
Volentieri trasmetto a Samuele Salvador ed ai lettori le mie risposte alle critiche evidenziate nel suo commento.
- Il denaro non è in quantità costante
Nel mio articolo, raccontando la storia della moneta, ho evidenziato 2 passaggi rivoluzionari che ci aiutano a comprendere la questione centrale.
I) “Si trattò di una rivoluzione, perché dopo molti secoli non era più necessario utilizzare come moneta un oggetto metallico di valore intrinseco, ma era sufficiente uno strumento scritturale certificato che garantiva il valore nominale”;
II) “…la quantità di moneta non corrispondeva più al valore del lavoro (produzione di beni e servizi) già realizzato, ma al valore della produzione futura. Questa fu la seconda grande rivoluzione”.
Dobbiamo sempre avere chiaro il concetto che il denaro NON È un valore economico, ma è una rappresentazione del valore economico. Infatti, come ci insegna l’antico mito del Re Mida, nessuno di noi mangia oro, banconote o bit elettronici.
Quindi i veri bilanci economici non li dobbiamo fare in moneta, ma considerando il valore dei beni e servizi che vengono creati grazie al nostro lavoro e di cui disponiamo.
Quando un lavoratore riceve lo stipendio a fine mese e poi lo spende tutto per vivere, il bilancio monetario è pari a 0, ma il bilancio economico è che quel lavoratore ha prodotto dei beni/servizi, che sono stati venduti dalla sua azienda, più i beni/servizi di cui ha potuto disporre per la propria famiglia. Alcuni sono beni durevoli (ad esempio una casa), altri sono beni/servizi di consumo (ad esempio il cibo o una cura medica).
Il fluire del denaro, dal datore di lavoro, al padre di famiglia ai venditori di beni/servizi ha facilitato gli scambi economici, consentendo a tutti di generare, come valore reale in positivo, della ricchezza economica supplementare, grazie al lavoro. Questo anche se il bilancio monetario è in pareggio. Ma anche se fosse in attivo o in passivo: l’importante, quello che davvero conta, è il risultato nell’economia reale: beni e servizi.
Per secoli l’umanità ha usato come mezzo di rappresentazione del valore economico le monete metalliche. A partire dal Medio Evo, a motivo dela crescita economica, la quantità di metallo non era più sufficiente a coniare una quantità sufficiente di monete, per questo si passò alla moneta cartacea. Per questo oggi non esiste più il gold standard, perché non era sostenibile. E per questo oggi si è arrivati alla moneta elettronica, che consente con facilità pagamenti a distanza e funziona meglio della moneta cartacea.
La quantità di denaro non è una costante. Il denaro serve per supportare gli scambi economici. Gli scambi aumentano perché aumenta la popolazione: più persone = più scambi. Gli scambi aumentano perché cresce la specializzazione del lavoro: lavoro più specializzato = meno autoproduzione = maggiore necessità di acquistare beni/servizi prodotti da altri = maggiore disponibilità per tutti di qualità/quantità dei beni/servizi, grazie alla maggiore specializzazione.
Il denaro è uno strumento collettivo. Potremmo paragonarlo alle autostrade. Le autostrade facilitano il traffico. Il denaro facilità gli scambi economici.
Quanti km di autostrade ci servono? Dipende dal traffico e dalle esigenze. Non esiste una quantità di km prestabilita o una regola che ci imponga di non realizzare nuove autostrade, se necessario.
In modo del tutto analogo può rendersi necessario creare più denaro di quello che avevamo ieri. Con il grande vantaggio, rispetto ai km di autostrade, che creare denaro non costa praticamente nulla, mentre costruire un’autostrada costa 10 milioni/km.
Se la quantità di denaro non è costante, qualcuno deve necessariamente creare il nuovo denaro che occorre. Se ciò non avvenisse, si limiterebbero gli scambi economici. La gente, vedendo ridotta la propria capacità di spesa, sarebe obbligata ad aumentare l’autoproduzione di beni e servizi, togliendo tempo al proprio lavoro specializzato. Impoverendosi. È quello che tecnicamente si chiama deflazione.
