
C’è una chiave di lettura che consente di comprendere il voto con cui il Veneto ha approvato la legge regionale sulle procedure per il suicidio medicalmente assistito meglio della dicotomia destra e sinistra. È quella che ci ha lasciato il più grande filosofo italiano e cattolico del Novecento, Augusto Del Noce.
Il 2 settembre il Consiglio regionale del Veneto ha approvato con 32 voti favorevoli, 14 contrari e 5 astensioni la proposta di legge sulle «procedure e tempi per l’assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito», fortemente spinta dalle campagne mediatiche del radicale Marco Cappato. Il Veneto è la prima Regione governata dal centrodestra a compiere questo passo. I voti favorevoli sono arrivati attraversando quasi per intero l’arco politico: dal Partito democratico al Movimento 5 Stelle e ad Avs, fino a una parte consistente della Lega e a un voto di Forza Italia. Fratelli d’Italia ha votato contro. Luca Zaia, già presidente della Regione e oggi presidente del Consiglio regionale, ne ha fatto la propria battaglia personale.
Il dato politicamente più interessante non è, dunque, che la sinistra abbia votato una legge sul suicidio assistito. È che una parte significativa del centrodestra abbia ormai assunto, sulla questione antropologica, categorie culturali che storicamente appartenevano al radicalismo.
Qui torna straordinariamente attuale Del Noce. Il filosofo aveva intuito con largo anticipo la trasformazione del comunismo italiano dopo l’esaurimento della sua tensione rivoluzionaria. Venuto meno l’utopismo rivoluzionario, non sarebbe necessariamente tornata la tradizione: piuttosto quella stessa sinistra, che con il materismo storico aveva contribuito a “de-spiritualizzare la persona”, avrebbe potuto incontrarsi con la società borghese, secolarizzata, individualista e permissiva. Negli ultimi scritti Del Noce arrivò così a leggere la progressiva “secolarizzazione” del Pci come il possibile approdo verso un “partito radicale di massa”, nel quale alla vecchia prospettiva rivoluzionaria e popolare si sarebbe sostituito un nuovo illuminismo laicista e individualistico, particolarmente concentrato sulla trasformazione dei costumi. La storiografia sul suo pensiero ricostruisce precisamente questa previsione: il Pci destinato a essere progressivamente egemonizzato dalla cultura radicale e dalla nuova borghesia laicista e permissiva che un tempo faceva riferimento all’irrilevante (elettoralmente) Partito d’Azione.
È una categoria che oggi alla luce del voto in Veneto va aggiornata. Perché il Partito radicale di massa non coincide più soltanto con la sinistra. Ha conquistato il centro. Anzi, è diventato in parte il nuovo centro: uno spazio politico nel quale si può divergere sulle aliquote fiscali, sulla politica estera, sull’immigrazione, sulle pensioni, ma nel quale tende progressivamente a consolidarsi un comune paradigma antropologico. L’individuo precede ogni legame; la libertà viene identificata anzitutto con l’autodeterminazione; il compito delle istituzioni diventa garantire tecnicamente l’esercizio della scelta individuale. Persino quando quella scelta riguarda la propria morte.
Non si tratta di negare la drammaticità delle situazioni umane alle quali la legge pretende di dare risposta. Proprio perché quelle situazioni sono drammatiche, tuttavia, la domanda politica dovrebbe essere più profonda: che cosa deve offrire una comunità a una persona che soffre?
È qui che emerge il grande paradosso della stagione dei cosiddetti “nuovi diritti”. Garantire un diritto individuale può essere relativamente semplice per lo Stato. Molto più difficile è garantire una relazione. Molto più costoso in termini umani, economici e organizzativi è assicurare cure palliative realmente accessibili, assistenza domiciliare, sostegno economico alle famiglie, presenza sanitaria e psicologica, comunità capaci di accompagnare la disabilità, la malattia, la vecchiaia e la solitudine.
