
Continua il confronto di opinioni sul tema della sovranità monetaria tra Davide Gionco e Samuele Salvador. Ringraziamo gli autori dei contributi.
Elenchiamo di seguito i precedenti interventi in ordine cronologico. 1- Gionco: La sovranità monetaria non è quello che pensiamo 2- Salvador: Osservazioni sulla sovranità monetaria. Un confronto con Davide Gionco 3- Sovranità monetaria: Gionco risponde a Salvador
Intervengo nuovamente a commento della risposta di Davide Gionco, avendo ancora una volta riscontrato affermazioni che ritengo errate ed avendo maturato un giudizio più completo sulla proposta della sovranità monetaria.
Mi pare Innanzitutto opportuno affrontare cinque concetti errati:
1. La stagnazione attuale ha causa monetaria.
Gionco si sbaglia quando definisce la deflazione come l’impoverimento della popolazione: è invece la riduzione generalizzata dei prezzi (dovuta a quantità insufficienti di moneta circolante se ha causa monetaria). La riduzione del reddito o del potere d’acquisto non possono essere considerate deflazione.
Negli scorsi quattro decenni quindi, al contrario di quanto sostenuto, non si è affatto verificata deflazione. Si sono sempre invece misurati tassi di inflazione positivi (si veda qui). Una eventuale riduzione dell’inflazione (rispetto ai tassi da rapina degli anni ’70 e ’80) non può essere chiamata deflazione. Se in un forno la temperatura passa da 200 a 50 gradi non inizieremo a chiamarlo frigorifero.
Ne consegue che è del tutto errato attribuire ad una mancanza di circolante la stagnazione economica che affligge il nostro Paese.
2. La BCE è un organismo privato.
Si insiste nel sostenere che la Banca Centrale Europea sia un soggetto privato e che non sia tenuto a rendere conto delle proprie decisioni.
Tuttavia, la sua costituzione e i limiti al suo operato sono stati stabiliti dal Trattato di Maastricht, redatto da rappresentanti politici eletti e da loro emendabile in ogni momento. I membri poi del Comitato esecutivo sono nominati dal Consiglio europeo e dunque vige un certo controllo politico.
Secondo quale definizione è privato? Per il fatto che i suoi dirigenti non sono eletti a suffragio universale? Con la medesima logica si deve allora sostenere che la Cassazione o l’ONU siano private, il che è palesemente assurdo.
3. Gli Stati ricoprono ruolo marginale nell’economia e sono impossibilitati a svolgere i propri compiti.
Si insiste a sostenere che progressivamente, a causa della privazione del controllo diretto sulle banche centrali, gli Stati sarebbero stati confinati in un angolo, costretti a svolgere un ruolo minimo, resi addirittura privi del denaro necessario a svolgere i propri compiti di base.
Non ripeterò i dati sulla pressione fiscale e sulla quota della spesa pubblica in rapporto al PIL, avendoli riportati nel precedente intervento. Mi limito a sottolineare come si tratti di affermazioni prive di adesione alla realtà: lo Stato italiano non ha poco denaro a disposizione e non controlla una frazione minoritaria del PIL.
4. Lo Stato è costretto a fare debito
Si insiste poi ad affermare che lo Stato, per ottenere il pareggio di bilancio, sia costretto (sottolineo: costretto) ad indebitarsi.
Già in precedenza avevo spiegato come la situazione di disavanzo sia causata primariamente dalla gestione non equilibrata delle spese e delle entrate fiscali. Un deficit si ripiana in tre modi: aumentando le entrate fiscali, riducendo la spesa, facendo ricorso al credito.
Affermare che l’unica soluzione sia indebitarsi e negare le altre possibilità è semplicemente errato. Affermare che il debito sia una costrizione è scorretto.
5. La spesa pubblica coincide con emissione di nuova moneta
Nel testo Gionco scrive più volte che per finanziare il debito pubblico viene stampata nuova moneta e che un aumento della spesa pubblica implica emissione di nuovo denaro nell’economia.
Ora, come avevo già esposto, questo è falso. I titoli di Stato vengono acquistati nelle cosiddette aste primarie da parte di soggetti privati (principalmente banche); questi ultimi per pagarli utilizzano il proprio denaro che fino a prova contraria non stampano in cantina. Si tratta di denaro già presente e circolante nell’economia all’atto dell’acquisto.
