La tecnocrazia è la gestione del potere da parte di una classe di tecnici (teoricamente) selezionati per capacità, esperienza e successo. Pertanto, il tecnocrate subordina la teoria alla prassi, la scienza all’arte, i fini ai mezzi, riducendo il sapere a strumento di potere e la tecnica a strumento di efficacia. In Italia, l’incapacità dei politici nell’affrontare una crisi sanitaria hanno favorito il varo di un governo guidato da un tecnocrate e composto parzialmente da tecnici. Ciò ha fatto rinascere speranze o timori: alcuni sperano in un governo meritocratico composto da competenti, altri temono un governo oligarchico guidato da settari. Sembra quindi opportuno dissipare alcuni equivoci al riguardo.

I punti-chiave della tecnocrazia

La tecnocrazia si presenta proponendo una riforma della società basata sui seguenti punti.

– Rifiuto delle “ideologie”, ossia delle concezioni del reale, dell’uomo e della società basate su teorie religiose, filosofiche, morali e politiche.

– Sostituzione delle scienze contemplative con quelle pratiche, soprattutto tecnologiche e sociali.

– Critica dei sistemi politici basati sulla rappresentanza elettorale egualitaria e su governi che prescindono da competenze, capacità e meriti.

– Critica della classe politica professionale in quanto incompetente e inefficiente perché demagogica, faziosa, clientelare e corrotta.

– Superiorità della classe tecnologica su quella politica perché, evitando divisioni ideologiche, nazionali e partitiche, è capace di assicurare unità, benessere e pace universali.

– Diritto della classe tecnologica a guidare la società in base a merito, competenza, efficienza e successo, emancipandosi dal controllo sia parlamentare che elettorale.

– Affidamento dei processi decisionali ed esecutivi a competenti ed efficienti comitati realizzatori di programmi e progetti tecnologici.

– Sostituzione del governo politico con la “gestione delle risorse umane” e l’“amministrazione delle cose” mediante un sistema di potere centralizzato, oligarchico e burocratico basato su dati scientifici (calcoli, statistiche, previsioni, programmazioni e pianificazioni).

– “Ristrutturazione” (perestrojka) o “rifacimento” (great reset) della intera vita politica ed economica secondo una organizzazione razionale elaborata dalle “scienze sociali”, ossia dalle scienze umane cosiddette esatte e sperimentali.

– Creazione della “sociocrazia” (Comte), ossia di una società in cui la collettività guiderà sé stessa senz’aver bisogno di autorità, governi e istituzioni, perché tutte l’esigenze saranno automaticamente esaudite dalla tecnologia.

Questo è il progetto teorico, ma la realtà è molto diversa da quella in esso ritratta. La filosofia, la scienza politica e l’esperienza storica dimostrano che la tecnocrazia non è ideologicamente neutra, non è meritocratica, non è democratica, non si riduce al potere economico, non favorisce l’ordine né la pace, non è invincibile.

La tecnocrazia non è ideologicamente neutra

Punto primo: la tecnocrazia non è ideologicamente neutra.

La retta filosofia insegna che La filosofia insegna che il “dato di fatto” dev’essere sempre interpretato in base a giudizi di valore che implicitamente presuppongono princìpi filosofici e religiosi. La “tecnica pura” non esiste, perché ogni tecnologia applica metodi che presuppongono, almeno implicitamente, concezione della realtà e una gerarchia di valori.

Di conseguenza, la tecnocrazia non è aideologica né avalutativa, ossia non è neutrale nel pensare e nell’agire; anzi, essa presuppone quella precisa ideologia nota come scientismo, elaborata dalle cosiddette “scienze sociali”, applicata da poteri settari e ormai sancita da istituzioni internazionali.

La tecnocrazia si basa sui seguenti falsi presupposti ideologici: oggettività invalutabile del “dato”, preminenza del fatto sul diritto, dei mezzi sui fini, della prassi sulla teoria e della esperienza sull’etica; inoltre, primato della competenza scientifica sulla correttezza procedurale e sulla onestà morale.

Per favorire la prevalenza della opinione sulla verità e dell’utile sul giusto, la tecnocrazia favorisce quel “politicamente corretto” prodotto da quel “culturalmente corretto” che impone al popolo un conformismo intellettuale tale da ottenebrarne la capacità di giudizio. L’ideologia tecnocratica ha una visione riduttiva dell’uomo e della società.

