Per continuismo intendo la tendenza a considerare in perfetta continuità la dottrina sociale della Chiesa nel suo sviluppo storico moderno. Si tratta di forzare le cose in modo da trascurare le diversità oppure considerando le diversità non come tali ma come sviluppi consequenziali. Vorrei fare degli esempi in proposito.

Per esempio, è bastato che Leone XIV avesse dichiarato di chiamarsi Leone in ricordo di Leone XIII e tutti hanno pensato subito ad una perfetta continuità tra i due. In realtà il nuovo Leone ha fornito un solo tenue elemento per sostenerla, ha cioè detto che, come Leone XIII aveva affrontato la questione sociale di allora, quella operaia, alla luce della Dottrina sociale della Chiesa, adesso bisogna affrontare la nuova questione sociale dell’intelligenza artificiale. Se si basasse solo su questo, potremmo chiamarla una continuità circostanziale. Ma  quanto di Leone XIII verrà ripreso da Leone XIV? Vedremo…, dirà qualcuno, ma intanto si potrebbe fare un elenco di insegnamenti di Leone XIII che senza ombra di dubbio non verranno ripresi dal nuovo Papa. Se si potrà parlare di continuità è ancora presto per dirlo, certo si può negare fin da ora che ci sia continuismo.

Recentemente mi è capitato di recensire un bel libro sulla Dottrina sociale della Chiesa scritto da Oscar Sanguinetti e con un ampio saggio introduttivo di Marco Invernizzi (QUI). Ripeto che è un bel libro. Anche in questo caso, però, è stato applicato il metodo del concordismo che consiste nel fare la storia della Dottrina sociale della Chiesa moderna come se si trattasse di un unico percorso rettilineo che aggiunge sì qualcosa dovuto ai nuovi problemi nel frattempo sorti, ma che non presenta nessuno scarto, nessun cambiamento di prospettiva, nessuna novità di impostazione. Perfino il magistero di Francesco, così fuori dalle righe, così particolare, così nemmeno catalogabile, così rivoluzionario nel metodo e nei contenuti, viene pacificamente associato ai precedenti senza notare alcunché di nuovo. E pensare che le due encicliche di Francesco Laudato si’ e Fratelli tutti sembrano non avere nemmeno la struttura di una vera enciclica sociale. Non solo, ma Francesco ha smobilitato il contesto teologico stesso che sta alla base della Dottrina sociale della Chiesa. Basti pensare al cambiamento della teologia morale confermato da Amoris laetitia e alla nuova sinodalità da lui lanciata.

Tralascio la vecchia questione della Dottrina sociale della Chiesa preconciliare e postconciliare che Benedetto XVI nella Caritas in veritate dice essere in continuità tra loro. La questione è troppo complessa per poterla degnamente affrontare in queste poche righe, e arrivo al bel discorso tenuto il 15 luglio scorso dal cardinale Robert Sarah al Parlamento Europeo (si può trovare una mia presentazione QUI e il testo QUI). Si tratta di un discorso coraggioso, profondo, importante per le argomentazioni e per le denunce che contiene, però vi si nota anche una forzatura di tipo continuista. Il filo rosso del discorso è la parola (logos) che deve tornare ad essere vera e per questo deve fondarsi sulla realtà. Il cardinale riprende la dottrina di Benedetto XVI in proposito, e condanna l’Unione Europea che vuole “colonizzare” l’Africa cambiando il significato delle parole padre, madre, matrimonio, gender, diritti umani e così via. Ad un certo punto Sarah afferma che su ciò – ossia sull’uso volutamente distorto delle parole – sono concordi Benedetto XVI, Francesco e Leone XIV. Ecco il continuismo. Lasciando per il momento da parte il Papa regnante, è impossibile stabilire una continuità con Francesco, il quale durante il suo pontificato invase la Chiesa di parole ambigue, di nuovo conio, tendenziose e dirette non a confermane il senso ma ad aprire processi inediti. È vero che egli denunciò “il colonialismo culturale” dell’Occidente rispetto ai Paesi africani, ma questa sua frase non riesce a coprire il fatto che nel frattempo anche la Chiesa faceva propria la neo-lingua ONU e UE e anche essa con Fiducia supplicans ingarbugliava il senso delle parole, talché furono proprio i vescovi africani a ribellarsi all’inganno (si trattava anche in questo caso di “colonialismo”?). Amoris laetitia cambia il significato delle parole adulterio o peccato, la parola dottrina venne degradata in continuità dallo stesso Francesco, e la parola integrazione divenne il passepartout della nuova Chiesa sinodale. Sono stati scritti anche dei libri per elencare tutte le parole della neolingua del pastoralismo inclusivista di Francesco. Ne segnalo almeno due, uno di Francesco Avanzini, “Piccolo dizionario della neolingua” (QUI) e l’altro di Guido Vignelli, Una rivoluzione pastorale. Parole talismaniche nel dibattito sinodale sulla famiglia” (QUI).

Stefano Fontana

(Foto di Ricardo Loaiza su Unsplash)

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