Per di più la BCE, che avrebbe facoltà di emettere denaro, è esplicitamente esclusa dalle aste primarie dai propri trattati costitutivi.
La liquidità ottenuta a seguito del ricorso al credito, nel caso degli Stati, non è moneta di nuova emissione ma frutto di ricavi d’impresa e risparmio.
Chiarimenti
Veniamo quindi ad un chiarimento circa le modalità con cui avviene attualmente l’emissione della moneta da parte delle banche centrali allo scopo di spiegare le questioni della riserva e della moneta “a debito” le quali risulteranno meno minacciose o irrazionali di quanto descritto da Gionco.
La moneta “a debito”
Le banche centrali moderne hanno il monopolio dell’emissione della moneta. L’emissione avviene in diversi modi: l’accredito sui conti che le banche posseggono presso di esse e l’acquisto di attività (per gli anglofoni asset).
Nel primo caso la Banca centrale, agendo come qualsiasi istituto di credito, riconosce un interesse sui conti che le banche detengono presso di essa ed ha la facoltà di concedere prestiti sui quali applica interessi. Di norma, tuttavia, il ricorso a questi prestiti da parte delle banche avviene in caso di incapacità a reperire liquidità sul mercato. Le Banche centrali in questo senso sono prestatori di ultima istanza e vengono chiamate in causa solamente in situazioni di crisi di liquidità da parte delle banche. Questo tipo di emissione è dunque straordinaria e non avviene sistematicamente. Lo stesso ricorso da parte delle banche ne determina un certo discredito: il ricorso a questo finanziamento è riprova della fama di cattivo pagatore cui nessuno intende fare prestiti. La vicenda del credit crunch del 2008 è esemplificativa di queste dinamiche.
Il fatto che le banche centrali applichino un interesse è legato alla forma attuale del sistema bancario nel suo complesso (della cui liceità rimando la discussione ad altra sede) e non dunque alla natura della moneta e della sua emissione.
Il secondo metodo di emissione da parte delle banche centrali, di gran lunga più frequente, consiste nell’utilizzare il denaro fresco di stampa per comprare degli asset, dei beni. Si tratta sempre di acquisti, non di prestiti, e non implicano di per sé il godimento di un interesse.
Tra i beni acquistati in questo modo dalle banche centrali rientrano infatti ad esempio metalli preziosi, su tutti l’oro. L’oro, come è facile comprendere, non genera interesse.
Da cosa deriva dunque l’idea che l’emissione avvenga a debito? Dal fatto che la maggior parte di questi asset sia composta da obbligazioni (titoli di Stato e privati). Ma la ragione del loro impiego non risiede nel fatto che garantiscano un interesse, bensì che siano beni caratterizzati da disponibilità e facilità di liquidazione. Le banche centrali potrebbero benissimo acquistare al loro posto immobili o opere d’arte se non presentassero ovvi svantaggi logistici.
Le Banche centrali si recano quindi nei mercati finanziari “vendendo” liquidità a quanti la richiedono in cambio di obbligazioni o titoli di Stato. Per quanto riguarda questi ultimi, sono sempre acquistati nei cosiddetti mercati secondari e mai acquistati direttamente dagli Stati emittenti. E la differenza è cruciale.
Nel caso poi della BCE i profitti derivanti dagli interessi (sui prestiti e dei titoli), al netto dei costi di gestione, vengono ripartiti in modo proporzionale tra le Banche centrali dei Paesi membri. A sua volta la Banca d’Italia, trattenuta la quota corrispondente ai costi di gestione, trasferisce il restante al Tesoro. Si può quindi criticare il prestito a interesse ma non si può affermare che i ricavi ottenuti dalle banche centrali danneggino in assoluto gli Stati dato che questi partecipano ai guadagni.
Le riserve sono un anacronismo?
Correttamente Gionco afferma che, con il venir meno del gold standard, la riserva delle banche centrali non è di per sé necessaria a garantire la validità della moneta, la quale è sostenuta dalla fiducia che quel denaro potrà comprare in futuro beni o servizi.
Il permanere delle “riserve” al giorno d’oggi non ha infatti lo scopo di garanzia. Non è però neppure una vuota tradizione locale: semplicemente non è altro che il frutto del libero scambio tra i beni dei privati (oro, titoli di credito ecc.) con la liquidità emessa dalle Banche centrali. Queste quindi si ritrovano a possedere i detti beni che costituiscono le attività dei bilanci.
