[Nota redazionale. In questi giorni, dopo l’intervento americano a Caracas, molti commentatori chiamano in causa il Diritto internazionale. Può così sembrare che fino a quel momento esso fosse in buona salute. Il nostro Osservatorio si propone di fornire qualche contributo di chiarimento a questo problema].

Alle volte la Provvidenza permette che, nella storia, l’uomo si trovi di fronte a situazioni che sembrano insolubili, almeno in apparenza. Ogni tanto sorge uno scenario di circostanze inconsueto, con le caratteristiche di una crisi, che sembra una novità assoluta, di cui non si riesce a comprendere il senso, né tanto meno s’intravvede una soluzione. Basti pensare – quanto alla politica – alle guerre mondiali del Novecento o – quanto alla religione – alla nascita di Gesù Cristo, che mette in crisi la persona umana e le sue istituzioni legate al culto. Si richiedono sempre delle scelte difficili e un discernimento difficoltoso.

In realtà la storia è, per definizione, l’accadere di avvenimenti nuovi, ma non in senso assoluto, perché restano ferme due necessità: l’impossibilità che l’essenza di qualcosa o di qualcuno possa mutare (e quindi l’uomo è sempre uguale a se stesso) e l’impossibilità che gli eventi e le circostanze future possano ripetersi con gli stessi protagonisti e nelle stesse modalità del passato.

Le quattro dottrine sulla guerra

È tornata d’attualità la guerra, quasi con prepotenza, e sta coinvolgendo (direttamente o meno) l’intero pianeta. Nel recente passato, la guerra fu d’attualità alla fine della Belle Époque, nel 1914: il frutto della crisi fu lo scoppio della Prima guerra mondiale. Tornò d’attualità del primo dopoguerra, con il sorgere dei totalitarismi: dalla crisi scaturì la Seconda guerra mondiale, dopo la quale ci s’illuse sull’avvento di una sorta di pace perpetua, garantita dalla presenza dell’Onu, l’Organizzazione delle Nazioni Unite.

L’illusione sta oggi scomparendo e si comprende a fatica che la guerra è una presenza sgradita ma perpetua della storia. Dove sta la novità? Che la Provvidenza costringe l’uomo, sotto la pressione degli avvenimenti e della crisi, a pensare e a compiere una scelta su qualcosa che era intenzionato a rimuovere, sotto la spinta di chimere pacifiste.

Il desiderio di rimozione lo ritroviamo già in Platone e in Aristotele. Lo Stagirita, in particolare, ne parla col contagocce ne La Politica[1]: la guerra, in sintesi, sarebbe lecita come strumento che porta alla pace e, di conseguenza, l’espansionismo militare si pone al di fuori del diritto.

Sulla guerra, comunque, si vanno dipanando, dal Medioevo in poi, quattro dottrine distinte. La prima dottrina è quella della Chiesa e del suo magistero, che fa capo alle interpretazioni di sant’Agostino e di san Tommaso, i quali ritengono lecito l’uso della forza a certe condizioni: vi è una guerra giusta e una guerra ingiusta – la guerra, per essere giusta, deve avere una giusta causa (difesa della giustizia e punizione del male), una retta intenzione (la pace, il bene comune) e un’autorità legittima al comando.

Con l’Umanesimo e il Rinascimento, autori come Niccolò Machiavelli e Marsilio da Padova affermano, con maggiore realismo, che la guerra è da considerarsi non tanto (o non solo) giusta o ingiusta, ma necessaria. A parte alcuni aspetti erronei del machiavellismo, è pertinente affermare che, accanto alla dottrina sulla guerra giusta, si deve tenere conto dello stato corrotto della natura umana a causa del peccato originale. Da questo punto di vista la guerra è un male che non può essere eliminato dalla storia.

E invece, risponde la Riforma protestante – sia nella forma luterana che in quella di Erasmo da Rotterdam – la guerra dev’essere eliminata, in favore della pace, che sarebbe l’unica volontà di Dio circa la storia. Anche un certo cattolicesimo, ad esempio quello di san Tommaso Moro, si avvicina alle posizioni del nascente pacifismo europeo.

La quarta dottrina è quella moderna e contemporanea che, sciolta da ogni legame con la fede o con la religione, si trova a dover sostituire l’autorità etica universale (quella del Papa e della Chiesa) con un’altra autorità che, solo in teoria, si dovrebbe porre al di sopra degli Stati nazionali, i quali – nella propria sovranità chiusa e indipendente – si considerano sempre nel giusto. Questa autorità etica universale, che va a sostituire la civiltà cristiana, è null’altro che la riproposta del diritto internazionale in senso illuminista.

