Caro Stefano,

ho letto con vivo assenso il tuo intervento sul continuismo in dottrina sociale, e ti scrivo non per aggiungere un applauso — di quelli ne avrai già — ma per proporti un passo ulteriore, che mi pare la naturale conseguenza di ciò che hai messo a fuoco. La parola che hai coniato è esatta, e proprio per questo merita di essere spinta fino in fondo: il continuismo, dici, è il forzare le cose in modo da trascurare le diversità, oppure da considerarle non come tali ma come sviluppi consequenziali. È una diagnosi che condivido interamente. Ma vorrei mostrarti che il continuismo non è un vizio della sola storiografia sociale: è la forma stessa che ha preso la crisi, su ogni terreno, e che sul terreno propriamente teologale — la fede, i sacramenti, la salvezza — si lascia documentare con un rigore che, sul terreno sociale, è più difficile raggiungere.

Parto dalla tua osservazione più fine, quella sul nome. È bastato, scrivi, che il nuovo Pontefice si chiamasse Leone perché tutti pensassero a una perfetta continuità con Leone XIII, mentre l’unico elemento reale a sostegno è, per tua stessa ammissione, tenue. Ecco: in quella frase c’è, in nuce, un intero metodo, e vorrei che ne vedessi la portata. Tu non hai contestato la continuità opponendo una dichiarazione contraria; l’hai contestata guardando ai fatti che dovrebbero sostenerla e trovandoli esili. Hai cioè applicato, senza chiamarlo così, un principio che dovrebbe governare ogni giudizio sul magistero recente: non fidarsi di ciò che un testo dichiara di essere, ma osservare ciò che un testo fa. Le parole di continuità sono a basso costo: chiunque può premetterle. Sono gli atti, la struttura, l’architettura di un documento a dire se la continuità c’è o è soltanto affermata. Facta potentiora verbis, verrebbe da dire, e l’adagio vale anche qui, e forse soprattutto qui.

Ora, se applichiamo questo principio non al nome di un Papa ma ai testi, accade una cosa che cambia il quadro. Il continuismo si regge, quasi sempre, su una confusione che nessuno si prende la briga di sciogliere: la confusione tra la legge e il suo regolamento attuativo. Mi spiego, perché è il cuore di tutto. In ogni ambito della dottrina esiste una verità di principio — chiamiamola la legge — e insieme la dottrina delle condizioni che rendono quella legge operante nel concreto — chiamiamola il regolamento. La legge dice che cosa è vero; il regolamento dice come quel vero raggiunge le persone, a quali condizioni, entro quali confini. Ebbene: la mia tesi è che negli ultimi sessant’anni, su un piano dopo l’altro, la legge sia stata conservata e ripetuta, mentre il regolamento è stato progressivamente lasciato cadere. Non negato: taciuto. E un continuista ha buon gioco a proclamare la continuità, perché la legge, in effetti, è là, intatta, citabile. Ma la legge senza il suo regolamento non è la stessa dottrina: è una parvenza di essa, perché ciò che rendeva quella verità operante — le condizioni, i confini, le distinzioni — non viene più esposto.

Ti do l’esempio più alto, quello che tocca la salvezza, perché è lì che la cosa si vede meglio e si documenta con più forza. La teologia cattolica ha sempre tenuto insieme due affermazioni: che Cristo è morto per tutti — la redenzione oggettiva, universale, sufficiente — e che i frutti di quella morte devono essere applicati a ciascuno mediante la grazia, la fede, i sacramenti, la perseveranza — la redenzione soggettiva, la santificazione. La prima è la legge; la seconda è il regolamento. Prova ora a percorrere i grandi documenti eucaristici dal dopoguerra a oggi, non per giudicarne l’intenzione ma per censirne l’architettura, e vedrai una cosa impressionante: la prima affermazione resta ovunque, la seconda si assottiglia di documento in documento, finché scompare come principio ordinante dell’esposizione. Il fine propiziatorio della Messa, il fine impetratorio, l’applicazione dei frutti ai vivi e ai defunti, le condizioni oggettive per ricevere degnamente — tutto ciò che era architettura portante negli anni Quaranta diventa prima formula compressa, poi citazione tra virgolette del magistero anteriore, poi silenzio. Non c’è un solo documento che neghi il propiziatorio: c’è una serie in cui il propiziatorio cessa di organizzare il discorso. E il risultato, per il fedele qualunque — quello che non ha letto Trento e non è tenuto ad averlo letto, perché riceve la fede da ciò che gli viene esposto — è che eredita una salvezza che sembra già data a tutti, perché a nessuno viene più detto a quali condizioni diventa sua. La legge senza il regolamento produce, nella percezione, quella sorta di immanentismo che fu il tratto distintivo del modernismo, così come san Pio X lo diagnosticò e condannò nella Pascendi. Con la differenza che oggi il modernismo non viene mai professato apertamente: viene solo lasciato accadere, per sottrazione.