Un inciso: citare la frode contabile nazista come esempio di emissione di denaro senza corrispettive riserve mi pare improprio. La Banca centrale tedesca agiva esattamente come quelle attuali, emettendo moneta in cambio delle obbligazioni MeFo. Queste obbligazioni costituivano la riserva. Oggi avviene la stessa cosa, con la differenza che lo Stato non possiede aziende fantasma che emettono obbligazioni per non far comparire il finanziamento nei bilanci pubblici (ossia quel che faceva il Reich con i MeFo allo scopo di eludere il divieto di riarmo, si veda qui). Tuttalpiù si può sostenere che le politiche di acquisto dei titoli in assenza di corrispettiva riserva aurea (e se ciò sia avvenuto lo ignoro) abbiano precorse i tempi. Non costituisce tuttavia una eccezione essendo oramai l’emissione di ogni moneta slegata dal possesso di riserve di oro fisico. In ogni caso non mi pare un modello da imitare.
Il nodo della sussidiarietà
L’attività della Banca centrale dunque non consiste, come traspare erroneamente negli interventi di Gionco, nel prestare denaro agli Stati, bensì a fornire liquidità ai soggetti privati (sottolineo privati) che ne hanno bisogno e ne fanno richiesta sul mercato.
Qui, ancor più della sottovalutazione dell’inflazione, sta il nodo cruciale della sovranità monetaria così come è concepita dalla Teoria Monetaria Moderna (MMT): attualmente la liquidità viene immessa sul mercato in cambio di attività (una libera compravendita) e giunge in mano ai privati che la destinano come vogliono. Nella proposta della MMT è lo Stato, unicamente lo Stato, a decidere come spendere la nuova liquidità (quali beni acquistare, quali settori finanziare). Il che appare del tutto incompatibile con il principio di sussidiarietà.
Invocando la sovranità si auspica, non del tutto paradossalmente, il monopolio statale della destinazione della moneta di nuova emissione. Monopolio nelle mani dello Stato centrale e non certo condiviso con le realtà locali (ogni trasferimento sarebbe pur sempre una concessione, un arbitrio). Di nuovo: risulta in contrasto con il principio di sussidiarietà.
In questo senso risulta problematico anche quello che potremmo definire il nucleo centrale della MMT, espresso da Gionco nel suo intervento in questi termini: «fare deficit è l’unico modo che lo Stato ha di mettere in circolazione la quantità necessaria di nuovo denaro per consentire il buon funzionamento dell’economia del Paese. Il deficit pubblico è il motore di una economia a guida pubblica».
Sperando di aver sin qui dimostrato come l’emissione di moneta sia slegata dalla condizione di disavanzo dei bilanci dei Paesi, faccio notare come auspicare la guida statale dell’economia risulti in antitesi con i principi della Dottrina Sociale della Chiesa.
L’autorità politica ha il dovere di garantire e favorire le attività economiche secondo i criteri di giustizia ma compirebbe una indebita intromissione se si sostituisse ai soggetti privati.
Il fatto che forme di statalismo economico abbiano pervaso nell’ultimo secolo i regimi liberal-democratici tanto quanto quelli social-comunisti, seppur in forma diversa, non rende giusto quel che è iniquo.
E la MMT si inserisce in questo solco. Tant’è vero che in diverse forme viene portata avanti da esponenti liberal di spicco del Partito Democratico americano come pure da una pletora di politici social-comunisti sudamericani.
Per concludere
In definitiva, lungi dal sostenere lo stato delle cose esistenti in ambito economico e lungi dal ritenere conclusa l’analisi e la valutazione di ciò che lo compone, mi limito a considerare deleteria la sovranità monetaria (per come esposta) ed errata la Teoria Monetaria Moderna; dal punto di vista morale prima che economico.
Stabilito tutto questo, rispondo alle domande poste da Gionco.
Chi deve avere il diritto di creare il denaro? L’autorità politica ossia una istituzione pubblica che risponde alla legge, non necessariamente il governante.
Chi deve avere il diritto di spendere per primo il nuovo denaro creato, traendone beneficio economico? Dovendo scegliere tra lo Stato e l’iniziativa privata, scelgo la seconda. Abbracciando pienamente il principio di sussidiarietà.
Samuele Salvador
(Foto: Pxhere)