L’uomo è concepito come corpo in movimento, fascio di elementi, agenti, bisogni, desideri, rapporti; le sue attività spirituali sono manifestazioni necessarie determinate da strutture biochimiche; la sua razionalità è ridotta a calcolo matematico e programmazione statistica, il suo libero arbitrio è ridotto a scelta utilitaristica, per cui l’uomo è solo “un ente che mira ad ottenere il massimo risultato col minimo sforzo”, come lo definiva il positivismo nel XIX secolo.

La società è concepita come un’alleanza di egoismi che serve a moderare i conflitti tra individui e classi, bilanciare i loro interessi e in questo modo imporre una pace che faciliti il progresso del sapere, del potere e del godere. L’autorità politica deve limitarsi a scegliere opportunisticamente le soluzioni più facili e comode, eludendo le esigenze del bene comune, della giustizia e della carità, ignorando quei fattori ideali e valoriali che, influenzando le scelte delle comunità, vi suscitano divisioni e conflitti.

Di conseguenza, nemmeno il progetto sociale del movimento tecnocratico è ideologicamente neutro. Esso tenta di far percorrere alla società una “terza via” che sintetizzi liberalismo e socialismo, conciliando la liberté con l’égalité in una fraternité laicista e cosmopolitica.

La tecnocrazia non è meritocratica

Punto secondo: la tecnocrazia non meritocratica.

Per farsi accettare da una opinione pubblica tuttora legata alla tradizione, la tecnocrazia si abbellisce con un moralismo meritocratico che predica competenza, esperienza, responsabilità, onestà e imparzialità. In realtà, presupponendo scetticamente e cinicamente la citata prevalenza del “dato” sul valore e del “fatto” sul diritto, la tecnocrazia non concepisce il merito come qualità morale personale, ma lo riduce a competenza astratta e impersonale, determinata dall’appartenenza e dalla funzionalità a un potere che assicura il successo, l’irresponsabilità e l’impunibilità dei propri agenti e quindi non deve render conto a nessun tribunale superiore.

L’esperienza dimostra che la competenza scientifica e la preparazione tecnica riguardo i mezzi – se si basano su criteri relativistici, amorali e pragmatici – non assicurano la bontà morale dei fini né merito, onestà e senso di responsabilità degli agenti, tantomeno evitano la dannosa influenza di pregiudizi, interessi e passioni. Pertanto, il progetto tecnocratico costituisce la caricatura e il surrogato sostitutivo della meritocrazia e una falsa alternativa al favoritismo tipico delle società democratiche.

La storia dimostra che la tecnocrazia mira a reprimere non tanto l’egoismo, la corruzione, il consumismo e lo spreco, quanto i valori spirituali, le qualità morali e i meriti individuali con le loro conseguenze sociali: ossia la creatività professionale, l’eredità generazionale, la proprietà privata, il risparmio, la libertà politico-economica, le gerarchie sociali.

Tutto ciò favorisce la nascita di un sistema di potere gestito da una classe tecnologica impersonale, immeritevole, irresponsabile, settaria e in fin dei conti estranea alla società. Ad esempio, nel settore economico, questa classe resta estranea non solo al reale vantaggio ma anche alla concreta produzione e gestione dei beni; nel settore politico, essa spinge a unificare e accentrare i centri decisionali e operativi, con la conseguente burocrazia.

La figura tipica del sistema tecnocratico è quella del manager. Costui è non tanto un dirigente meritevole di stima e rispetto che sia di esempio e di guida all’azienda, quanto un anonimo gestore (meglio se funzionale a tutti i settori e quindi intercambiabile) impegnato ad applicare impersonalmente norme, regole e procedure già decise dal sistema tecnologico. Per essere pienamente funzionale a questo sistema, il manager modello dev’essere privo d’ideali, di radici, di patria e possibilmente anche di famiglia; ne sono tipici esempi attuali l’imprenditore, il burocrate e il finanziere cosmopolitici.

Sotto l’azione della burocrazia e la direzione della classe manageriale, la produzione economica, la proprietà privata e l’intera la vita sociale diventano anonime e impersonali e dunque si deresponsabilizzano, anche perché l’esercizio e il controllo gestionali degli strumenti produttivi sono stati separati dalla ufficiale titolarità del possesso.

La tecnocrazia non è democratica

Punto terzo: la tecnocrazia non è democratica.

Ben lungi dall’essere inclusiva e partecipativa, la prospettiva politica della tecnocrazia è tendenzialmente esclusiva, oligarchica, faziosa e settaria. Da anni, le élites “illuminate, competenti e responsabili” lamentano il fallimento delle democrazie contemporanee, basate su una rappresentanza parlamentare eletta dal popolo ma non selezionata preventivamente né pilotata successivamente da circoli competenti. Questi circoli esigono di correggere il sistema democratico in modo tale da sottrarre il potere a una classe politica troppo condizionata dalla opinione pubblica e dalle votazioni elettorali, per affidarlo una classe tecnologica scelta da potenti lobby scientifiche o informatiche o produttive o finanziarie.

