Sempre sorprendente Berdjaev; sempre a demolire il luogo comune, fosse anche quello del grande Nietzsche. «Dio è morto!» grida lo Zarathustra nichilista di Nietzsche, alludendo al vecchio Jeové giudeo-cristiano. E il mondo applaude allo spuntare dell’ateismo moderno e contemporaneo. Ma Nietzsche non è originale, perché s’ispira al primo grande atto d’ateismo della storia, non verso il Dio d’Israele, ma verso le divinità pagane.
Berdjaev rievoca ai contemporanei il grido dell’egiziano Thamus, duemila anni prima di Nietzsche: «Il grande Pan è morto!», così come Plutarco scrisse nei suoi Moralia. Le parole di Thamus suonarono vere in chi ascoltava, al punto che non riuscì nemmeno a concludere la frase: «Ed egli non aveva quasi finito, che si levò un lamentoso pianto, non di uno solo, ma di molti, misto a stupore» – aggiunse Plutarco. Gli antichi déi morivano e le fonti silvane tacevano per sempre al sorgere glorioso del Cristo. Plutarco pure si unì nel grido contro l’ateismo antipagano, secondo lui diffuso dai cristiani: niente più oracoli, nessun responso di sibille e pitonesse – per non parlare di quell’odioso Evemero da Messene, il quale osò affermare che gli antichi déi altro non furono se non uomini mortali del passato, famosi e celebrati.

L’annichilimento di queste forze telluriche, riassunte nella figura di Pan (che in greco significa anche “Tutto”), spalancava la porta alla trascendenza del Dio cristiano salvatore. E la storia in Berdjaev è proprio questo: una catena di successi e insuccessi, di albe e tramonti, di edificazione e crollo. Nessun progresso indefinito, dunque – quello santificato dal marxismo. Ma nemmeno nessun «eterno ritorno» nicciano, perché ogni inizio e relativa fine dei processi storici è inedito, inaudito. Nulla ritorna, ma tutto inizia sempre di nuovo e non da zero: la civiltà o la cultura che crolla lascia sempre il patrimonio di una verità eterna, su cui una nuova civiltà viene edificata.
Due esempi su tutti: l’ellenismo e il giudaismo. Due culture sorte e tramontate, ma solo in un certo senso: nel senso temporale sono morte, ma è viva e operante la verità che hanno introdotto nel mondo – una verità recondita, che la Provvidenza ha reso occulta per secoli e ne ha poi permesso la manifestazione, in tutta la sua dirompente energia.
L’ellenismo ha esportato ovunque il pensiero greco, metafisico, anti-illuminista, fondato sulla ragione che non rinuncia al mithos, al sovra-razionale. Ma la Grecia è crollata. La Provvidenza non poteva permettere l’eternarsi di una civiltà che espresse anche errori. Un primo equivoco è sul tempo, scrive Berdjaev: l’idea di una temporalità anti-storica, chiusa su se stessa (e la relativa ispirazione all’«eterno ritorno»). E ancora: l’impossibilità di elevarsi oltre il tellurico, il naturale, la divinità immanente, nonostante l’intuizione del soprannaturale metafisico. Persino il cosmo risulta al greco «statico e chiuso», contro l’evidenza fattuale di un procedere storico aperto e dinamico.
Diremo allora che l’ellenismo è morto? Niente affatto. La storia successiva è la vicenda di un medioevo cristiano (e relativa teologia), che trae la propria giustificazione dalla trascendenza, dalla metafisica, dall’idea e dalla sostanza. Tutta eredità dell’ellenismo.
È poi quasi superfluo dire – per andare al secondo esempio del filosofo russo – quale verità il giudaismo abbia introdotto: la Rivelazione. E con essa il Messianismo e l’idea della storia più attinente alla realtà, che non quella greca. In questo caso il tempo non è chiuso in sé, ma è un evento straordinario, dal significato immenso, per il fatto di avere un capo e una coda, un principio e una fine, un avvento e una parusia. Nessun ritorno – tanto meno eterno –, ma la sviluppo e il compimento di una storia, intesa anche come racconto. Lo slogan o la ripetizione a pappagallo, infatti, sono privi del senso che ha un racconto. Il senso è nella narrazione, mentre lo slogan è dissennato.
Il popolo ebraico – afferma Berdjaev – è «per eccellenza il popolo della storia» e in esso «vi appare con la massima chiarezza il “metafisico”». Eppure, proprio questa estrema sensibilità realista causò la dispersione e l’«insuccesso» storico dei giudei e del giudaismo. Ignorato l’avvento del Messia (Gesù Cristo) e rimasta incompiuta la Rivelazione, il Regno ebraico di Dio si è ridotto al solo «regno terreno», rinvigorito in epoca moderna dal sogno sionista, «impotente a risolvere la questione ebraica». Di male in peggio, l’ebreo Marx ha trasformato il messianismo in socialismo, immaginando paradisi irreali e antistorici. Non può esistere, nel giudaismo, nessun paradiso celeste, poiché esso ignora l’«immortalità» dell’uomo, a differenza del paganesimo, che «edifica la sua casa per l’eternità» – «Costruiamo una casa per sempre?» dice Utnapištim a Gilgameš. Il giudaismo, al contrario, edifica l’eternità nella sua casa di pietra e mattoni. Per essa combatte e muore, nell’illusione di aver compiuto la volontà di Dio.
Nemmeno il medioevo fugge dall’«insuccesso» (termine che ricorre spesso nel libro). Certo, il medioevo cristiano è pure la sintesi tra ellenismo e giudaismo. È anche vero che il medioevo fu un’eccellenza di civiltà cristiana, con più pregi che difetti. E tuttavia l’uomo è sempre carente in qualcosa e il suo realizzare il Regno di Dio è imperfetto. Nessuno, anche con le migliori intenzioni, può prevedere tutto o controllare ogni cosa.
In fondo, secondo Berdjaev, il medioevo ebbe una sola lacuna primaria: l’avere scoperto tardi che il Regno di Dio non si poteva realizzare sulla terra. Il «grandissimo risultato del medioevo» fu, cioè, «non soltanto nell’aver dischiuso la sua idea» – edificare la nuova Gerusalemme – «ma anche nell’aver scoperto le contraddizioni interne e l’irrealizzabilità della medesima».
Il medioevo, in ogni caso, fu un tale serbatoio di energie spirituali, che – nel bene o nel male – permise ai secoli successivi di vivere gli splendori dell’umanesimo, dell’arte, della scienza e della tecnica. Anche della fede che, seppure indebolita da secolarismi e filosofie spurie, ha subìto e subisce uno dei tramonti più lenti della storia, sostenuta almeno dalla santità di molti.
Si tratta in fondo, circa le epoche storiche, di un’oscillazione continua tra due baricentri. Chi c’è al centro della storia? Dio o la creatura? L’uomo spirituale o l’uomo naturale? È molto difficile che una qualche realtà sociale – specialmente quella politica – possa mettere Dio al centro e, su questo presupposto, innalzare l’uomo verso il cielo, durante l’esperienza della storia.
Silvio Brachetta
Altri articoli dell’autore su Nikolaj Berdjaev:
– “Metafisica della storia in Nikolaj Berdjaev. Prima parte” [qui]
– “Nikolaj Berdjaev e l’essenza dello Stato” [qui]
– “Il liberalismo tra suggestioni della sinistra e conservatorismo” [qui]
– “Berdjaev: opinioni dubbie sulla libertà e la democrazia” [qui]
