Pubblichiamo la puntata n. 10 del saggio di don Marco Begato sulla questione Gender e diritti LGBT dal titolo generale “Chiamati all’amicizia eroica. Dall’idolatria LGBT alla Carità che salva”. Ringraziamo il prof. don Marco Begato di aver pubblicato questa sua ricerca nel nostro sito.

Qui sotto i titoli delle puntate finora pubblicate:

1 – Il problema degli stereotipi. Una premessa davanti ai tormentoni LGBTQ+ e Woke; 2 – Assolutizzazione delle differenze ed egualitarismo applicato ai generi; 3 – La cultura LGBT alla prova del senso civico e del bene comune; 4 – Lo sfondo gnostico-esoterico di gender e transgender; 5 – La rivendicazione dei diritti LGBTP e il dovere come compito e mandato; 6 – La rivendicazione dei diritti LGBTP in D.J. Haraway e J. Butler; 7 – L’amore divino come meta LGBTP; 8  – Tre annotazioni teo-antropologiche a partire da Florenskij; 9- Amicizia autentica

Riprendiamo e rimettiamo in ordine gli elementi emersi nell’ultima puntata sul tema LGBTP. L’amicizia nell’ottica di Florenskij si è così presentata:

  1. Un’esperienza con struttura trinitaria, nella quale vivere in modo concreto le dinamiche più profonde del mistero divino.
  2. Una premessa all’annuncio del Regno, e quindi una premessa all’esperienza di vita spirituale e una condizione per sperimentare lo spirito di verità.
  3. Un’occasione di risveglio dell’autocoscienza, che dà assestamento all’antinomia del rapporto io-tu, realizza l’incontro con l’altro e di qui favorisce il germinare delle proprie virtù latenti.
  4. Una polarità amorosa imprescindibile e complementare allo sviluppo dell’amore di fraternità universale.
  5. Un momento di espressione fisico-corporea, nella coabitazione e nella prossimità, nella condivisione di fatiche e imprese, capace di rigenerare le forze degli amici.
  6. Un esercizio vergine e casto, accolto nello sforzo e nel sacrificio, per una libertà interiore massima e una vittoria definitiva su ogni forma di possesso, bramosia, strumentalizzazione, egoismo.

Può una tale dinamica risultare opportuna anche per una persona LGBTP? Certamente, dicevamo, e per l’appunto a partire dai consigli elencati. Ripercorriamoli, muovendo da quelli più materiali, che nella lezione del pensiero classico rappresentano sempre l’elemento di partenza concreto della morale applicata.

6. Si chiede anzitutto che la persona LGBTP accetti la dimensione della verginità e della castità al fine di instradare correttamente il percorso suggerito. La grande lezione della Chiesa da sempre è che l’amore umano è incline a scivolare verso forme di predominio e sfruttamento da parte dei partner (siano esse al maschile o al femminile, fisiche o psichiche o sociali). L’istituto matrimoniale e i suoi duplici fini fanno da argine a tale tendenza. La vita sacramentale continuamente la purifica e la esorcizza. Ma fuori da un simile istituto (impossibile laddove non sia compresa la fecondità) e fuori da una vita sacramentale ordinaria le espressioni sessuali – tutte! – diventano luoghi di possesso e prepotenza. La castità, mentre frena le pulsioni personali della carne, rispetta la dignità del partner e crea le condizioni per una convivenza aperta al vero amore e non al potere.

5. La dimensione della corporeità, particolarmente nella forma della condivisione di imprese e progetti, dona invece energia ed entusiasmo alla relazione. Certamente, nell’impossibilità di generare nuova vita e nella castigazione degli istinti erotici, pare strategico individuare una causa comune eroica nella quale sublimare la relazione e la condivisione di vissuti.

4. Custodire una amicizia autentica, anche tra persone LGBTP, significa sperimentare reciprocamente la propria ricchezza personale e subito aprirsi a un rapporto di dedizione fraterna. In tale ottica sarà fondamentale prendere le distanze dai Pride, che sono una forma di rottura della fraternità, una provocazione verso la società umana, un distanziamento dagli altri e una auto-ghettizzazione assolutamente imprudente e infantile. La persona che si schiera tra gli LGBTP, se arricchita dal dono dell’amicizia, dovrà insieme al proprio amico farsi solidale a tutti i fratelli in una comunità più ampia che non accetterà confini ideologici.