La classe tecnocratica teme che una nazione, cedendo dalle “tentazioni conservatrici” (ossia di sopravvivenza), si faccia strumentalizzare dalle “forze della reazione” (ossia di risanamento).   Pertanto, la tecnocrazia si sente in dovere di “costringere il popolo a tornare libero”, secondo il noto motto paradossale lanciato dalla Scuola di Francoforte. Di fronte al comune nemico reazionario, le forze liberali sono disposte a collaborare con quelle socialiste per sospendere le regole democratiche e le istituzioni rappresentative, fino al punto di rinunciare al vecchio idolo della “sovranità popolare”.

Ne deriva l’attuale polemica progressista contro il “populismo”, secondo cui i Governi non devono farsi influenzare da una opinione pubblica rimasta refrattaria e tendente alla ribellione, anzi devono predisporre un sistema repressivo per impedirne pericolosi sussulti. A questo fine, le “situazioni di emergenza” – dovute a crisi economiche o ecologiche o sanitarie – possono servire per sospendere le regole democratiche in favore di quelle tecnocratiche.

Infatti, negli ultimi tempi, la tecnocrazia sta passando dalla occulta influenza economica e burocratica del deep State all’aperta gestione del potere politico, sostituendo Governi democraticamente eletti con “Governi tecnici” o semi-tecnici provenienti da industria, finanza e istituzioni cosmopolitiche come l’O.N.U. o l’Unione Europea.

Del resto, l’avanzata del congiunto potere mass-mediatico, tecnologico e finanziario, approfittandosi della perdurante crisi sanitaria, sta ormai favorendo lo scivolamento di molte nazioni in una “democrazia sotto tutela” o addirittura in una forma di dittatura. Ad esempio, le grandi imprese cibernetiche stanno tentando di fornire alla tecnocrazia un capillare sistema informatico di controllo e repressione più perfetto di quello già vigente nella Cina comunista.

La tecnocrazia non favorisce l’ordine né la pace

Punto quarto: la tecnocrazia non favorisce l’ordine né la pace.

Nonostante abbia ereditato dal positivismo ottocentesco il motto “ordine e progresso”, la tecnocrazia non favorisce né l’uno né l’altro, nemmeno quella minimale sicurezza richiesta da un retto sistema politico-economico. Pretendendo di scegliere arbitrariamente non solo persone, metodi e mezzi ma anche idee, valori e fini, ostinandosi a eludere i giusti diritti e a ostacolare le sane inclinazioni sociali, la tecnocrazia finisce col favorire il disordine e il regresso e col danneggiare il bene comune.

Ciò è dovuto al semplice fatto che la tecnocrazia non ha un vero concetto di bene né di giustizia né di ordine; per essa, ogni programma coerente, ogni procedura funzionale, ogni potere effettivo e ogni vantaggio ottenuto sono buoni, giusti, ordinati. Il tecnocrate non realizza un progetto organico che applica leggi naturali al fine di ottenere un ordine retto, stabile e sicuro, ma si limita a coordinare opportunisticamente fattori eterogenei usando un meccanismo coerente che costruisce un sistema concentrazionario privo di libertà e discrezionalità.

La “quarta rivoluzione industriale”, quella del great reset telematico e cibernetico progettato da Klaus Schwab per il World Economic Forum di Davos, non mira al bene comune della società e nemmeno al vantaggio dei cittadini, ma mira solo alla estensione, al potenziamento e alla efficacia del sistema tecnocratico stesso. Esso si pone nella prospettiva non più progressista ma ormai regressista, per cui oggi l’oligarchia tecnocratica tende a favorire il programma tribale delle sette ecologiste e quello anarchico dei movimenti neocomunisti; il che danneggerebbe ulteriormente ciò che resta della civiltà cristiana.

La tecnocrazia non favorisce nemmeno la pace sociale. Ad esempio, il tecnocrate mira a creare una società “pluralistica e policentrica” – ossia “multirazziale, multiculturale e multireligiosa” – anche a costo di suscitare divisione, rivalità e conflittualità permanente. Per quanto possa sembrare strano, egli ha una fede quasi religiosa nel “potere creativo” del disordine e favorisce quelle “crisi sistemiche” che provocano “cambiamenti di paradigma”, suscitano shock sociali e fanno compiere “salti di qualità” a un processo rivoluzionario ormai impantanato dai propri fallimenti.

