
Pubblichiamo la Relazione tenuta da Don Pevarello sabato 5 aprile in occasione della V Giornata nazionale di Formazione e Coordinamento per “la vera scuola cattolica” promossa dall’Osservatorio Van .
“La realtà è Cristo” (Col 2,17)
Partirei da una domanda e da una constatazione.
Cos’è che rende l’uomo “uomo”? Il suo corpo, lo spirito, l’intelligenza, l’affettività, la volontà, con le quali fa maturare la libertà e la coscienza. Bene, affinché l’atto di fede sia autentico, esso deve coinvolgere tutte queste facoltà.
Solo così potremo affermare in verità di amare Dio e i fratelli “con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente” come richiestoci da Gesù (Mt 22) nella famosa domanda su qual era il comandamento più grande.
Questo “tutto” è il fine dell’educazione che Cristo richiede ai suoi. Ecco perché tra le più belle definizione di educazione c’è questa: essa è “introduzione alla realtà totale” secondo l’intuizione pedagogica di Jungmann, poi ripresa in seguito anche da Giussani.
Soltanto l’uomo, “unito in se stesso” grazie allo sviluppo delle sue qualità naturali, guarite ed elevate dalla grazia divina, può impattare la realtà totale considerata come il grande segno che ci parla di Dio e a Lui conduce.
La realtà vera è la realtà sacramentale che rimanda oltre se stessa. Tutta la realtà è segno di un “oltre” e non si esaurisce in quello che si vede e che si tocca. Scriveva Montale: “Tutte le immagini portano scritto ‘più in là’” e i sacramenti ne sono il richiamo permanente. Ecco perché la Chiesa ritiene anche che “Il risveglio della fede passa per il risveglio di un nuovo senso sacramentale della vita dell’uomo e dell’esistenza cristiana, mostrando come il visibile e il materiale si aprono verso il mistero dell’eterno” (LF, 40).
Volete una prova di quanto sia urgente questa necessità di ritrovare la realtà tutta intera e quindi sacramentale? Non esiste nessuna civiltà che ha avuto il nostro benessere materiale, ma siamo la prima che ritiene questo l’unico fine della vita. Per usare un’immagine biblica: siamo solo terra, senza soffio vitale. Risultato: la grande malattia del nostro mondo si chiama depressione, il male oscuro. Stiamo male, non tanto nel corpo quanto nella mente e nel cuore. Perché? Perché ci siamo dimenticati che la realtà intera è molto più grande di ciò che è fisico. Ci siamo dimenticati che fanno pienamente parte del “reale” l’amore, la libertà, il male, il bene, tutte quelle dimensioni che non sono “fisiche”, che non sono “misurabili” ma che esistono ed anzi, toccano come non mai le corde della nostra interiorità.
Esempio pratico: davanti ad una carezza tra un uomo e una donna, l’intero gesto è esauribile con spiegazioni fisico-cerebrali (due mani che toccano le reciproche guance, aumento della dopamina ed ossitocina e diminuzione della serotonina), o c’è qualcosa di più? Entriamo cioè dentro al linguaggio umano più profondo che, guarda caso, è anche quello che viene fatto proprio dalla Chiesa. Non si nega il fatto della carezza, ma quel fatto viene arricchito di un significato più profondo. La realtà allarga le sue dimensioni, senza che questo significhi rinnegare la concretezza dell’atto.
Benedetto XVI: “Che cosa è il reale? Sono “realtà” solo i beni materiali, i problemi sociali, economici e politici? Qui sta precisamente il grande errore delle tendenze dominanti nell’ultimo secolo, errore distruttivo, come dimostrano i risultati tanto dei sistemi marxisti quanto di quelli capitalisti. Falsificano il concetto di realtà con l’amputazione della realtà fondante e per questo decisiva che è Dio. Chi esclude Dio dal suo orizzonte falsifica il concetto di “realtà” e, in conseguenza, può finire solo in strade sbagliate e con ricette distruttive”.
