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Recensione a: Nikolaj Berdjaev, Il senso della storia (Смысл истории, Smysl istorii), tr. it. Pietro Modesto, Jaca Book, Milano 2023.

Berdjaev (1874-1948) è uno dei tanti russi che ha pagato, con l’esilio e la dimenticanza, la critica alle ideologie antiche e moderne, specialmente quelle politiche e sociali. Tutto bene per lui, o quasi, fino alla rivoluzione russa del 1917. Pur simpatizzante del socialismo in gioventù, si ravvede presto e firma nel 1909, assieme a Sergej Bulgàkov – il teologo, da non confondere con lo scrittore Michail Bulgàkov – una sorta di manifesto sulla rinascita cristiana, dal titolo La svolta (Vechi).

Con ideali del genere non può che essere espulso nel 1922 dalla Russia di Lenin, per non farvi più ritorno, trascorrendo il resto della vita a Berlino e a Parigi. Ed è proprio in esilio che scrive Il senso della storia (1923), che dovrebbe essere un testo di filosofia della storia, ma che si rivela – stando a certa critica – un breve trattato di storiosofia. Berdjaev, infatti, quando parla di «filosofia», ha in mente la «metafisica»: così come intende la scienza come sapienza (la sophia dei greci) o il conoscere come episteme.

Non si tratta comunque di un autore da leggere senza precauzioni. Berdjaev è fortemente influenzato dal neo-kantismo e dalla sofiologia, assai diffuse in Russia tra il XIX e il XX secolo. Il neo-kantismo non è altro che il tentativo di recupero del pensiero di Kant e, cioè, la ricerca ossessiva di precondizioni alla possibilità di una conoscenza. La sofiologia – a cui approdano, con diverse sensibilità, Vladimir Solov’ëv, Pavel Florenskij e lo stesso Bulgàkov – giunge a supporre una quarta ipostasi (la Sophia, appunto) accanto alle tre Persone della Ss. Trinità.

Berdjaev riesce, in ogni caso, a smarcarsi bene e rientra, senza troppi problemi, nella metafisica classica e nell’idealismo realista di origine platonica. Usa il neo-kantismo, ad esempio, non tanto per via delle precondizioni della conoscenza, ma per sviluppare una forte indole critica nei confronti delle ideologie. Nel caso della sofiologia, si tratta più di un atteggiamento simpatetico, che di una dottrina che egli assume.

Va ricordato che Berdjaev è russo e della Russia traluce in lui la peculiare visione del mondo. I russi, quanto al cristianesimo, sono alessandrini, bizantini: della doppia natura di Gesù Cristo – vero Dio e vero uomo – tendono a dare maggiore importanza all’unione delle nature, in quanto tale, e a considerare la divinità esclusiva, al punto tale che l’umanità ne viene quasi assorbita e distrutta. I russi, proprio per questo motivo, sono predisposti a cadere nell’eresia monofisita, che applica al Cristo la sola natura divina. L’Oriente cristiano è dunque, tradizionalmente, affine al monofisismo, pur negandolo come dottrina eretica evidente.

L’Occidente, al contrario, è di sensibilità antiochena: dà maggiore importanza alla divisione delle nature (divina e umana), fino a raggiungere talvolta posizioni ariane e negando di fatto la natura divina del Cristo, se non in modo subordinato al Padre. L’Occidente è perciò diofisita per tradizione, laddove il diofisimo, pur essendo dichiarato ortodosso dai Concili del primo Millennio, porta spesso gli occidentali a simpatizzare per la contrapposizione, per il manicheismo, per il catarismo, per il contrasto tra carne e spirito.

È proprio questa diffusa dicotomia che i russi non sopportano e che rimproverano agli occidentali. Da russo autentico, Berdjaev non può concepire la storia come rottura tra umano e divino. Lo «storico», scrive, non può mai essere separato dal «metafisico», come invece è stato separato dal pensiero greco (occidentale), dall’illuminismo (non solo occidentale) o dall’induismo (orientale).

Questa sua filosofia della storia, che lui rinomina «metafisica della storia», è una critica appassionata alle varie dicotomie, occidentali e non. Persino i filosofi greci, pur avendo annunciato al mondo l’esistenza di un arché, di una metafisica, non hanno colto la natura finalistica e teleologica della storia: il tempo dei greci, com’è noto, è un «eterno ritorno», è un ciclo che si piega su se stesso, è una ripetizione eterna che non si compie mai.

