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Possiamo ora fare qualche valutazione di merito sui vari aspetti del pensiero dossettiano diventati poi la base del dossettismo.

Un primo punto interessante è la sua valutazione della Resistenza e del Fascismo visto come male assoluto. A mio modo di vedere, Augusto Del Noce ha visto più in profondità che non Dossetti gli aspetti politici di queste esperienze mostrando il carattere ideologico funzionale alla sinistra sia della vulgata sulla Resistenza sia quella sul Fascismo male assoluto. Garantire un proseguimento nelle vicende politiche della nuova repubblica italiana del cosiddetto spirito della resistenza, o meglio del Comitato di Liberazione Nazionale, significava dare una patente di democraticità al Partito Comunista Italiano e, in generale, al marxismo. La definizione del Fascismo come “male assoluto”, che è poi continuata fino ad oggi, sicché chi si oppone o semplicemente critica la mentalità imposta dal potere democratico viene accusato appunto di essere “fascista”, nascondeva il male, molto più grande, del comunismo, facendo in modo che una coltre si silenzio fosse stesa su di esso ed ancora oggi è così. Dossetti fu uno dei protagonisti di questa operazione culturale che però presenta dei lati problematici.

Un aspetto particolare di questo argomento merita di essere esaminato in profondità. Per immettere il PCI nella democrazia italiana bisognava staccarlo da Mosca e aiutarlo ad evolversi affinché abbandonasse la sua metafisica atea. Questa era anche l’idea di Dossetti. Su questo però pesa un rilevante equivoco a proposito del comunismo, anche questo messo bene in luce da Del Noce in tutte le sue opere e specialmente ne “Il suicidio della rivoluzione”. L’equivoco consiste nel pensare che, una volta superati i suoi presupposti metafisici il marxismo diventi migliore, mentre invece peggiora. Eliminando il proprio impianto metafisico – lo storicismo assoluto di origine hegeliana, l’ateismo, la rivoluzione – il comunismo incontra la cultura borghese della società irreligiosa e opulenta, con la quale converge nell’intento di secolarizzare la società non solo dal punto di vista religioso ma anche etico. Come scrive Del Noce, paradossalmente la scomparsa di Dio non è seguita alla rivoluzione comunista ma sembra oggi avvenire nell’ultimo stadio della società borghese, verso cui il comunismo è confluito. L’evoluzione del PCI in questo senso è molto chiara. Il partito che aveva estromesso Pasolini dalle proprie file perché omosessuale in seguito, cambiato di nome, ha promosso in Parlamento tutti i “nuovi diritti” in materia di famiglia, procreazione e vita, diventando un partito radicale di massa e facendo da ricettacolo anche dei voti dei cattolici democratici che, a seguito del dossettismo, sono in esso confluiti dato che Dossetti ha prodotto l’abbandono della forma politica cattolica. Questo errore di valutazione è stato ampiamente condiviso anche dalle gerarchie ecclesiastiche e fa ormai parte della nostra storia, ma rimane un errore.

Un altro punto che merita una attenzione critica è la visione che Dossetti aveva della Costituzione. Vedere la Costituzione come un assoluto, come un progetto messianico, come la verità politica fondante la comunità finisce per produrne invece l’indebolimento e la secolarizzazione. Ed infatti questo è avvenuto. La Carta costituzionale non si auto-fonda, ma dipende dalla Costituzione reale, ossia dall’ordinamento finalistico della società e dal diritto naturale, oltre che dal diritto divino. Liberando la Costituzione da questi fondamenti indisponibili per farne un assoluto autonomo e autofondativo, la si trasforma in un artificio e i Costituenti divengano degli apprendisti stregoni. Una Costituzione come artificio è però quanto di più fragile si possa intendere, perché si presta ad altri interventi artificiali del potere politico. Questo è infatti avvenuto in Italia: alcune parti della Costituzione sono state disattese, altre sono state rovesciate nella prassi legislativa e politica, altre sono state modificate secondo gli interessi politici del momento, e la Corte Costituzionale in numerose sentenze ha anche rivisto il cosiddetto “spirito della Costituzione”, introducendo sempre di più una visione ispirata al positivismo giuridico. La Costituzione utopica e palingenetica di Dossetti è così diventata un testo legislativo cambiabile, aggiustabile, smontabile e rimontabile quale una costruzione di lego come ha per esempio dimostrato la legge Cirinnà, che pure è stata firmata da un Presidente della Repubblica dossettiano di ispirazione.

Quando è scoppiato il caso Mani Pulite all’inizio degli anni Novanta e don Dossetti si è messo dalla parte della Costituzione e quindi del Pool milanese, forse non aveva capito che la magistratura stava diventando apertamente un soggetto politico e che i giudici da lì in poi si sarebbero sostituiti al potere legislativo in moltissime questioni ben più delicate della corruzione, in contrasto con l’impianto della Costituzione da lui difesa ad ogni costo. Il solo criterio della Costituzione non è sufficiente a difendere la Costituzione. La Costituzione non si difende con la Costituzione. Senza il riferimento ad un piano indisponibile che la precede e la legittima, ogni Costituzione crolla dentro la propria natura di artificio. Il partito costituzionale tanto caro a Dossetti è quindi il partito più anticostituzionale che ci sia. Dall’Ulivo in poi è iniziata una sequela di eventi anticostituzionali portati avanti dal partito costituzionale. Non ultimi i presidenti del Consiglio cooptati dal sistema e non eletti, la trasoformazione politica del ruolo del Presidente della Repubblica. Del resto per Dossetti il fondamento della Costituzione non era nemmeno la sovranità popolare, ma lo spirito della Costituzione e basta.

Non è poi accettabile nemmeno la nozione di Stato proposta da Dossetti e contraria a quella insegnata dalla Dottrina sociale della Chiesa. Egli vedeva lo Stato come un valore in sé e come avente fini propri e superiori, il che è inaccettabile e pericoloso.

Si è discusso molto sulla relazione tra la riforma politica disegnata da Dossetti e la riforma ecclesiastica avvenuta nel Vaticano II anche con l’apporto, breve ma interessante, di Dossetti e di cui ho già brevemente riferito. Certamente Dossetti non va direttamente collegato con il dissenso cattolico del Sessantotto anche se le vicende della Lega Democratica e della sinistra cattolica negli anni Settanta e Ottanta non sono a lui estranee. Però va ricordato il suo notevole interesse e impegno diretto e indiretto per l’aggiornamento in senso progressista della Chiesa, e un aspetto di questo aggiornamento secondo lui doveva essere la decisa conquista della laicità della politica rispetto alla religione. La sua avversione alla Chiesa di Pio XII aveva al fondo questa idea: la Costituzione doveva essere la chiave totale della politica, sicché la religione doveva rimanere qualcosa d’altro. Qui politica e riforma conciliare della Chiesa si uniscono: il Concilio avrebbe indirizzato la Chiesa al trascendente e la politica avrebbe indirizzato i cattolici a realizzare la Costituzione. Sta di fatto che il dossettismo secolarizzò la presenza politica dei cattolici, anzi la distrusse, facendone solo un inconsistente, fragile e mutevole, atto di coscienza individuale.

Stefano Fontana

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