
Nel recente intervento di Davide Gionco circa la sovranità monetaria ho riscontrato delle posizioni e dei concetti che considero errati e che ritengo non aiutino a comprendere la situazione reale e le possibili (realistiche) prospettive future. Non mi riferisco all’esposizione della natura e della storia della moneta, chiara ed efficace, bensì alla descrizione delle caratteristiche del debito ed in particolare del debito pubblico, oltre che dei benefici che la sovranità monetaria (nell’accezione esposta dall’autore) porterebbe. Nello spirito di un franco confronto esporrò le mie osservazioni.
Nel testo innanzitutto aleggia un concetto, più o meno esplicitato, ossia che i debitori siano vittime innocenti dei loro creditori e che dunque lo Stato debitore sia soggiogato da forze maligne. Ora, non tratterò qui della liceità o meno del prestito a interesse (tema senz’altro doveroso di approfondimento), il punto è indipendente dalla presenza di usura. Uno Stato si indebita per la sola ed unica ragione che il proprio bilancio presenta un disavanzo. E ciò è dovuto o ad un’ eccessiva spesa o ad entrate insufficienti. Il ricorso al credito è una conseguenza, non la causa dello squilibrio di bilancio. Niente obbliga gli Stati ad emettere nuovo debito, si tratta di una scelta politica. Che i creditori pretendano un interesse è irrilevante, implica solamente che il costo del debito sarà maggiore, costo che in ogni caso andrebbe ripagato e perciò messo a bilancio. Se un soggetto si trascina nel tempo del debito non estinto, dovrà tentare di ridurre le proprie spese comprimibili o farà in modo di aumentare le proprie entrate così da ripagarlo quanto prima. Ma la causa dell’indebitamento sarà unicamente ascrivibile alla propria maldestra gestione delle finanze.
Nel testo viene poi fatto intendere che le banche centrali prestino denaro agli Stati comprando i loro titoli, e che questa sia la forma principale del finanziamento dei Paesi (che perciò risulterebbe matematicamente inestinguibile). Tuttavia, le cose non stanno così. Il ricorso al debito non è lo strumento unico né principale che uno Stato ha a disposizione per finanziarsi (come non lo è dell’impresa o della famiglia). Le entrate di uno Stato sono costituite quasi esclusivamente dalle tasse (peraltro indebitarsi equivale a finanziarsi con tasse future). L’eventuale (e certamente troppo ingente) ricorso al credito avviene sui mercati, gli acquirenti dei titoli sono soggetti privati, non le banche centrali. Queste sono per definizione i prestatori di ultima istanza e un loro acquisto dei titoli significherebbe che nessun altro soggetto al mondo era disposto a comprarlo, il che implica che lo Stato in questione è considerato unanimemente sull’orlo del fallimento, ritenuto incapace di ripagare il debito. Si ottiene così in questi casi la monetizzazione del debito. Se acquisti di questo tipo sono avvenuti nell’Eurozona, sono da considerarsi del tutto inusuali ed eccezionali.
Nel testo poi si lamenta il mancato controllo politico delle Banche Centrali, in particolare di quella Europea. Certamente condivido l’attenzione per l’assunzione di responsabilità, per il rendere conto delle scelte effettuate in ambito pubblico e si può dibattere sui modi per implementare tutto ciò. Tuttavia, non si possono dipingere i banchieri centrali come dei despoti assoluti: l’indipendenza dei tecnici delle Banche centrali non sta nel porre degli obiettivi, la discrezionalità sta nei modi e tempi di utilizzo degli strumenti a loro disposizione per raggiungerli. Ad esempio, l’obiettivo di mantenere l’inflazione entro il 2%, che muove l’operato della BCE, è stabilito dal Trattato di Maastricht, redatto e sottoscritto in sede politica, da rappresentanti politici degli Stati membri. Può non piacere (e certo non si può dire perfetto) ma non si può affermare che i parametri siano stabiliti arbitrariamente dai dirigenti tecnici della Banca Centrale, magari per favorire gruppi di investitori privati. Nulla vieta ai politici di discutere e modificare i parametri contenuti nel Trattato. Una eventuale colpevole negligenza in questo senso è esclusivamente politica. Se poi si ritiene il contenimento dell’inflazione un limite all’agire politico, io non lo condivido.