La rivincita di Machiavelli

Ma è proprio il concetto moderno di diritto internazionale, sviluppatosi nei secoli successivi al Rinascimento, a dimostrare oggi tutta la sua inconsistenza. Venuta meno una persona (il Papa, l’Imperatore) e un ordine etico, riconosciuto universalmente e superiore a quello degli Stati e delle Nazioni (quello del cristianesimo), non resta che un semplice pezzo di carta, che dovrebbe garantire la pace mediante un organismo supernazionale (ad esempio l’Onu o la Società delle Nazioni).

Il gioco ha retto un’ottantina di anni dopo l’ultimo conflitto mondiale e ora è andato in crisi. Cestinato il pezzo di carta del diritto internazionale moderno, da parte del potere politico, resta solo la sovranità interna degli Stati che, per definizione, si ritengono sempre nel giusto. I tre imperi – statunitense, russo e cinese – si muovono in modo scoordinato e autoreferenziale. E così anche gli Stati meno potenti, cioè il resto del mondo, rivendicano in maniera decisa la propria sovranità, nell’illusione che la storia sia ancora riducibile al trionfo di un diritto internazionale laico, sganciato da un’origine sovrastorica e fondato o su un qualche tipo di contratto sociale di stampo rivoluzionario o sul compromesso etico.

Risorge la guerra di espansione e di conquista, tipica dell’antichità pagana, perché di fatto la società odierna è idolatra e ha creato, nel corso di alcuni secoli, una quantità di feticci assai superiore al numero delle divinità pagane classiche. La strategia della conquista è divenuta realtà di recente con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e con l’arresto del presidente venezuelano Nicolás Maduro da parte degli Usa.

Ma nemmeno questo è del tutto vero: la politica di conquista statunitense si è protratta ben dopo il 1945 e il crollo dell’Unione sovietica (1991), con l’espansione dell’egemonia Nato sui paesi dell’est europeo. Si riafferma così la validità, in senso realistico, del concetto machiavellico di «guerra necessaria», che prevede di guardare in faccia lo stato di fatto delle cose, ovvero la corruzione intrinseca della natura umana e il relativo abbandono dello jus cristiano. Certamente non si tratta di un abbandono completo, per via delle radici cristiane dell’Occidente: resta un certo margine per rimanere nel diritto e, tuttavia, la guerra continua a poter essere giusta o ingiusta da parte di tutti, secondo la Dottrina sociale della Chiesa.

Nascita del diritto internazionale come disciplina

In ogni caso, con l’avvento della modernità, anche la dottrina cattolica sulla guerra ha conosciuto un suo sviluppo interno, nella forma di un approfondimento. Tra i vari autori che si potrebbero nominare, è il caso di dire qualcosa sul pensiero del domenicano spagnolo Francisco de Vitoria (1488 circa – 1546), considerato uno dei fondatori del diritto internazionale. Il problema, infatti, non è l’esistenza del diritto o di un diritto internazionale, ma lo stravolgimento dei contenuti che ne ha fatto la modernità.

Un sunto delle speculazioni politiche di de Vitoria si trova in un testo di Giuseppe Tosi[2], membro del Comitato scientifico della rivista Jura Gentium. Tosi presenta un de Vitoria teologo, che prosegue la tradizione tomista, inserito nel contesto storico della colonizzazione spagnola del Nuovo Mondo e degli scontri tra gli Stati cristiani europei. De Vitoria sostiene che il diritto delle genti (jus gentium) «è di diritto naturale o derivato dal diritto naturale» e compete agli Stati. L’uomo non dovrebbe essere «lupo a se stesso», come sostenne Plauto, ma riconoscere la «naturale parentela (cognatio)» tra le persone.

Non esiste, però, solo lo jus fondato sul diritto naturale: per comprendere cosa intenda il cattolicesimo per «guerra giusta», bisogna tenere conto che – con la Rivelazione – l’uomo scopre l’esistenza di uno jus divino soprannaturale, cioè di un diritto di Dio, secondo cui è lecito, giusto e doveroso per i cristiani predicare il Vangelo. Secondo Tosi, de Vitoria afferma che il principio della «guerra giusta» sorge laddove i «barbari» impedissero i liberi spostamenti delle genti e il loro appropriarsi delle cose che non sono di nessuno: in questo caso la guerra diverrebbe lecita come extrema ratio, dopo il tentativo di persuasione a parole.

De Vitoria giustifica in tal modo l’operato degli spagnoli nei confronti degli indios americani, che si opponevano all’avanzata degli stranieri. Per il teologo è doveroso proporre e imporre la verità della «parentela universale», anche a costo del ricorso alla forza militare.