Non a caso, la tecnocrazia vede l’attuale emergenza sanitaria come una occasione storica da sfruttare, al fine d’imporre al popolo una dittatura tecnologica, una economia “eco-solidale”, una politica di “austerità”, e un appiattimento sociale altrimenti inaccettabili, per il semplice fatto che conducono al degrado e alla miseria non solo materiali ma anche spirituali.

La tecnocrazia non si riduce al potere economico

Punto quinto: il potere tecnocratico non si riduce alla sua influenza economica.

Infatti, il nucleo del suo potere non è economico bensì intellettuale, perché consiste non tanto nella sua capacità di mobilitare l’economia, quanto in quella di porre l’economia al servizio della tecnica e questa al servizio di un utopistico progetto sociale che parte dallo scientismo del XVII secolo per giungere a noi attraverso le fasi dell’Illuminismo e del Positivismo.

Certamente molti protagonisti della tecnocrazia sono economisti, finanzieri, imprenditori. Ma spesso costoro sono anche intellettuali, scienziati, politici e comunicatori, capaci di usare le loro capacità per realizzare un progetto ideologico nel quale impegnarsi totalmente, talvolta perfino sacrificando le proprie ricchezze. Dobbiamo ammettere che i “magnati della sovversione” hanno finora prevalso non tanto perché sono più ricchi o potenti, quanto perché sono più motivati, abili e generosi dei “magnati della conservazione”, compresi quelli cattolici.

Il tecnocrate mobilita produzione, commercio, finanza e fisco per potenziare i centri telematici e cibernetici, al fine di plasmare la sensibilità e la mentalità di una società di massa che è dominata dalla brama di ottenere certezze scientifiche, sicurezze politiche e comodità sociali, oppure è oppressa dall’angoscia di perderle e quindi disposta a qualsiasi cedimento pur di salvarle, come oggi sta accadendo pur di uscire dalla crisi sanitaria mondiale.

Il quadro filosofico-politico ecologista delineato a Davos nel recente programma del World Economic Forum ci fa capire che la tecnocrazia usa l’economia come mezzo necessario per imporre ai popoli un great reset – non solo politico ma ancor più culturale e spirituale – che mira a dissolvere la residua civiltà cristiana per realizzare un enigmatico “trans-umanesimo”, ieri previsto da alcuni noti libri e film di fantascienza, oggi progettato dal paradossale connubio tra razionalismo tecnico e naturalismo ecologico.

La tecnocrazia non è invincibile

Punto sesto: la tecnocrazia non è inevitabile né irreversibile né invincibile.

Il potere tecnologico può essere limitato, contrastato e vinto solo da fattori più efficaci e più antichi di lui: ossia da fattori spirituali inerenti alla natura umana, alla sua vocazione e alle sue esigenze, come la libertà e la dignità di una vita retta e sana perché animata da saggezza religiosa e da virtù umane e cristiane.

La tecnocrazia può essere ostacolata e sconfitta innanzitutto restaurando nelle coscienze il retto ordine di precedenza e prevalenza del sapere sul potere, della teoria sulla prassi, dei fini sui mezzi, dell’onestà sulla preparazione e del valore sul successo, riconducendo tecniche e capacità al servizio delle reali esigenze spirituali della società.

Poi, bisogna informare il popolo sulle vere intenzioni della tecnocrazia, svelandone l’ideologia implicita, i metodi dittatoriali e quei progetti di “risistemazione sociale” che si approfittano delle emergenze interne o internazionali per varare nuovi “comitati di salute pubblica” che impongono regimi oligarchici e settari.

Poi, bisogna ricondurre la classe politica a ricuperare la propria missione di promotrice e protettrice del bene comune, almeno rispettando valori, diritti ed esigenze di quella società che pretendono di rappresentare e di guidare.

Infine, bisogna ammonire autorità, élites e popoli a ricuperare la vera e integra dottrina sociale della Chiesa, negando sia a vertici che si pretendono competenti, sia a basi che si pretendono liberatrici, il diritto di tramare contro il popolo, il suo bene comune e la sua missione storica cristiana.

Questa è la vera “emergenza storica” del nostro tempo, che ormai esige princìpi chiari, testimoni coerenti, protagonisti accorti e scelte coraggiose.

di Guido Vignelli

Saggista, del Collegio degli Autori dell’Osservatorio,

ha appena pubblicato Gnosi contro Cristianesimo. Il vero conflitto di Civiltà, Maniero del Mirto, Roma 2021

 

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