È qualcosa che abbiamo visto negli ultimi 40 anni in Italia, dove la quantità di denaro nelle tasche dei cittadini è diminuita. Siamo più poveri rispetto a 40 anni fa, quando un operaio medio risparmiava oltre il 20% dello stipendio ogni mese, mantenendo moglie e 3 figli, mentre oggi 2 adulti che lavorano faticano a mantenere un figlio e non riescono a risparmiare.
È necessario creare nuovo denaro (rivoluzione II) per poter pagare la produzione futura. Se oggi la popolazione produce 100 e domani ha la capacità di produrre 110, aumentando la disponibilità di beni e servizi (la nostra ricchezza economica), è utile e giusto avere denaro sufficiente per pagare quel 10% in più di produzione, perché creare più denaro non costa nulla, mentre il guadagno in beni e servizi sarebbe un arricchimento reale.
In una gestione oculata dello “strumento-denaro”, se la quantità di nuovo denaro corrisponde all’aumento della capacità produttiva, non si ha inflazione (se non causata da altri fattori non monetari), ma si ha una equilibrata crescita economica. Se la quantità di denaro è inferiore a quanto richiesto dalla capacità produttiva, si deprime l’economia. Se la quantità è superiore, si crea inflazione, perché il maggiore denaro creato, non potendo aumentare la produzione, si svaluta rispetto al valore della produzione.
Inoltre: il denaro è una creazione giuridica, perché è la legge a stabilire quali pezzi di carta sono banconote a corso legale e quali no, è la legge a stabilire che i numeri scritti sui computer delle banche sono denaro, mentre quelli scritti sul mio computer non lo sono.
E non servono riserve per creare nuovo denaro (rivoluzione I). Oggi la legge prevede che servano delle riserve (oro, titoli, altre valute), per ragioni “tradizionali”, ma non per reale necessità tecnica.
Durante il governo di Hitler la Germania emetteva denaro (i famosi MEFO) senza riserve, riuscendo senza problemi a risollevare la produzione interna ed a risollevare in pochi anni la disastrata economia tedesca (che usciva dalla Repubblica di Weimar) e a finanziare la costruzione della terribile macchina bellica della Seconda guerra mondiale (la spesa per la piena occupazione, purtroppo, fu mal destinata dal punto di vista politico).
Peraltro usare dei titoli di Stato (carta), come riserva di valore delle banconote (carta), è solo un gioco contabile per farci credere che siano necessarie delle riserve. In realté è ovvio che la carta non può garantire la carta. La vera garanzia di valore del denaro, in rrealtà, è solo la capacità futura di una economia di produrre beni e servizi in cambio di quel valore nominale.
Se anche, infatti, avessimo i forzieri pieni d’oro, ma non vi fosse nel Paese una capacità produttiva, quell’oro non varrebbe assolutamente nulla, esattamente come non vale nulla la carta e non valgono nulla i bit sui computer delle banche.
Stabilito tutto questo, chi deve avere il diritto di creare il denaro?
Chi deve avere il diritto di spendere per primo il nuovo denaro creato, traendone beneficio economico?
- Il bilancio dello Stato
Lo Stato, a nome dei cittadini e imprese che compongono la comunità economica, secondo me, dovrebbe essere l’unico soggetto ad avere diritto di impossessarsi del nuovo potere d’acquisto generato, stampando del nuovo denaro.
Chi altri dovrebbe farlo? Un soggetto privato come la BCE, che neppure è tenuto a rendere conto agli Stati delle sue decisioni e degli effetti sull’economia reale? O le banche private?
Nel mio articolo ho spiegato come si è arrivati, oggi, alla emissione della moneta a corso legale da parte delle banche centrali.
Per ragioni storiche di quando la moneta a corso legale era solo l’oro (che non può essere stampato), è rimasta la tradizione che le nuove banconote vengano emesse a debito.
Una volta, quando le banche detenevano riserve d’oro, emettevano delle note di banco di valore corrispondente ale riserve. La banca imprestava queste banconote, garantite dalla quantità di oro. Il detentore delle banconote (pagabili a vista al portatore, c’era scritto) poteva, in qualsiasi momento, andare dalla banca e chiederne la conversione in oro. Di conseguenza chi riceveva per primo la banconota o aveva fatto un lavoro di pari valore per la banca o si doveva indebitare con la banca di quell’importo.