Dio che si fa uomo; l’eterno che si fa storia; l’invisibile che si fa visibile: il mistero dell’Incarnazione è il grande annuncio della nostra fede. Dio è il vero uomo, l’uomo perfetto, che ha in sé la pienezza della divinità e dell’umanità. Distinte ma non separate, unite nella persona di Gesù. Il grande tentativo di Satana è sempre e solo uno: separare ciò che si trova unito, isolando e assolutizzando ciò che tale non è. Ecco perché il pensiero moderno è nella sua essenza luciferino: perché proclama la centralità dell’uomo come assoluto, ab-solutus, sciolto da chi lo lo ha creato e salvato. Ma l’uomo ha senso solo dentro l’abbraccio di Cristo che dà significato al mondo, al cielo, alla terra e quindi all’uomo che li abita. Egli esiste “in rapporto” a Dio ed è questa l’intuizione che lo ha fatto da sempre un ricercatore di Dio e del “senso della vita”, ossia di un principio trascendente capace di rendere ragione della molteplicità delle cose e delle esperienze della vita, in grado di ordinare l’intelligenza e quindi anche l’aspetto pratico dell’esistere.
L’educazione è integrale solo quando è cattolica, quando si prende cura di approfondire, curare, questo “rapporto-legame” tra l’uomo, il mondo e Dio.
In definitiva è la riproposizione pedagogica di ciò che insegnava il vecchio catechismo di san Pio X che alla domanda: “Per quale fine Dio ci ha creati? Per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita per goderlo poi nell’altra in Paradiso”. Conoscere ed amare Dio significa conoscere ed amare noi stessi, fatti a sua immagine e somiglianza.
Cos’altro deve essere l’educazione se non la fortificazione della nostra capacità di conoscere amando e amare conoscendo, ad imitazione della vita trinitaria?
Gesù Cristo è l’incarnazione perfetta di Logos e Caritas, che costituiscono l’unica grande vocazione dell’uomo. Per questo l’uomo è nato e vive per incontrare Cristo per farlo vivere in Lui: “non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me”.
Cristo vita della vita dell’uomo. Ogni vera educazione porta a Lui.
Per questo ve l’ho proposto oggi come il centro dell’educazione integrale della persona.
Dopo questo cappello introduttivo con cui ho voluto riprendere un po’ l’importanza di avere una buona antropologia teologica che parta dalla vera identità dell’uomo e tenga conto della realtà intera in cui è chiamato a vivere, possiamo ora approfondire l’educazione cattolica nel contesto scolastico.
La lente in cui leggerò i punti cardini di una proposta educativa che si vuole proporre come “cattolica” sarà sempre quella cristologica, guardando in particolare a Gesù come “unico divin Maestro”.
Primo punto: l’educazione integrale della persona parte dalla scelta di avere Cristo come punto centrale da cui passa tutto ciò che tocca la nostra vita. È lui che fa comprendere la realtà e le connessioni in essa presente.
Questo “punto di concentrazione” ci serve per rispondere ad una domanda la cui risposta che si mostra quanto mai urgente e necessaria per ordinare la nostra vita. Ovvero: di fronte agli infiniti stimoli, alle infinite informazioni che ci arrivano dal mondo in cui viviamo, esiste un principio in grado di mostrarle unite nella nostra coscienza, dandoci anche la capacità di giudicarle? Quello che ho chiamato “punto di concentrazione” serve per ordinare tutta la complessità del mondo di oggi.
Guardate che è una domanda decisiva dalla cui risposta dipende sia la nostra vita naturale, in particolare la nostra salute mentale, sia la vita soprannaturale di grazia, perché investe il nostro rapporto quotidiano con Cristo, per evitare quella dolorosa frattura tra fede e vita che vediamo presente in molti cristiani.
