
L’Ufficio delle Tenebre del Giovedì Santo offre alla meditazione dei fedeli, nelle letture centrali del Mattutino, il commento di sant’Agostino sul Salmo 54.
Esso offre un’importante riflessione relativa agli uomini malvagi e a come affrontarli. Considerato il clima di tensione, scontro e inimicizia che in modo ormai costante agita broadcast e piazze, questa riflessione sarà oggi più utile che mai.
Il Salmo è letto in riferimento alla passione di Cristo. Ogni salmo si interpreta anzitutto come riferito al Messia, il Signore Gesù, ma in queste giornate soprattutto l’applicazione del poema sacro al mistero del Figlio di Dio è preminente. Qual è il più grande dolore del Cristo? La cattiveria riversatagli addosso dagli uomini, sue creature. Così il vescovo di Ippona: “Egli parla dei cattivi uomini che lo fan soffrire: e dichiara che la persecuzione di questi cattivi uomini è la sua prova”.
A questo punto si avvia la riflessione sulla malizia umana: “Non crediate che i cattivi ci siano per niente in questo mondo, e che Dio non ritragga alcun bene da essi. Ogni cattivo vive o perché si corregga, o perché per esso il buono sia tormentato”.
L’incipit contiene già i potenziali sviluppi della meditazione. Il male degli uomini non è presentato come un fenomeno assoluto, come un fatto a sé, come un evento incontrastabile, né come un accadimento senza senso e incomprensibile. Al contrario, il male degli uomini è subito posto in relazione all’onnipotenza di Dio e così quello viene ridimensionato e ricondotto a un fine. Se il malvagio non viene fermato, è perché si attende ancora la sua conversione, oppure perché dalle sue persecuzioni Dio potrà trarre dei beni ulteriori e più grandi e principalmente misurare la resistenza dei buoni e confermarli nella loro via (salus animarum suprema lex).
Chiaramente questa visione presuppone fede e speranza. L’alternativa è abbandonarsi a sfiducia e disperazione. Nell’uno e nell’altro caso all’uomo è chiesto di scegliere, di fare il suo passo, di decidere come vuole interpretare il turbinio di fatti che lo assedia.
Oggi giorno ugualmente siamo chiamati noi tutti a decidere come valutare i mali che ci circondano: guerre, con relativi massacri di civili e bambini; disastri sanitari, divisi tra pandemie procurate, vaccinazioni sperimentali e biotecnologie immorali; corruzione della gioventù tra droghe, sessualità disordinata, schiavitù digitali; inquinamento nei cieli, nei cibi, nelle radiazioni; dissesto sociale a livello di famiglie, di integrazione tra popoli, di pregiudizi ideologici disumani e transumanisti.
Possiamo vedere in essi un assoluto che ci soverchia: tale era la lettura proposta da Benjamin W. nella sua interpretazione di “Angelus novus” (celebre disegno di P. Klee).
Possiamo invece vedere in essi l’occasione per una rinnovata chiamata alla conversione e in ogni caso credere che da mali così grandi Dio trarrà beni ancora maggiori. E questo è il punto di vista di s. Agostino e della Chiesa, e risuona proprio all’inizio del Triduo Santo.
In tale ottica la prima reazione del giusto perseguitato sarà quella di pregare per la conversione degli aguzzini e dei nemici: “Voglia Dio dunque che quanti ora ci tormentano, si convertano e siano tormentati insieme con noi”.
Ora, si noti bene, tale desiderio di conversione implica una predisposizione benevola verso il prossimo e diviene condizione per una costruzione di legami sociali realmente accoglienti e pazienti: “Finché restano tali e ci esercitano, guardiamoci dall’odiarli: perché noi non sappiamo chi di essi persevererà nel male sino alla fine”.
Simile predisposizione ci riporta a quella vocazione originaria che vede nel prossimo non un “buon selvaggio” (Rousseau), né un “lupo” (Hobbes), né tantomeno un anonimo primate (Darwin), bensì un fratello, che discende come me da Adamo ed Eva, quindi peccatore come me e a me indirettamente consanguineo e direttamente conspirituale. Per questo noi non dobbiamo mai odiare il prossimo, nemmeno il più scellerato, perché “spesso avviene che mentre ti sembrava di odiare un nemico, odi un fratello senza saperlo”.
Grande e scandaloso è questo messaggio: è il messaggio dell’Amore di Cristo, dell’Amore che è Dio stesso (Deus caritas est). Non ci stupisca che l’Amore, quello vero e non la sua brutta copia arcobaleno, scandalizzi così tanto. Se grande è lo scandalo della morte in Croce del Giusto, più grande sarà lo scandalo dell’Amore che vince tale morte, dell’Amore rende manifestazione di sé persino la Croce. Un amore più grande della morte, questo è l’ordine delle cose. E proprio davanti a tale rivelazione ha pienamente e definitivamente senso credere che Dio sia più grande dei mali che ci assediano.
Non posso mai odiare il fratello: il novax, il nero, il transessuale, Zelensky, Netanyahu, Mattarella, il vegano, il tradizionalista. Quale che sia il mio schieramento e quale che sia la fazione che alimenta la mia insofferenza, io non sono mai autorizzato a odiare le persone.
Questo intendiamo quando con l’ipponate ripetiamo: “Egli ha conquistato il mondo non col ferro, ma col legno”. Col legno della Croce e non col ferro di spade e armamenti.
Che dunque, il cattolico si arrende al male? Cederemo a un quietismo passivo? Copriremo con la foglia di fico di una preghiera rituale l’immensa ingiustizia del mondo? No.