Per questo, dal punto di vista contabile, l’emissione delle banconote avveniva a debito. Comprese le banconote che le banche private, e poi la banca centrale, prestavano e prestano allo Stato.
Oggi la BCE stampa le banconote, ne assume il possesso (per diritto di legge) e le usa per comperare dei titoli di Stato, che hanno un valore di mercato. Ovvero la BCE presta allo Stato, chiedendone poi la restituzione, il nuovo denaro stampato compresi gli interessi maturati su quei titoli.
Di conseguenza lo Stato è obbligato ad aumentare ogni anno il proprio indebitamento (facendo defiti di bilancio) anche solo per il fatto di dovere ripagare anche gli interessi sul debito esistente. Se non venisse creato nuovo denaro (a debito) per pagare gli interessi, lo Stato dovrebbe necessariamente togliere il denaro dai risparmi dei cittadini. È quello che è effettivamente avvenuto negli ultimi 30 anni, a causa del mito del pareggio di bilancio imposto dalla UE, che nel 2012 il nostro Parlamento ha sciaguratamente addirittura messo in Costituzione (art. 81).
È solo il caso di fare notare che un tasso di interesse medio sul debito del 3%, andandosi ad accumulare ogni anno al devito pregresso, genera dal punto di vista matematico un aumento dell’80% del debito in soli 20 anni. (1+0.03)^20 = 1,806
Inoltre se è necessario mettere in circolazione più denaro, per aumentare gli stipendi dei dipendenti pubblici, per pagare lavori pubblici più costosi a causa dell’inflazione, lo Stato deve ulteriormente indebitarsi per mettere in circolazione del nuovo denaro, necessario a mantenere in vita lo Stato e l’economia del Paese, in aggiunta a quello destinato a pagare gli interessi sul debito.
Se questo non avviene, l’economia va in recessione. Cosa che l’attuale ministro Giorgetti, come la maggior parte dei suoi precedessori, non ha compreso. E infatti l’Italia sta tornando in recessione, dopo gli anni fiorenti del Superbonus 110% (lascio che sia l’amico Giovanni Lazzaretti a spiegare i motivi della mini-ripresa economia dell’Italia negli ultimi anni, prima di Giorgetti).
È il caso di sottolineare che, essendo il denaro una creazione giuridica, basterebe cambiare le regole giuridiche di emissione del denaro per evitare questo problema. Come detto nell’articolo, lo Stato potrebbe creare da sè il nuovo denaro, metterlo a bilancio e spendere più di quanto incassa senza idebitarsi, senza dovere ogni anno aumentare le tasse o tagliare la spesa pubblica, con gli effetti economici di cui tutti siamo testimoni. Che il denaro debba essere creato a debito è una decisione giuridica, non sta scritto nelle leggi della fisica!
Considerare lo Stato come una famiglia o una impresa, che non possono spendere più di quanto incassano, è un grande errore. Infatti lo Stato è colui che crea lo “strumento-denaro” tramite il diritto, avendo come scopo il bene economico del Paese, che non è dato dalla quantità di denaro in circolazione, ma dalla disponibilità di beni e servizi. Se lo Stato spende di più, consente di aumentare la disponibilità di beni e servizi. sapendo che il denaro sono solo pezzi di carta o numeri sui computer, per quale motivo uno Stato non dovrebbe farlo? Anzi, è sbagliato che uno Stato non lo faccia.
Il denaro speso dallo Stato, peraltro, non scompare, ma diventa stipendi di lavoratori, i quali a loro volta lo spendono. Mentre il nuovo denaro circola, favorisce l’aumento di produzione di beni e servizi da parte di cittadini e imprese (soggetti privati), con beneficio di tutto.