È vero o no che la nostra vita assomiglia sempre più ad una vita in trincea? Ci si sveglia al suono di una o più notifiche, perché il mondo virtuale non rispetta i tempi dell’uomo… siamo già in ritardo prima di aprire gli occhi! Si esce di casa armati di smartphone, agende digitali e tazze di caffè volanti per affrontare la giornata. Entrati nel mondo del lavoro, la competizione è l’aria che respiriamo. Ovunque: a scuola, sia che tu sia insegnante che tu sia alunno; nei colloqui di lavoro come nelle riunioni. Sempre sotto osservazione e valutati con “feedback” e “performance review”, magari da gente che neppure ti ha mai visto in faccia. E poi quella frustrazione di sapere che non basta lavorare bene, occorre anche vendersi bene. Non basta essere se stessi. Il prezzo di tutto questo mondo folle è salato, molto salato: mutui trentennali, famiglie sfasciate, richieste di prestiti per la “formazione”, debiti perenni per continuare a stare in partita. Le trincee oggi sono invisibili ma assolutamente reali. Quanta gente combatte battaglie silenziose contro l’ansia, l’insonnia, la sensazione di essere costantemente inadeguati. Ed ogni guerra presenta sempre il suo conto: alcuni restano, feriti; altri disertano, altri vanno avanti ma senza ormai sapere più il perché.
Ecco perché occorre scegliere un punto di concentrazione e a noi Dio lo ha rivelato: “In Cristo sono state fatte tutte le cose e tutte in lui sussistono”.
Cristo è questo punto di concentrazione del molteplice. Tutto ciò che ci accade parla di Lui e a Lui conduce. Tutto: nel bene e nel male, nella buona e nella cattiva sorte: o Cristo o il caos. Cristo è Luce che irradia da dentro il cammino dell’uomo.
Tutto quel che Lui ha amato, lo dobbiamo amare anche noi. Per amore ha creato il mondo, pr amore ha creato gli uomini e sempre per amore li ha salvati. Lo stupore davanti ad un Dio così accende il desiderio dell’uomo, tanto che come disse lo scrittore francese Joseph Malegue (maleghe): “Oggi il difficile non è accettare che Cristo sia Dio; difficile sarebbe accettare Dio se non fosse Cristo”.
Se il vero ed il bene devono essere desiderati e amati per poter essere vivi nel cuore dell’uomo, questo significa che è Cristo il desiderio dell’uomo.
Mi sono venute in mente quelle entusiasmanti parole di Giovanni Paolo II alla Giornata mondiale della gioventù del 2000 a Roma:
In realtà, è Gesù che cercate quando sognate la felicità; è Lui che vi aspetta quando niente vi soddisfa di quello che trovate; è Lui la bellezza che tanto vi attrae; è Lui che vi provoca con quella sete di radicalità che non vi permette di adattarvi al compromesso; è Lui che vi spinge a deporre le maschere che rendono falsa la vita; è Lui che vi legge nel cuore le decisioni più vere che altri vorrebbero soffocare. È Gesù che suscita in voi il desiderio di fare della vostra vita qualcosa di grande, la volontà di seguire un ideale, il rifiuto di lasciarvi inghiottire dalla mediocrità, il coraggio di impegnarvi con umiltà e perseveranza per migliorare voi stessi e la società, rendendola più umana e fraterna. Carissimi giovani, in questi nobili compiti non siete soli. Con voi ci sono le vostre famiglie, ci sono le vostre comunità, ci sono i vostri sacerdoti ed educatori, ci sono tanti di voi che nel nascondimento non si stancano di amare Cristo e di credere in Lui. Nella lotta contro il peccato non siete soli: tanti come voi lottano e con la grazia del Signore vincono!
Non siete soli. Famiglie, comunità, sacerdoti, educatori.
Di fronte alla cosiddetta “emergenza educativa”, il papa ci chiama in causa tutti. Tutti chi? Il mondo degli adulti.
Educare è far entrare il giovane nella vita “tenendo alta la domanda della verità” (papa Benedetto XVI)
Un mio amico professore mi raccontava un episodio avvenuto nella sua classe, in cui un collega arriva per presentare l’importanza di diventare donatori di sangue. Ad un certo punto dice: “per donare il sangue non bisogna fare uso abituale di droghe”. E subito dopo aggiunge: “non che io stia giudicando un modello di vita, ognuno fa ciò che vuole”… questo è il messaggio che stiamo dando ai giovani: “fa ciò che vuoi”. Ovvero: non crescere mai, stai fermo lì, fissa il tuo ombelico, il tuo istinto, il tuo capriccio. Inchiodato.
