Faccio qui riferimento al libro di Oscar Sanguinetti, La Dottrina sociale della Chiesa oggi. Una lettura “forte”, edizioni Ares, Milano 2026. Il libro si apre con un saggio di Marco Invernizzi dal titolo “La dottrina sociale della Chiesa tra rivoluzione e contro-rivoluzione”, pp. 15-55, del quale mi occupo in questa breve Nota, riservandomi di tornare in futuro sulla parte più cospicua del volume redatta da Sanguinetti.

Invernizzi è un autorevole esperto di Dottrina sociale della Chiesa, storico del movimento cattolico e attualmente Reggente nazionale di Alleanza Cattolica. L’Autore non teme di partire da lontano e di assumere uno sguardo lungo e ampio, condizione fondamentale per una interpretazione “forte” della Dottrina sociale della Chiesa. Parla della creazione, del peccato e della redenzione (pp. 18-23): fuori di una teologia cristiana della storia la Dottrina sociale decade ad una serie di indicazioni pratiche.
Dentro questa visione di grande respiro egli non teme di parlare di “cristianità”, assumendosi anche questa responsabilità così poco in sintonia col sentire, anche ecclesiale, di oggi. La Dottrina sociale della Chiesa, secondo lui, si inserisce nella evoluzione della cristianità, dalla sua fondazione all’inizio dell’età costantiniana fino ai suoi conflitti con la modernità. Non è semplice parlare di un periodo così lungo e complesso nel giro di poche pagine. Il testo di Invernizzi manifesta delle ottime intuizioni di sintesi anche se talvolta, quando le esigenze sintetiche si fanno troppo strette, rischia anche di accostare un po’ velocemente fasi ed eventi che richiederebbero una maggiore analisi. Uno di questi casi è quando l’autore parla di Leone XIII, del Vaticano II e di Giovanni Paolo II nel giro di venti righe (pp. 27-28). L’idea di fondo è che nella società ormai pluralista la linea impostata da Leone, sviluppata dal Concilio e arricchita dal Papa polacco, sia la medesima che l’autore sintetizza come ”nuova evangelizzazione”. Questo collegamento ha elementi di verità ma è anche ardito. La diversità tra il progetto di Leone XIII di ricostruire la società cristiana e la linea conciliare, che invece rinuncia all’idea stessa di società cristiana, e poi il tentativo di Giovanni Paolo II di ricostruirla sul terreno di un nuovo personalismo cristiano è molto forte.
Illustrando le vicende della cristianità dopo la Rivoluzione francese, Invernizzi spiega che “nel corso di questi 200 anni che vanno dal 1789 al 1989 anche la modernità cambia e attenua i suoi propositi laicisti” e “alcuni regimi in diversi Paesi dell’Occidente accantonano la loro carica ideologica anticristiana delle origini e trovano conveniente schierarsi a fianco delle Chiese cristiane” (p. 40). Il riferimento è espressamente a quanto affermato da Benedetto XVI nel discorso alla Curia romana del 22 dicembre 2005. Poi però l’autore riconosce che questa coesistenza con i regimi politici “subisce la lenta erosione dovuta all’avanzare del secolarismo”. Anche in questo caso la velocità della sintesi lascia aperta qualche fessura. Proprio questo riconoscimento dell’involuzione neopagana delle ideologie moderne contrasta con l’idea che esse abbiano attenuato i loro propositi laicisti, come ha ben dimostrato Augusto Del Noce, che lo stesso Invernizzi, del resto, richiama a pagina 45. La stessa affermazione del 2005 di Benedetto XVI, da Invernizzi utilizzata, non sembra tenere conto di ciò e rappresenta essa stessa un problema.
Il passo che afferma senza ombra di dubbio una visione “forte” della Dottrina sociale della Chiesa è il seguente: “L’epoca costantiniana, volenti o nolenti, è finita, ma ne va preservata la memoria, ne vanno difesi gli aspetti positivi e se ne va rifiutata la demonizzazione, anche in ambiente ecclesiale. Se è già esistita una cristianità ed è durata 10 secoli, una cristianità nuova può tornare ad esistere” (p. 49). Bene ha fatto Invernizzi a parlare così chiaramente.
Le pagine restanti del saggio vengono dedicate a fornire alcune indicazioni perché ciò, quando il Signore vorrà, possa avvenire. Si tratta di indicazioni certamente accettabili queste poste da Invernizzi, perché spiegano bene i motivi per cui serve la Dottrina sociale della Chiesa. Sono però anche indicazioni troppo ottimiste sulla “continuità” degli atti magisteriali, vista come priva di sbavature o variazioni significative. L’aspetto più evidente di questa visione che potremmo chiamare continuista è che del cambio di paradigma avvenuto con Francesco nulla si dice, anzi lo si presenta come in perfetta continuità con tutto il percorso precedente, in altre parole come se non ci fosse mai stato. A pagina 53, poi, l’autore auspica che si faccia una nuova edizione del Compendio della dottrina sociale della Chiesa che comprenda anche le encicliche di Francesco. A parere di chi scrive, questo aggiornamento non si farà mai, per due motivi: perché la diversità di impostazione delle due encicliche di Francesco male si incastrerebbero nell’insieme; e perché per riproporre un aggiornamento del Compendio serve una visione “forte” di Dottrina sociale della Chiesa, come aveva, a suo modo, Giovanni Paolo II, come ha Invernizzi, ma come non ha più avuto la Chiesa di Francesco.
Stefano Fontana