Ovviamente questo non succede se la capacità lavorativa è satura, ad esempio come avviene in Giappone, in Svizzera, con disoccupazione all’1-2%. In questi casi un eccesso di spesa porterebbe ad un aumento dei prezzi. Ma questo non è il caso dell’Italia, che ha milioni di disoccupati, di sotto-occupati e di poveri, che potrebbero certamente lavorare e produrre, se venissero pagati per farlo.
In conclusione il deficit pubblico non c’entra nulla con il (cattivo) deficit privato di una famiglia o di una imprese. Fare deficit è l’unico modo che lo Stato ha di mettere in circolazione la quantità necessaria di nuovo denaro per consentire il buon funzionamento dell’economia del Paese. Il deficit pubblico è il motore di una economia a guida pubblica. Si può decidere di dare allo Stato un ruolo più limitato, riducendo la spesa (e il deficit) o un ruolo più importante, aumentando la spesa (e il deficit). Ma deve essere una scelta politica consapevole, non una decisione imposta in modo ingannevole da false dottrire economiche, prive di fondamento reale.
- La moneta privata
In realtà oggi solo il 3% circa del denaro che utilizziamo sono banconote a corso legale. Il 97% è costituito da moneta scritturale elettronica, che non è emessa dalla BCE, ma dalle banche commerciali nel momento in cui fanno credito.
I trattati europei, impedendo agli Stati di fare più deficit (il famoso limite del 3%, numero inventato a caso dai consulenti economici di Mitterand) hanno voluto limitare il ruolo economico attivo dello Stato, obbligando i cittadini europei a rivolgersi al mercato del credito privato, favorendo le banche. Il tutto fondato su un gigantesco inganno dell’opinione pubblica, che dovrebbe controllare le decisioni dei politici, che è stata convinta della (inesistente) necessità del pareggio di bilancio o di un deficit limitato al 3%. Come diceva Margaret Thatcher “There is no alternative”. Ci presentano la decisione come l’unica possibile, ma questo è falso, perché la storia e il mondo sono pieni di governi che hanno compiuto scelte diverse in termini di bilancio, senza che ci fossero catastrofici risultati economici, anzi… I casi citati della Repubblica di Weimar, dell’Argentina, aggiungo io dello Zimbabwe, sono casi di debito pubblico estero (non interno) fuori controllo, causati da problemi economici strutturali, per i quali il sistema produttivo interno non è in grado di fare fronte alla domanda, da cui l’iper-inflazione.
Il male dell’attuale sistema neoliberista, che impone agli Stati politiche di austerità in nome del dogma (economicamente infondato) del pareggio di bilancio, è che agli Stati manca il denaro per finanziare i servizi pubblici essenziali di base (sanità, scuola, sicurezza idrogeologica, risanamento ambientale, ricerca, ecc.), mentre è stato indotto un eccesso di spesa privata per cose inutili (consumismo) e ci viene imposta la disoccupazione forzata di persone che potrebbero benissimo lavorare e produrre cose utili per la società, ma che non lo possono fare per mancanza di “numeri sui computer” per pagarle. Una follia!
Ancora sul debito pubblico. Se uno Stato avesse la “macchina che stampa i soldi” non ci sarebbero problemi a rimborsare i titoli di Stato in scadenza, né a pagarne gli interessi, senza dover aumentare le tasse o tagliare la spesa pubblica. A quel punto il debito pubblico, ovvero la somma di tutti i soldi versati dai risparmiatori per acquistare titoli ad interesse, cesserebbe di essere un problema e diventerebbe un servizio del tutto analogo al servizio privato di risparmio fornito dalle banche, dove un cittadino versa dei soldi, avendo il diritto di riprendersi il capitale più gli interessi. Un servizio di risparmio pubblico, che garantisse un interesse del 3%, andrebbe in concorrenza con il servizio delle banche private, che dovrebbero giocoforza riconoscere anche loro il 3% ai risparmiatori. Avendo messo fuori gioco lo Stato, a suon di trattati europei, ora le banche hanno campo libero nel peggiorare le condizioni offerte ai risparmiatori.
Storicamente vi è stato un solo Stato che decise e riuscì a pagare tutto il debito pubblico. Chi fosse interessato a saperne di più può leggere qui.
Davide Gionco
(Foto: Pexels)