Vedi allora perché il tuo continuismo e questa mia lettura sono la stessa cosa vista da due lati. Tu, sul terreno sociale, denunci chi legge il percorso come rettilineo trascurando gli scarti. Io, sul terreno teologale, mostro che lo scarto ha una forma precisa e ricorrente: non l’eresia dichiarata, che sarebbe visibile e correggibile immediatamente, ma il confine non più tracciato, la condizione non più detta, il regolamento lasciato in bianco sotto una legge che si continua a proclamare. E il continuismo prospera proprio di questo, perché può sempre indicare la legge intatta e dire: vedete, nulla è cambiato. Ha ragione sulla legge; ha torto sul tutto, perché una dottrina è la sua legge più il suo regolamento, e il secondo è evaporato. E allora la dottrina cessa di essere ciò che è: la via tracciata verso la salvezza.

Aggiungo la ragione per cui insisto tanto sul metodo — la struttura, non l’intenzione, che pure esiste e non pretendo di negare. Nel tuo articolo, a un certo punto, scrivi che un Pontefice ha invaso la Chiesa di parole ambigue dirette non a confermarne il senso ma ad aprire processi inediti. Sono d’accordo sul fenomeno; ma nota che quella formulazione attribuisce un fine, un’intenzione, e proprio per questo è il punto in cui l’avversario continuista ti aspetta al varco: perché l’intenzione è indimostrabile, e discuterne apre battibecchi senza fine. La forza, l’ho sperimentato, sta nel rinunciare del tutto al giudizio d’intenzione e nel tenersi alla struttura verificabile. Non ha voluto aprire processi, che è indimostrabile, ma: il testo, tale e quale, lascia la legge senza il regolamento, e ne mostra il punto esatto, con la data. Questo è inattaccabile, perché non chiede al lettore di leggere nel cuore di nessuno, gli chiede solo di confrontare due testi. Il continuista può negare un’intenzione; non può negare un confronto testuale che ha sotto gli occhi.

Ti dico dove tutto questo va a parare, perché non è una disputa accademica. Se la crisi ha questa forma — legge conservata, regolamento taciuto — allora il rimedio non è né il continuismo che nega la crisi, né la rottura che nega la Chiesa. Il rimedio è un atto dell’autorità che ritracci il confine: che torni a dire il regolamento sotto la legge. Fino ad allora siamo chiaramente in uno stato di necessità reale per la conservazione della fede teologale impossibile senza la sana e integra dottrina.

La parola continuismo dice, sul tuo terreno, ciò che io vado dicendo sul mio, e mi pare che i due discorsi si reggano a vicenda. Se un giorno ti andasse di portare questo metodo — il censimento della struttura, non il processo alle intenzioni — dentro la dottrina sociale che è il tuo campo, credo che troveresti la stessa freccia: la legge di Leone XIII conservata a parole e il suo regolamento, cioè le condizioni concrete che la rendevano operante, lasciato evaporare sotto le encicliche recenti che pure non lo negano mai. Ma questo è un cantiere tuo, e non voglio invadertelo: mi basta averti mostrato che il tuo continuismo non è un difetto locale della storiografia sociale, bensì il nome di ciò che è accaduto ovunque, e che sul piano della fede si lascia perfino datare.

Con stima fraterna e riconoscenza per il tuo lavoro,

Andrea Mondinelli

(Foto di Nick Castelli su Unsplash)

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