La grande intuizione delnociana sulla trasformazione della sinistra aiuta allora a comprendere qualcosa che oggi va ben oltre la sinistra stessa: l’emancipazione individuale può diventare perfettamente compatibile con la società opulenta e tecnocratica. Con il filosofo cattolico, lo aveva intuito anche il comunista Pierpaolo Pasolini nei celebri Scritti corsari, nei quali si dichiarò contrario all’aborto e tratteggiò un “nuovo fascismo” totalizzante: il consumismo, capace di omologare le coscienze, distruggere le culture particolari e spacciare per “diritti e progresso” le nuove necessità del capitalismo. Una società può moltiplicare le libertà individuali proprio mentre si indeboliscono i legami comunitari e le protezioni sociali. Può proclamare nuovi diritti mentre diventa sempre meno capace di sostenere concretamente chi è fragile.
Per decenni l’Italia ha conservato una sua peculiarità antropologica rispetto ad altre società occidentali: una maggiore persistenza della famiglia, delle reti comunitarie, dell’associazionismo, della solidarietà intergenerazionale. Quella che è stata definita, richiamando San Giovanni Paolo II, l’“eccezione italiana”: una società nella quale famiglia e comunità conservavano una forza capace persino di compensare alcune insufficienze del welfare pubblicistico.
Il voto del Veneto segnala che quella eccezione non può più essere considerata politicamente garantita dal semplice permanere di un centrodestra maggioritario.
La questione è persino più profonda delle appartenenze partitiche e arriva alla radice delle forme del vivere insieme. Proprio San Giovanni Paolo II, nell’Evangelium vitae, nel contesto della battaglia fra cultura della vita e cultura della morte, aveva avvertito che il valore della democrazia sta o cade con i valori che essa incarna e promuove. E soprattutto aveva indicato una strada che oggi appare sorprendentemente concreta: il Vangelo della vita non si difende soltanto attraverso le leggi, ma mediante la testimonianza personale, le diverse forme di volontariato, l’animazione sociale e infine anche l’impegno politico.
È da qui che i cattolici dovrebbero ripartire. Non basta più attendere che un partito difenda per delega ciò che resta dell’antropologia cristiana. Occorre tornare diffusamente a costruire società.
Famiglie che sostengono altre famiglie. Associazioni capaci di accompagnare anziani e disabili. Imprese che non lasciano indietro i propri collaboratori più fragili. Comunità cristiane che tornano a essere luoghi reali di assistenza. Fondazioni, cooperative, scuole, opere sanitarie, reti educative, volontariato. In una parola: corpi sociali intermedi.
La Dottrina sociale della Chiesa, come messaggio di salvezza rivolto a tutti gli uomini, “animali politici” e quindi bisognosi di una società che non ostacoli ma favorisca la loro salvezza e santificazione, ha sempre guardato a questi corpi come a realtà che proteggono e integrano la persona nel rapporto con lo Stato e con il potere. E l’enciclica Evangelium vitae appartiene pienamente a questa tradizione iniziata con la Rerum novarum: «come un secolo fa – vi sottolinea San Giovanni Paolo II – ad essere oppressa nei suoi fondamentali diritti era la classe operaia, e la Chiesa con grande coraggio ne prese le difese, proclamando i sacrosanti diritti della persona del lavoratore, così ora, quando un’altra categoria di persone è oppressa nel diritto fondamentale alla vita, la Chiesa sente di dover dare voce con immutato coraggio a chi non ha voce. Il suo è sempre il grido evangelico in difesa dei poveri del mondo, di quanti sono minacciati, disprezzati e oppressi nei loro diritti umani».
Come ho cercato di ricordare anche nel mio libro La Dottrina sociale della Chiesa. La profezia di Leone XIII ai tempi di Leone XIV, la questione della vita non è una nicchia bioetica separata dalla questione sociale. È questione sociale. Difendere la vita significa costruire condizioni nelle quali vivere rimanga umanamente possibile anche quando diventa molto difficile.
La risposta cristiana alla persona che soffre non può quindi limitarsi al divieto. Deve diventare compagnia. Alla solitudine deve contrapporre una comunità; alla disperazione una presenza; alla fragilità una rete di protezione; alla sensazione di essere diventati un peso la certezza di continuare ad appartenere a qualcuno. Allora la testimonianza cristiana torna a essere straordinariamente politica senza trasformarsi necessariamente in partitismo.