Si sostiene poi che l’indipendenza delle Banche centrali, negando la sistematica monetizzazione del debito, avrebbe minimizzato il ruolo degli Stati nell’economia e impedito investimenti che avrebbero favorito lo sviluppo. La spesa pubblica in Italia ammonta oramai ad oltre il 54% del PIL nazionale. Per intenderci, la maggior parte dell’economia è sotto il diretto controllo politico, come da migliore tradizione socialista. Ritenere che lo Stato non abbia risorse sufficienti a svolgere i propri compiti non ha ragion d’essere. A meno che non si sostenga che si otterrebbero ricchezza e prosperità eccezionali se solo lo Stato controllasse ancor più quote di economia. Lo Stato attualmente gestisce quantità enormi di denaro, l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è che ne stampi di nuovo. Se all’autore la situazione attuale pare corrispondere ad un ruolo “minimo” dello Stato nell’economia, non oso immaginare a cosa assomigli la situazione ideale.
L’idea di perseguire una spesa pubblica sostenuta dalla monetizzazione è propria della cosiddetta teoria monetaria moderna (per gli anglofoni Modern Monetary Theory o MMT), secondo la quale gli interventi dello Stato in campo economico coincidono con la spesa. Maggiore la spesa, maggiore il risultato di benessere dei cittadini. Ora, tralasciando il fatto che una spesa pubblica ipertrofica soffocherebbe inevitabilmente l’iniziativa privata, l’elefante nella stanza di questa teoria è l’inflazione. Lo stesso autore ne fa menzione ma a mio avviso sottovaluta enormemente la sua portata. Auspicare la sistematica monetizzazione del debito comporta sistematicamente inflazione. Inflazione che colpisce per primi e più duramente i ceti meno abbienti. La si può considerare come una patrimoniale occulta che impoverisce tutti. Tutti ci perdono, tutti meno che i debitori, i quali vedono diminuire in termini reali il proprio debito ancora da ripagare (nel caso in oggetto lo Stato).
È del tutto fantasioso ritenere che l’immissione di denaro illimitata non provochi una catastrofica inflazione. Si dirà che i benefici economici giungerebbero prima dell’aumento dei prezzi. Può anche darsi, sennonché quegli effetti presto o tardi (molto presto) giungerebbero, inducendo un nuovo intervento pubblico ingenerando una spirale inflativa (uno per tutti, l’esempio dell’Argentina mi pare chiaro).
Come l’autore, anche io considero il debito un problema: condiziona chi lo detiene, per tutto il tempo in cui lo detiene, sottraendo risorse attuali per pagare spese del passato e quindi sottraendole alla disponibilità per far fronte alle esigenze attuali. Ma ritengo il debito un problema sempre, anche senza interessi. Per la MMT invece il debito non è più un problema, anzi è lo strumento principe delle politiche economiche. Su questo punto l’autore tiene il piede in due scarpe, sostenendo prima che si tratta di un giogo degli speculatori e poi invece della strada verso la ricchezza.
In definitiva se intendiamo la sovranità monetaria come il sistematico ricorso alla monetizzazione del debito, ritengo che si tratti di una proposta buona solo a sviluppare una industria, quella delle carriole, da riempire di banconote per andare a comprare il pane.
Circa il problema del debito pubblico (il quale è e rimane un problema che grava pericolosamente sulle generazioni future), elenco infine sommariamente alcune proposte, in alternativa alla monetizzazione. In ordine sparso: riduzione della spesa pubblica (unitamente alla riduzione del perimetro di intervento statale), revisione della fiscalità (in particolar modo riduzione delle spese fiscali, ossia della giungla di detrazioni e deduzioni), studiare alternative efficaci al metodo dell’asta marginale per il collocamento dei titoli di Stato per ridurne il tasso di sconto (ad esempio ricorrere ad aste competitive).
Analizzare la modernità politica ed economica, senza considerarla a priori giusta, ma vagliandola alla luce dei principi della Dottrina Sociale della Chiesa, è azione doverosa. Mi auguro che anche le mie osservazioni contribuiscano a questo dibattito.
Samuele Salvador
(Foto: BCE, Wikipedia, Di Thomas Wolf, http://www.foto-tw.de, CC BY-SA 3.0 de) )