Anzitutto Agostino precisa: “noi non sappiamo chi di essi persevererà nel male sino alla fine”. Ciò lsacia intendere che qualcuno potrebbe non redimersi, morire nel male, e costui ricevere la sua giusta condanna eterna. Ma questa non spetta a noi. A noi spetta una azione temporale e il tempo è relativo, contiene la possibilità di redenzione e questa invita alla prossimità di cui sopra.
In secondo luogo, la battaglia contro le tenebre è ingaggiata e il cristiano è chiamato a essere soldato di Cristo (miles Christi). Ma tale battaglia non è contro il prossimo, bensì contro il Nemico: “dalle sacre Scritture è manifesto che solo il diavolo e gli angeli suoi sono condannati al fuoco eterno. Dell’emenda solo di costoro si deve disperare, contro cui sosteniamo una lotta occulta: lotta alla quale l’Apostolo ci arma dicendo: ‘Non abbiam noi da lottare contro la carne e il sangue’, cioè non contro gli uomini che vediamo, ma contro i principî e le potestà e i dominatori di questo mondo di tenebre”.
Il cristiano osserva il mondo stando, per così dire, sulla frequenza spirituale. Lo vede mosso da un contrasto di spiriti buoni o maligni. Combatte questi, che sono la radice di ogni male nel cuore proprio e dei fratelli. Invoca quelli, e su tutti invoca l’Immacolata Vergine Maria, perché da costoro può ottenere la Grazia divina, sola forza capace di farci perseverare nella giustizia e di riportare vittorie sulle tenebre.
La liturgia, la preghiera, il digiuno, le opere di misericordia spirituale e corporale: ecco i mezzi concreti con i quali l’umanità invoca e custodisce la Grazia. Ecco come si conduce la battaglia contro le potenze spirituali. Ecco come si contrasta efficacemente il male, si converte il peccatore, si prepara l’avvento del Bene contro il male del mondo.
Questo messaggio è valido per tutti. Ma particolarmente esso si deve applicare anche al Popolo dell’Antico Israele. Credo meriti un piccolo approfondimento su tale scomodo tema. Il popolo dell’Antico Israele, che nei suoi figli ha molto sofferto durante le persecuzioni del totalitarismo nazifascista, oggi nelle azioni di altri suoi figli si macchia di orrendi delitti e stragi in Terra Santa. Che dunque? Per rispetto dei morti della Shoah, giustificheremo o copriremo l’errore del Governo israeliano attuale? O all’opposto, la condanna delle efferatezze in corso ci autorizzerà a rinnovare sentimenti di antisemitismo? Né l’una, né l’altra opzione sono accettabili. Ma dalla meditazione odierna possiamo trarre un insegnamento valido.
Anche gli ebrei sono fratelli. Anch’essi sottostanno al peccato originale. Anch’essi possono sbagliare, e sbagliano tanto più quanto più rifiutano la Luce che è Gesù Cristo. Anche davanti ai loro errori siamo esortati a soffocare l’odio, a impetrare la conversione, a pregare perché dai loro errori il Signore tragga beni maggiori. Molto più per loro che per altri, visti i passi delle Scritture in cui si annuncia che la conversione dell’Antico Israele porterà un’era nuova sulla terra (Rm 11).
Precisa Agostino: “Egli intanto stendeva le sue mani verso il popolo incredulo e ribelle. Se infatti ‘il giusto’ è chi ‘vive di fede’; l’iniquo è chi non ha fede. Onde ciò che qui chiamasi iniquità, devesi intendere infedeltà. Vedeva dunque il Signore nella città l’iniquità e la discordia, e ‘stendeva le sue mani verso il popolo incredulo e ribelle’: e nonostante, aspettandoli, diceva: ‘Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno’. Ecco allora che lo scomodo riferimento ai ‘perfidi giudei’ (espressione nota, contenuta essa pure nelle liturgie del Triduo Santo) è qui compreso meglio nel suo contesto. Perfidi è sinonimo di ‘increduli’: privi di fede. E chi non ha fede è ‘iniquo’. Ma l’insegnamento di Cristo è quello di offrire la vita per gli iniqui. E l’invito di Agostino e della Chiesa è quello di non odiare nessun malvagio. Tutto il discorso e la preghiera che scaturisce in questo Triduo Santo è pieno di pace e di senso, se letto in modo ordinato.
Ma, al di là del caso giudaico, così la Chiesa ci insegna a leggere e a vivere il mistero del male e della persecuzione nel corso di tutta la storia e in ogni parte del mondo: con compassione verso i fratelli e con determinazione contro i demoni.
Non ci insegna a tacere di fronte al male. Bisogna riconoscerlo e chiamarlo per nome.
Non ci insegna a disperare di fronte al male. Bisogna rinnovare la fede nella Provvidenza.
Non ci insegna ad arrenderci di fronte al male. Bisogna combatterlo. Combatterlo negli uomini: perseverando nella propria buona condotta e chiedendo la conversione dei malvagi. Combatterlo nei demoni: usando le armi della fede.
Non ci insegna a odiare i malvagi o a rispondergli facendo del male a nostra volta.
Il mondo invece insiste, rifiutando gli insegnamenti qui elencati, oppure accogliendoli ma solo in modo parziale: ciò però è una sorta di eresia, non è cristianesimo.
Restiamo dunque fermi e accogliamo il messaggio della Chiesa nella sua interezza. Esso è il fondamento completo e sicuro su cui edificare una azione sociale e culturale sana e feconda.
L’attualità e l’originalità di tale messaggio assicura l’opera e il futuro della Chiesa fino al ritorno manifesto del suo Re e Signore. Però è fondamentale che anche nel nostro tempo ogni cristiano comprenda appieno e accolga generosamente tale lezione.
Don Marco Begato
(Foto: Lavanda dei piedi, Di Giotto – Web Gallery of Art: Immagine Info about artwork, Pubblico dominio)
