ingiustizia legale, ossia di considerare giusto per legge quanto è invece ingiusto, non si può fermare a metà strada, non potrà lasciare aperte fessure per poter tornare indietro, dato che in questo caso il Male prende l’assolutezza del Bene. Quando lo Stato considera un diritto ciò che è invece è un torto, dovrà poi assolutizzare quel diritto, imporlo, educare i cittadini a considerarlo tale, insegnarlo ai bambini nelle scuole fin dalla tenera età, impedire che venga messo in discussione, punire di reato di opinione chi lo critica o lo contesta. Questo deve fare il Leviatano, anche nelle cosiddette democrazie liberali.

La sentenza della Corte americana ha messo in discussione questo percorso, ma non ha portato a termine il processo di rovesciamento: non è stato proclamato che il male è male, solo si è detto che la costituzione americana non lo prescrive e non lo impone. Ma i militanti nel fronte avverso continueranno invece a dire che il male è un bene, e che se è un bene lo Stato ha il diritto di prescriverlo e di imporlo. Per non limitarsi a dire che la costituzione non impone il male, e dire invece che il male è male e che la costituzione lo deve impedire, bisogna andare a qualcosa che “precede” la costituzione. Questo è il compito che nell’immediato futuro devono assumersi i movimenti pro-life. La Corte americana ha riaperto i giochi, ora bisogna giocare.

Stefano Fontana

 

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