Tutto questo uccide ogni germoglio di vita: se non c’è nulla di vero, nulla di bello, nulla di buono, se un comportamento vale l’altro, se la verità e la menzogna sono intercambiabili, è chiaro che il giovane viene travolto dal cinismo e dall’indifferenza.
Ora mi chiedo: che diavolo è successo per insegnare questo modo di stare al mondo, anzi di non stare davanti alla realtà, senza il minimo desiderio di verità, di sapere come stiano davvero le cose?
Viviamo in un tempo davvero strano, abitato da gente che come premessa ai loro discorsi per mostrarsi aperta e tollerante mette l’inciso “la verità non esiste”, ma nello stesso tempo poi vuole avere ragione…
Senza verità, le parole dell’uomo sono solo apparenza, vuote, manipolatorie, violente, perché non avendo un legame con la realtà oggettiva, sono incapaci di parlare alla nostra coscienza e pertanto non possono divenire un dono per gli altri.
E senza verità si uccide la vita, perché si uccide il desiderio che fa prendere alla vita la forma di una freccia lanciata verso l’alto, verso il nostro desiderio di essere grandi, nel senso buono del termine, belli, forti, generosi. Noi diventiamo ciò che a cui tendiamo.
Quando papa Benedetto parla di “entrare nella vita tenendo alta la domanda della verità”, ci sta svelando il segreto per vivere davvero, perché apre alla possibilità di educare, apre alla possibilità di intendere l’educazione come il cammino mediante il quale l’uomo può conoscere la realtà, che resta la meta della vita.
La meta è tutto il significato della vita umana; essa non sta solo alla fine, ma è presente anche in ogni passo che compiamo. In questo modo è la realtà che determina interamente il movimento educativo passo passo.
La scuola deve avere una traiettoria chiara: nessun progetto può essere educativo se non ha una finalità esplicita. Per quanto riguarda la scuola cattolica, la finalità è una sola: la santità, ossia “formare Cristo” nel cuore dei fratelli: “tutte le cose sono state create per mezzo di lui ed in vista di lui”.
Tutto il nostro studio è finalizzato a conoscere e ad amare Dio e tutta la sua creazione.
È Cristo la stella polare in grado di unificare tutte le nostre esperienze, tutte le discipline e tutta le nostre azioni quotidiane. Ed avere questa presenza che unisce tutto è fondamentale per la riuscita educativa. Solo la riscoperta di questo legame, di questo rapporto, può ridare vita all’uomo e quindi alla società, perché non c’è niente di più insensato di dover camminare senza un indirizzo preciso, senza una meta che scaldi il cuore di chi si mette in viaggio. Da qui nascono l’apatia, l’indifferenza, il disimpegno di molti ragazzi per l’offerta scolastica di cui non riconoscono il senso.
L’impegno e la passione scattano solo davanti ad una proposta che parte dalla certezza che la realtà è conoscibile, perché custodisce un logos, una ragione ed un fine, che l’uomo è chiamato a scoprire, ad interpretare e amare: per questo l’intelligenza e il cuore invocano un orizzonte di senso che abbracci tutta la vita.
La realtà non è mai veramente affermata se non lo è anche il suo significato. La scuola è tale se ha il coraggio di offrirlo, consapevole che la vera sapienza si trova laddove Verità e Carità si incontrano, ossia nel volto di Cristo.
È Gesù l’ultima offerta di Dio per ritrovare in pienezza il progetto originario di amore, volta ad educare coloro che si aprono alla verità e al suo amore, accogliendo la compagnia di fratelli con cui fare quell’esperienza che cambia la vita e fa fiorire l’umano.
In effetti quando l’uomo ha avuto a cuore l’eterno, il suo rapporto con Dio, ha poi sentito l’impulso di porre mano ad opere di carta, di tela, di marmo, di pietra o di altri materiali che lo collocassero “oltre il veloce andare/delle sere che passano sul mondo” (Rilke), rendendo più alto e dignitoso il senso del suo pellegrinaggio terreno. Al contrario, “quando gli uomini non sanno più sognare cattedrali, non sono più in grado di costruire belle soffitte” (Mounier).
Le Scritture mettono bene in evidenza come il popolo di Dio non si è educato elaborando sistemi specifici, ma mettendo al centro l’alleanza con Dio, vero educatore in mezzo ad un popolo che ama e che in forza di questo amore si prodiga affinchè quell’insegnamento non vada perduto ma possa trasmettersi di generazione in generazione: “ciò che abbiamo udito e conosciuto e i nostri padri ci hanno raccontato, non lo terremo nascosto ai nostri figli; diremo alla generazione futura le lodi del Signore, la sua potenza e le meraviglia che ha compiute (…) ha comandato ai nostri figli di farle conoscere, perché le sappia la generazione futura, i figli che nasceranno. Anch’essi lo racconteranno ai loro figli e non di dimentichino le opere di Dio” (Sal 78). La centralità di Dio permette la trasmissione da una generazione all’altra: di conoscenze, di cultura e di fede.
La scuola cattolica fa pienamente parte della missione salvifica della Chiesa.
L’evangelizzazione è sempre un’opera di educazione: annunciare Cristo, vero uomo e vero Dio, significa creare cultura e civiltà. Per questo la Chiesa ha sempre avuto una storia luminosa di santi educatori, tanto che addirittura la liturgia prevede per loro dei formulari specifici, ricordandoci che l’educazione è un ambito speciale per la santificazione.
La verità è che nessuno cresce da solo, ma tutti abbiamo bisogno di avere accanto adulti che ci indichino con sicurezza e autorevolezza il cammino da intraprendere. Pertanto è fondamentale ridare valore ed entusiasmo al ruolo dell’insegnante. Se non è cosa buona che l’alunno se ne stia all’ultimo banco per farsi gli affari suoi, questo vale anche per l’insegnante. Bisogna fare fatica, bisogna esserci, senza avere fretta, perché se il nostro gesto vuole essere educativo, non deve mai mancare di carità e l’amore e la fretta non si fanno mai buona compagnia, perché l’amore è paziente e sa che per incidersi nel cuore di un giovane ha bisogno di tempo per diventare la medicina con cui guarire le ferite delle vita e darle il gusto che merita.
Direi che dobbiamo partire proprio dall’immenso vuoto di senso che li abita, per cercare di risvegliare il desiderio grande di amare ed essere amati e così ridestarli dall’ultimo posto della classe in cui si sono infilati per non essere visti riportandoli ad appassionarsi alla loro vita.
Saper leggere questa insoddisfazione latente dentro ogni desiderio è la chiave per ogni vera educazione. Niente di questo mondo ci basta; non siamo fatti per adorare gli idoli, siamo fatti per adorare Dio. È necessario che sia il mondo adulto i primi a crederlo, certi che nel profondo del cuore di ogni giovane ci sia sempre lo stesso desiderio di verità, di bellezza, di amore e di felicità che abbiamo avuto e, spero, che abbiamo ancora noi e ricevuto a nostra volta dalla generazione che ci ha preceduto. Si tratta solo di risvegliarlo. Quello che va risvegliato non sono tanto le conoscenze, quanto il desiderio di conoscere.
Per questo esistono ancora gli insegnanti, per questo si alzano la mattina, si preparano le lezioni, senza accontentarsi di sapere il loro livello di conoscenza delle materie, osando guardarli negli occhi e nel cuore al fine di trovare quel pertugio in cui rimettere in moto il loro entusiasmo mediante l’offerta di un orizzonte di senso capace di scuoterli dalla noia e dall’apatia di cui spesso soffrono.