In una società di individui sempre più soli, il cristianesimo possiede infatti qualcosa che nessun sistema amministrativo può produrre: un annuncio sul significato della vita. Cristo non elimina la sofferenza con una procedura, ma restituisce all’uomo la certezza che nessuna esistenza è inutile.
Ma quell’annuncio diventa credibile socialmente quando genera opere. È accaduto così per secoli: ospedali, scuole, università, confraternite, opere assistenziali, cooperative, casse mutualistiche, associazioni, comunità educative. Il cristianesimo ha costruito civiltà non soltanto proclamando principi, ma creando luoghi nei quali quei principi diventavano esperienza.
L’americano Rod Dreher la ha chiamata “opzione Benedetto”: di fronte a una società post-cristiana, ricostruire comunità capaci di custodire una concezione integrale dell’uomo, rafforzando famiglia, Chiesa, scuola e comunità locale. Non una fuga dal mondo, ma la ricostruzione delle condizioni per poter tornare ad abitarlo cristianamente. Potremmo chiamarlo il monachesimo del terzo millennio: creare isole di umanità dentro una società che rischia una nuova barbarie, non per chiudervisi dentro ma perché possano tornare a irradiare civiltà.
La sfida, perciò, non è semplicemente trovare un nuovo partito che prometta ai cattolici di votare contro la prossima legge sul fine vita. È molto più ambiziosa: ricostruire dal basso quella trama sociale senza la quale anche la migliore legislazione prima o poi cede. Perché quando tra l’individuo e lo Stato rimane il vuoto, l’uomo fragile è terribilmente solo. E uno Stato che non incontra più famiglie forti, comunità vive e corpi intermedi capaci di farsi carico della sofferenza rischia inevitabilmente di trasformare problemi umani in procedure amministrative. Lo Stato deve sussidiariamente tornare a servire la società, facendo tesoro delle sue esperienze più luminose.
È questa, forse, la vera lezione del voto veneto. Il Partito radicale di massa ha ormai oltrepassato i confini della sinistra e conquistato una parte del centro politico. Rispondergli soltanto sul terreno elettorale sarebbe insufficiente. Occorre ricostruire ciò che la società individualista ha dissolto.
E occorre farlo partendo esattamente da coloro che una società fondata sull’autonomia individuale rischia di lasciare indietro: il malato, il disabile, l’anziano, il bambino, la madre in difficoltà, il povero, chi ha perso il lavoro, chi non è produttivo, chi non è autosufficiente. Prima ancora di chiedere a costoro se vogliono morire, una civiltà degna di questo nome dovrebbe poter dire loro: non sei solo.
Al Partito radicale di massa occorre contrapporre prima che un “Partito cattolico” una sorta di optio Benedicti sociale. Dreher ha sviluppando la celebre intuizione con cui Alasdair MacIntyre concludeva After Virtue: davanti alla dissoluzione di un ordine morale condiviso, potrebbe essere necessario attendere un nuovo – e certamente diverso – san Benedetto. Si tratta dell’idea di comunità cristiane capaci di custodire e trasmettere una forma di vita, costruendo scuole, istituzioni, reti di solidarietà e luoghi nei quali fede, famiglia e comunità tornino a costituire un’esperienza unitaria.
Ma per l’Italia questa intuizione dovrebbe assumere un significato particolare. L’optio Benedicti non come fuga dal mondo o peggio forme di comunitarismo separato in una società sempre più frammentata, ma come ritorno alla generatività sociale del cristianesimo.
Un monachesimo del terzo millennio che non richiede necessariamente mura e chiostri, ma comunità. I monasteri benedettini custodirono la fede, certamente; ma intorno a quella fede ricostruirono lavoro, agricoltura, cultura, assistenza, educazione, ospitalità. Furono luoghi nei quali, mentre un mondo si disgregava, un altro cominciava silenziosamente a nascere.
È questa l’immagine che dovrebbe interpellare oggi il cattolicesimo sociale. Costruire isole di umanità dentro la nuova barbarie, non per rifugiarsi su di esse ma perché diventino punti dai quali ricominciare.
di Benedetto Delle Site
Presidente Nazionale
Movimento Giovani Ucid
Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti

