Ernesto Galli della Loggia si chiede [qui]: «E se fosse arrivato il momento di smetterla di parlare di multiculturalismo?». Se l’era chiesto vent’anni fa Giuliano Ferrara – su Il Foglio – e si era dato una risposta: basta con la follia «multikulti». E, irriso, ne dava le ragioni.

Ora Galli della Loggia ripete la domanda di Ferrara, ma fa un discorso piuttosto incoerente. Parte bene e centra la questione. L’entusiasmo immigrazionista (e la relativa soluzione multiculturalista), scrive, hanno una medesima regia: l’«élite politico-intellettuale – in grande maggioranza di sentimenti progressisti – che negli ultimi tre quattro decenni ha sostanzialmente determinato l’orientamento ideologico del discorso pubblico occidentale».

Poi però fa l’apologia della «laicità», colonna portante dell’Occidente. La laicità, secondo Galli della Loggia, è «il principio che la religione costituisce eminentemente un fatto della coscienza individuale, il quale di per sé non può pertanto pretendere di dettare le regole e i modi della vita pubblica, né tanto meno di regolare i diritti delle persone e i loro rapporti personali». Al contrario, insorge Galli della Loggia, questo principio di laicità è una «bestemmia» per l’Islam: mai i musulmani si potranno integrare – afferma – e mai si unificheranno e si fonderanno «con la cultura radicata nel nostro Paese, a cominciare dalla nostra stessa Costituzione». Quindi, da una parte fa l’elogio della Costituzione laica, dall’altra condanna il «multikulti», già deriso da Ferrara.

Ma Galli della Loggia non si accorge che il multiculturalismo è figlio proprio della Costituzione laica, nel frattempo trasformatasi in laicismo religioso? Il laicismo, infatti, ha un dogma assai semplice da definire: ognuno confessi la propria religione e la propria cultura nei confini dello Stato (multiculturalismo), a patto che riconosca l’esistenza di un principio superiore (Costituzione) al quale spetta l’ultima parola su qualsiasi diatriba sociale.

È vero che oggi il principio laico e laicista è condiviso da sinistra a destra, ma le radici sono proprio in quella «élite politico-intellettuale, in grande maggioranza di sentimenti progressisti», di cui Galli della Loggia (pare di capire) non si sente parte. Davvero il liberalismo non c’entra nulla con la rivoluzione? La storia dimostra, con tutta evidenza, una medesima radice.

Anche Fabio Cavallari [qui] commenta l’articolo di Galli della Loggia, criticandolo sul piano della realtà: è davvero pensabile – sostiene Cavallari – cercare la soluzione di un problema senza prima guardare cosa c’è a monte? È realistico supporre, infatti, che lo spostamento di milioni di persone, nei prossimi decenni, non diminuirà affatto e i flussi migratori – specialmente dall’Africa – non potranno che aumentare. Prima con migrazioni interne e, in seguito, lo spostamento massiccio potrebbe coinvolgere pure l’Europa. Cavallari vede la causa del fenomeno nella crisi climatica: «nei luoghi in cui sono nate [queste popolazioni] l’acqua verrà meno, l’agricoltura diventerà sempre più difficile e il calore renderà alcune aree progressivamente più complicate da abitare».

Tutto questo è vero, ma bisogna aggiungere evidenze e cause ancora più remote: tribalismo, difficoltà quasi insormontabili di convivenza tra etnie, ignoranza, diffusione dell’Islam armato, promiscuità sessuale, malattie, controllo statale pressoché assente, disordine civile. L’elenco è incompleto. Non è strano che la gente voglia scappare da questa realtà.

In ogni caso, Cavallari sintetizza bene: bisogna «comprendere che le migrazioni non cominciano sulle coste libiche e neppure quando un barcone entra nel Mediterraneo». Storicamente, quando un potere politico viene meno, (per esempio, alla caduta dell’Impero romano), altre nazione ne approfittano mediante la guerra, oppure i territori restano sguarniti e comincia così l’esodo spontaneo di milioni di persone (le antiche invasioni barbariche). La proposta di Cavallari, circa l’esodo odierno, è che si creino le condizioni per non partire, così che la gente abbia «la possibilità materiale di continuare a vivere nel luogo in cui si è nati». Anche per la Dottrina sociale della Chiesa esiste il «diritto a non emigrare» [p. es. qui]. Sarebbe più opportuno – scrive l’autore – creare le condizioni che impediscano l’emigrazione, piuttosto che spendere «enormi energie politiche e intellettuali per decidere come difendere i confini del mondo che abbiamo costruito».

Tutto questo, però, non sembra realizzabile, almeno per ora. L’Europa sta vivendo una paralisi politica e culturale senza precedenti. Non solo è incapace di «parlare di acqua, energia, agricoltura, infrastrutture e lavoro» o di «immaginare una cooperazione che non sia elemosina», ma non riesce nemmeno a badare a se stessa. L’Europa attuale è inconcludente e il resto del mondo è affaccendato in procedure belliche, di cui non s’intravvede la risoluzione.

Lo scontro culturale (e non solo) appare oggi inevitabile, perché la situazione è difforme da quella pre-medievale del IV secolo d.C. I popoli che provenivano dal nord e dall’est erano pagani e, in qualche modo, il cristianesimo è riuscito a integrare la germanitas con la latinitas: dallo scontro ne è nata una civiltà. Le migrazioni attuali coinvolgono invece popolazioni radicalizzate e ideologizzate da religioni (e culture) non integrabili al cristianesimo, come dice Galli della Loggia. Non sono neppure integrabili, per paradosso, all’illuminismo e al liberalismo, che avrebbe dovuto soppiantare la Chiesa.

I musulmani non sono gli ostrogoti o i visigoti e nemmeno i vandali: la stragrande maggioranza viene, almeno adesso, in pace e le radicalizzazioni sono controllabili e isolate. La questione è un’altra. Cioè quella dichiarata da Galli della Loggia: l’Islam moderato non protesta e non condanna il fanatismo. E, al contrario del cristianesimo, non si affatto secolarizzato. Con gli ostrogoti il pericolo proveniva dalle armi, dall’Islam il pericolo proviene da una volontà risoluta, la quale esclude quella cooperazione e quel dialogo che Cavallari giustamente propone. È vero, con discreto realismo, che il discorso sulle frontiere chiuse o aperte è inconcludente, ma lo è anche quello relativo al dialogo e alla cooperazione.

Tralasciando il fanatismo o la delinquenza dei singoli, le persone afro-asiatiche sono chiuse per definizione e tendono ad invadere non tanto i territori, ma i pensieri e le coscienze. Ciò avviene senza difficoltà, perché trovano la cultura liquefatta e informe dell’Occidente nichilista. In questo quadro, sarà frustrato ogni tentativo liberale o cooperativo. Non sarà, allora, che la soluzione, in fondo, sia la più semplice e la più avversata? Alla volontà afro-asiatica, risoluta e intransigente, non è forse da opporre un’identità precisa e lo stabilire, con chiarezza, confini di volontà e di pensiero?

Silvio Brachetta

(Foto: Di ​Wikipedia in italiano user Dreammy, CC BY-SA 3.0)

Autore