Primo compito dell’educatore non è quindi “denunciare” con il ditino quanto sono ormai vuoti (distruggere è facilissimo) ma porsi in modo costruttivo accanto al ragazzo che scopre di avere quel “buco”, quella insoddisfazione nel cuore e accompagnarlo a fare di questa fessura non la radice di una tristezza assoluta, ma lo spazio per scoprire che c’è di più, perché la nostra vita non si accontenta mai del tutto di ciò che c’è in questo mondo, perché siamo fatti per le cose grandi, alte, per le stelle del cielo, per quelle luci più grandi di noi, lontane ma il cui calore possiamo avvertire dentro di noi, se solo ci fermiamo un attimo.
È esattamente ciò che Dante ci insegna descrivendo il suo passaggio dal centro dell’inferno al cielo. Ve lo ricordate? Nello scontro con Lucifero (Dante deve affrontare il male fino in fondo per accedere al Paradiso) all’improvviso vede, da un piccolo foro, un pezzo di cielo, quel cielo che porta alle cose belle, alle stelle, ci si infila e finalmente sbuca fuori da quel regno orribile: “e quindi uscimmo a riveder le stelle”. E qual è la prima stella che vede? È Venere, simbolo dell’amore! Uscire dall’inferno significa proprio questo: intuire che la propria vita è amata, capire che non è sotto una maledizione ma è fatta da Colui che è Amore e ci è data per amare.
La vita vera, reale, è governata dalla legge dell’Amore: “amor che move il sole e l’altre stelle”; è l’amore la “gloria di Colui che tutto move”. Quindi, sbucare fuori dal male e vedere che la prima stella, la prima luce che incontriamo è Amore, questo è l’incipit della vita vera, che inizia già su questa terra. e la scoperta di questo risuona in noi come profondamente umano, come profondamente bello.
Amare ed essere amati: è questo il grande desiderio della vita di ognuno.
Quand’è che una persona è felice? Quando ama ed è amata. Quando è triste? Quando non ama e non è amata. D’altronde siamo fatti ad immagine e somiglianza di Dio e Dio, come ci dice san Giovanni nell’unica definizione della Scrittura, “è amore”. Ecco quindi: l’amore come la nostra grande vocazione, ciò che dà senso ed unità alla vita, che non la disperde e non la rende inconcludente. Ecco perché i medievali chiamavano il diavolo “princeps fragmentorum”, il principe dei frammenti. Bellissima definizione. Colui che fa a pezzi la nostra vita, facendoci credere che esistano pezzetti sganciati completamente dall’amore di Dio, fuori dalla sua presenza, dalla sua amicizia.
L’esclusione di Dio, del desiderio di Lui, via verità e vita, è la radice ultima della tristezza che ammorba il nostro mondo: quando il Signore ci ammonì “Senza di me non potete fare nulla”, non stava scherzando. Davvero senza di Lui non esistono amori felici.
I ragazzi vanno incontrati personalmente, viso a viso, perché bisogna incrociare i loro sguardi, la loro voce; non si può rispondere solo con la penna, perché la compassione, l’incoraggiamento, la speranza si possono solo incontrare. Dall’orecchio dei doveri non sentono tantissimo, ma hanno molto sviluppato l’orecchio della passione. Che bello avere davanti un insegnante che ha negli occhi l’amore per ciò che insegna e il desiderio di condividerlo con ragazzi a cui vuole bene. L’insegnante deve credere al suo lavoro, amare ciò che insegna ed avere a cuore i nomi degli studenti, pronto a rendere conto della Speranza che è in lui.
L’abitudine di parlare al plurale “gli studenti”, “le classi”, non ci deve far dimenticare l’unicità del volto di ogni ragazzo, che non è mai pienamente etichettabile nelle nostre categorie.
Il primo atto è come quello di una madre in gravidanza: il figlio, l’alunno, bisogna volerlo, bisogna saper aspettarlo, va desiderato. Questo studente, proprio lui, lo sto aspettando?