Solo con l’ebraismo e con il cristianesimo – osserva Berdjaev – è stato introdotto un messianismo, un senso storico, un compimento da realizzare, un fine, una spiegazione. Contro la «sottomissione al fato» ellenica, il «profetismo ebraico» ha inserito il concetto di uomo libero nel suo arbitrio, vero soggetto storico propriamente detto. E dunque, «senza il concetto della libertà, che determina la drammaticità del processo storico, è impossibile capire la storia, perché la tragicità nasce dalla libertà».

La contemplazione della forma, del bello e della sostanza, ha fatto sì accedere il greco alle grandi verità circa l’ordine e l’armonia, ma – al tempo stesso – lo ha reso statico, nell’osservare una tale meraviglia. La storia, proprio in quanto compimento messianico, ha invece in sé lo sviluppo e il moto verso una realizzazione e una riparazione delle nature decadute, per via del peccato originale.

Solo nel giudeo-cristianesimo si dà un’«escatologia», cioè una scienza delle cose ultime. E non si tratta di un compimento tranquillo: la storia è lotta tra bene e male, è «catastrofe». Quando «l’eterno entra nel tempo e il temporale nell’eterno», il principio «tempestoso e irrazionale» della volontà ha il sopravvento e scoppiano guerre, lotte fratricide, sconvolgimenti.

Qua però Berdjaev sembra abbracciare una mistica spuria, sganciata dal dato della fede. Egli ammette un «principio irrazionale nello stesso essere». Non è strana questa conclusione, per via della sua adesione al concetto di divinità elaborata dal luterano Jacob Böhme (1575-1624). Il Dio di Böhme racchiude in sé non solo l’essere e il bene, ma anche il nulla e il male. In Dio, anzi, vi è uno scontro tra volontà, che corrisponde ad uno scontro tra le Persone divine. Si giunge a quel tipo di misticismo apofatico che ritiene Dio inconoscibile, al punto da ritenerlo irrazionale.

Diverso è il Dio che si è rivelato, i cui «pensieri non sono i nostri pensieri» (Is 55, 8): certamente i pensieri di Dio sovrastano i pensieri umani, ma sono sempre pensieri, non follie. Bisogna allora parlare non di «irrazionalità» in Dio o nell’essere, ma di meta-razionalità, ovvero di una razionalità distante da quella umana «quanto il cielo sovrasta la terra» (ivi, v. 9).

In ogni caso, il filosofo russo rigetta quella razionalità inconcludente che fa capo all’«illuminismo» (del XVIII secolo) e agli «illuminismi» presenti un po’ ovunque nella storia. Tipico della mentalità illuminista è quel certo «sofismo», che induce a trarre «la ragione umana fuori e sopra» i «misteri immediati della vita». L’illuminismo – secondo Berdjaev – ha distrutto «il sacro nello “storico”, il tradizionale-organico e le tradizioni storiche».

L’illuminismo è «contro il mistero della vita», perché rinuncia al sacro, al profondo, al primordiale, al mistero, al mithos, al compiersi delle cose. È perfettamente inutile una ragione immanente, che si auto-afferma e si auto-limita, che «pretende d’essere il giudice»: la ragione dovrebbe invece «comunicare anche con la sapienza primordiale dell’uomo». Questo si può verificare solo se c’è un’unione tra le regioni più profonde dell’anima soggettiva e gli eventi esterni, che non sono un coacervo di accadimenti senza significato, ma significano pienamente solo nell’orizzonte escatologico e finalistico – che è l’irrinunciabile orizzonte del sacro.

C’è un’«anima della storia», ci sono «segreti intimi», nascosti nelle vicende umane. C’è un macrocosmo che, per avere un senso, deve riunirsi al microcosmo che è l’uomo. L’oggetto stesso di ogni filosofia non può essere una catalogazione di conoscenze o di documenti storici (pure importanti), ma dev’essere dichiarata una «guerra dell’eternità al tempo», non interessata all’«empirico», bensì all’«esistenza oltretomba», al «mondo aldilà».

In assenza di un’eternità, il tempo e la finitezza prendono il sopravvento, per cui lo «storico» decade in «storicistico», che significa un flusso caotico di eventi senza capo né coda.

[Prima parte di due – segue]

Silvio Brachetta

(Foto: Berdyaev, wikipedia, Di Sconosciuto)

Altri articoli dell’autore su Nikolaj Berdjaev:

– “Il liberalismo tra suggestioni della sinistra e conservatorismo” [qui]

– “Berdjaev: opinioni dubbie sulla libertà e la democrazia” [qui]

– “Nikolaj Berdjaev e l’essenza dello Stato” [qui]

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