Liceità della guerra

Ma de Vitoria riconosce anche agli indios la liceità della difesa. Essi, per via di un’ignoranza invincibile, si oppongono all’avanzata di un esercito di colonizzatori più forti e meglio armati. Per questo motivo anche la loro guerra è giusta: non però per diritto, ma appunto per ignoranza e come attenuante, non conoscendo né Cristo, né l’origine della destinazione universale dei beni. Quanto agli spagnoli del XVI secolo, il ricorso alla guerra è lecito, ma solo se impediti dagli indios nel commercio e nella propaganda fidei.

Tosi poi commenta il de Vitoria quanto ai successivi approfondimenti dello «jus ad bellum» (diritto alla guerra). Nel significato di «guerra giusta» è contenuta sia la guerra difensiva, sia la guerra offensiva, poiché per de Vitoria è lecito «dissuadesse il nemico dal commettere ingiustizie» anche col «vendicare un’offesa». È da tenere conto, insomma, tanto della difesa, quanto della deterrenza, perché è dovere dell’ordine politico contrastare il male passivamente e attivamente – difendendosi e attaccando.

Come s’intuisce sempre meglio, il de Vitoria fa da perno tra lo jus classico e lo jus moderno. Questo non deve stupire. Molto del pensiero moderno, infatti, non sarebbe contrario alla verità, se solo non si fosse allontanato dalla fede e dal principio unitario dell’etica. Secondo la tradizione, de Vitoria esclude «la diversità di religione, l’ampliamento dei territori e la gloria personale del principe» come motivi sufficienti per giustificare una guerra. Sulla diversità di religione è bene chiarire che le guerre di religione (illecite) non hanno nulla a che fare con il libero commercio, con la parentela universale delle genti e con il diritto di diffondere liberamente la verità e il Vangelo.

Tosi scrive poi della dottrina vitoriana dello «jus in bello» (diritto durante la guerra), cioè su cosa sia lecito o meno durante il conflitto. Si tratta non solo di un testo molto elaborato, ma pure difficile, per via della difficile soluzione dei casi di coscienza. Si chiede de Vitoria: è lecito uccidere gli innocenti? È lecito spogliarli dei beni o prenderli prigionieri? È lecito uccidere gli ostaggi? Ha senso la guerra di sterminio? Che fare del bottino di guerra? Quale tributo è lecito richiedere ai vinti? Che fare dei principi sconfitti?

La sensibilità moderna di de Vitoria sta anche in questa complessità di argomenti e di soluzioni proposte.

Importanza di uno sguardo retrospettivo

È da notare – osserva Tosi – che nella teoria della guerra giusta uno dei due contendenti ha ragione e uno ha necessariamente torto (ignoranza invincibile esclusa). Per cui, secondo un’intuizione di Carl Schmitt, si crea una discriminante «fra le teorie che, come quelle di de Vitoria, difendono la guerra giusta nel doppio senso di jus ad bellum e jus in bello, e le teorie moderne, per le quali ci si limita allo jus in bello, cioè a limitare le offese durante il conflitto bellico, ma non ci si domanda più sulla liceità della guerra, non ci si chiede più chi ha ragione o chi ha torto, perché si parte dal presupposto che entrambi hanno le loro ragioni per promuovere una guerra, fra le quali ci può essere anche la conquista territoriale».

È proprio quello che sta accadendo. La geopolitica contemporanea, dopo battibecchi sterili tra consorterie o tifoserie dell’uno o dell’altro schieramento, s’interessa maggiormente alle dinamiche di causa-effetto e di azione-reazione dei conflitti armati. Il potere politico non sembra porsi il minimo senso retrospettivo (secondo un’espressione di Massimo Cacciari) e si limita al quotidiano botta/risposta, fatto di minacce, avvertimenti, ultimatum, dichiarazioni, proclami e comizi.

Tosi chiude il suo lavoro con una critica a de Vitoria (la quale nasce in Carl Schmitt), che sarebbe incorso in alcune aporie, svuotando di significato il concetto di guerra giusta in senso tradizionale. Ovviamente la dottrina vitoriana «non esce dai limiti della Respublica Christiana ed è lontana dalla dottrine dello jus inter gentes del moderno jus publicum Europaeum». Ma il lavoro del teologo spagnolo è notevole proprio perché ha posto questioni centrali, su cui altri autori – compreso Schmitt – hanno potuto costruire una critica.

Silvio Brachetta

Foto di Eduard Delputte su Unsplash


[1] Aristotele, Τά πολιτικά, c. VII, VIII.

[2] Giuseppe Tosi, La teoria della guerra giusta in Francisco de Vitoria e il dibattito sulla conquista, in M. Scattola (a cura di), Figure della guerra. La riflessione su pace, dissidio e giustizia tra Medioevo e la prima età moderna, Franco Angeli, 2003, pp. 63-87.

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