Domanda essenziale. Se la risposta è affermativa, ecco che il rapporto educativo già parte sui binari giusti, perché è la condizione per poter accendere in lui il desiderio. Perché desiderarlo significa volergli bene, significa saperlo guardare come unico, nel suo nome proprio, distinto da quello di tutti gli altri. La dimensione dell’insostituibilità, l’amore per il nome, la capacità di guardarlo in modo differente da tutti gli altri e stimolarne la crescita mediante interventi educativi su misura, perché ogni figlio è unico: “L’amore sa contare fino ad uno”.
Don Bosco scriveva: “In ogni giovane vi è un punto accessibile al bene e dovere primo dell’educatore è cercare questo punto, questa corda sensibile del cuore e trarne profitto”. Educare è insegnare a coltivare il desiderio per la verità, cercando di rendere questa amabile; è condividere in un rapporto di amicizia, la passione per tutto ciò che nella realtà è bello, buono e vero. Questo non elimina la necessità delle correzioni, ma le collega con il desiderio di bene, rendendole pertanto più ragionevoli alla coscienza del ragazzo.
Fu il metodo stesso di Gesù: Egli non se scelse Dodici amici straordinari, ma stette con loro, li educò continuamente, mostrando una pazienza incredibile perché non capivano molto.
Tuttavia, qui sorge la prima domanda: chi guida e come si sta insieme in questo cammino educativo? Domanda capitale: che rapporto c’è tra il maestro e l’alunno?
Sembra una domanda scontata. Eppure su questo si scannano tutt’oggi i più grandi pedagogisti. Al centro ci deve essere il maestro o l’alunno? Chi educa chi?
La pedagogia antica era chiara: “parlare ed insegnare è compito del maestro, il dovere del discepolo è tacere e ascoltare” (san Benedetto, cap. VI della Regola).
L’insegnante era colui che aveva conoscenze che il bambino non possedeva e la didattica mirava a fornirgliele ed è questo uno dei motivi che la sua figura era socialmente rilevante e rispettata. Ricordate le quattro figure istituzionali per eccellenza? Prete, dottore, maresciallo e il maestro.
Potremmo chiederci: questa impostazione adultocentrica era perfetta? È la soluzione dei tutti i problemi? Se ha chiaramente i suoi vantaggi, forse tra i suoi limiti vi era la poca attenzione alla vita concreta ed unica del singolo alunno, lasciata alla sensibilità propria di ogni insegnante.
Negli ultimi secoli questa impostazione verticale è stata gradualmente sostituita da un’altra di matrice illuminista: al centro vi è il bambino che sa già potenzialmente tutto, per cui il solo compito dell’insegnante è semplicemente quello di tirare fuori ciò che è già in lui senza il fardello di obbedire a regole che gli vengono imposte dall’esterno. Di conseguenza abbiamo svilito la figura dell’insegnante che è divenuta più un amico il cui compito non è tanto dare voti e verificare conoscenze ma quello di far star bene gli alunni. Poteva sembrare un’idea buona, ma i risultati di questo puerocentrismo sono drammatici e se siamo qui oggi è perché lo sappiamo benissimo. Bimbi tiranni, che leggono e scrivono male e che fanno molta fatica anche a relazionarsi gli uni con gli altri.
In queste settimane si fa un gran parlare di una serie tv Adolescence, che racconta la storia di un tredicenne che è accusato di aver ucciso una sua compagna di scuola. Emblematiche sono le figure del papà e della mamma: buonissime persone, disperate e prese dal dubbio che l’accusa possa davvero essere vera. Ad un certo punto il padre si rivolge alla moglie e le dice: «Mio padre mi ha cresciuto a cinghiate, io avrei voluto fare di meglio».
Mettere Cristo al centro, significa comprendere bene qual è la posizione corretta tra i due estremi: le cinghiate e l’anarchia puerile.
Un giorno i discepoli si mettono a discutere su chi è il più grande, interrogativo che nel nostro contesto educativo potremmo tradurre così: “chi è il vero maestro?”. Sentite la risposta di Gesù: Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me».
Gesù rivoluziona il modo con cui gli uomini devono trattare i bambini, ma lo fa rivolgendosi agli adulti. Egli, prende il bambino, lo mette in mezzo, lo indica come il modello per entrare nel Regno dei Cieli, ma parla ai grandi! Non affida ai bambini il compito di farsi rispettare, ma assegna a noi questa enorme e bellissima responsabilità. Ci dona i suoi occhi, il suo sguardo, nuovo, mai visto prima su questa terra.
Metodo usato da Gesù: mette al centro i bambini ma parla ai grandi.
L’azione educativa spetta al mondo degli adulti che devono avere sempre nel cuore e nella mente di essere “servi” al servizio della crescita integrale dei bambini e dei ragazzi loro affidati. Pensate che sia scontato? Io ho percorso tutti i gradi dell’istruzione e ho trovato di tutto: dall’insegnante che amava la sua materia e non gli studenti; quello che amava entrambi, quello che non amava né la sua materia né gli studenti.
Ecco perché è chiarissimo come la proposta educativa non possa più essere solo nozionistica, ma deve essere trasmessa con passione dal maestro affinché si radichi in profondità nel cuore e nella mente del giovane, in modo tale che possa esprimersi in lui come forza vitale capace di generare scelte e vite secondo verità e carità.
Come conciliare l’azione dell’educatore con la libertà dello studente?
Qui bisogna che ci intendiamo. Partiamo dal fatto che è la verità a rendere liberi, ovvero nell’azione educativa la libertà non si dà come condizione di partenza comune ed identica tra l’educatore e l’educando, poiché essa può essere solo il frutto finale di un lungo cammino che passa dall’uso corretto dell’intelligenza e del cuore con cui si allena la volontà ad affrontare gli urti della vita.
C’è un compito nella vita, c’è un bene ed un male; vi sono azioni buone ed altre cattive ed un giovane deve capirne e amarne il perché. Dio per permetterci di amare, ci ha dato i Dieci Comandamenti, perché non potremo mai amare se non avremmo imparato a dire “no” ai nostri egoismi e ai nostri istinti.
Una personalità è davvero tale e quindi libera, solo dopo aver approfondito lo studio della realtà, attraverso lo studio ed il confronto continuo con chi è più preparato; solo a quel punto potrà osare avanzare un “proprio” giudizio, davvero libero.
Cari amici, mi avvio alla conclusione.
Ci sono diversi modi per educare. I fattori che determinano la buona riuscita sono talmente tanti e danno risultati così diversi in base alle vite che incontrano, che è pura follia credere che esistano ricette magiche. Ho cercato semplicemente di toccare alcuni principi educativi che mi sembrano utili per la nostra riflessione: scelta del punto di concentrazione, desiderio di verità, identikit del buon insegnante e il suo rapporto con gli alunni.
Vorrei provare a concludere con un’immagine un po’ poetica quanto ho provato a dirvi fin qui.
Ci sono diversi modi per insegnare ad un figlio piccolo a rispettare il magnifico fiore che è nato inaspettatamente su una roccia:
a) dirgli che è proibito dalla legge strapparlo e che se lo si facesse si potrebbe finire in galera;
b) non dirgli nulla, ma portarlo semplicemente via senza fargli alcuna spiegazione;
c) oppure potremmo inginocchiarci insieme a lui insegnandogli ad osservare con stupore la sua splendida corolla arancione.
Tutti e tre queste risposte educative sono legittimi, ma è sicuramente il terzo che è il più completo, perché presenta il bene come attraente e desiderabile, incontrando anche il desiderio di bellezza dell’animo del bambino. Anzi, per essere proprio completi si potrebbe aggiungere la verità integrale: che quel fiore, come il cielo e il mare, il sole, la luna e le stelle, sono il grande regalo che gli fa Gesù per essere felice. Così, mentre gli insegniamo a rispettare i fiori, Dio, che agisce attraverso di noi, si prende cura del suo cuore.
Don Tommaso Pevarello
05 Aprile 2025
Lonigo (Vicenza)