3. L’amicizia autentica favorisce una maturazione personale, tanto più preziosa in quanto statisticamente le persone legate alla sfera LGBTP presentano un’incidenza di comorbidità maggiore. Significa che in molti casi si tratta di persone che portano con sé disagi o fragilità significative. Famiglia e società non mancano di essere responsabili di simili fatiche. Trovare un vero amico, che nella castità si doni a me senza usarmi (si presuppone che la castità promuova temperanza e virtù a tutto tondo, non solo in campo sessuale), diviene occasione di rinascita e di rinforzo, preziosissima soprattutto quando tale restituzione non può darsi in famiglia o in società. Ma vale anche il caso particolare in cui si riscopra un’amicizia in famiglia – verso un genitore o un fratello – e questa appaghi e ricolmi la persona LGBTP.

2. Se tutto il percorso così descritto si realizza, allora la persona LGBTP inizia a entrare in un regime spirituale, in un ascolto della verità, e può trovare così nuovi stimoli che la arricchiscano nell’intimo. Portata a vivere in una dimensione più profonda e piena di senso, sarà più facile evitare le tentazioni di superficie, le sirene della passionalità, e restare salda verso una umanizzazione personale e fraterna dalle ampie prospettive.

1. Infine tutto ciò significa porsi in sintonia col mistero dell’Amore oblativo, l’amore che si sacrifica per il prossimo, l’amore manifestato e rivelato nel dono della Croce. Dal genericista “love is love” all’annuncio che calma il cuore: “God is love”. E l’amore così vissuto apre le porte a una esperienza spirituale e all’incontro con la Verità che ci renderà liberi.

Però questo avviene nell’amicizia autentica. Quell’amicizia descritta dal beato Mosco, quell’amicizia in cui se mi sto perdendo c’è un altro pronto a sacrificare tutto se stesso pur di recuperarmi; quell’amicizia in cui se il mio amico si sta perdendo io sono pronto a sacrificare tutto me stesso pur di recuperarlo. In fondo qui si capisce in che senso il messaggio di Cristo è vero e universale: perché qualunque uomo si trova realizzato quando fa proprio tale messaggio. Qualunque persona si scopre compiuta e perfetta quando impara a realizzare la propria donazione al prossimo, anzitutto donandosi all’amico. E come il messaggio di Cristo si realizza attraverso la morte in Croce, così ogni forma di dono di sé all’amico prevede un percorso ascetico di sforzo e sacrificio anche enorme: “prima di morire per gli amici, bisogna essere loro amico e questo si raggiunge con uno sforzo ascetico lungo e difficile” (464).

Questa amicizia, beninteso ardua e graffiante soprattutto agli occhi dei nostri contemporanei, è quella che può redimere una vita. Di chiunque, anche di una persona legata al contesto LGBTP.

Questa amicizia rappresenta la più alta forma di connubio non matrimoniale, senza bisogno di scimmiottare quest’ultimo in strane maniere. E infatti come “il matrimonio è due in una carne sola” così “l’amicizia due in un’anima sola. Il matrimonio è uni carnalità e l’amicizia unanimità” (463). Gli LGBTP non possono mai raggiungere l’unicarnalità: le acrobazie ingegnose, dolorose e sovente non salutari con cui si realizzano gli atti sessuali in questo ambito non hanno a che vedere con l’unicarnalità, con l’unione della carne – al massimo con l’incastro forzoso dei corpi. Ma gli amici possono sempre raggiungere l’unanimità, l’unione degli animi, fino alla unione degli spiriti nello Spirito, nel ‘Terzo’.

Curiosamente il tema matrimoniale e dei suoi vari scimmiottamenti torna nella conclusione della Lettera sull’Amicizia, laddove il nostro teologo richiama un antico rito proprio della tradizione cristiana orientale, il Rito dell’Affratellamento.

Urge una premessa: il mondo LGBTP si è già interessato di questa pratica, sovente concentrandosi sulla sua rilettura nei termini di un matrimonio omosessuale ante-litteram. Ovviamente dissento da simile interpretazione. Andiamo però a riprendere brevemente la questione, al fine di chiarire puntualmente la nostra. Non mi dilungherò, anche perché il web offre molti spunti a riguardo. Come ricostruzione dei fatti, reputo dunque sufficiente la presentazione riportata dal canale Wikipedia alla voce “Adelphopoiesis”:

“L’adelphopoiesis era una cerimonia di affratellamento praticata da varie Chiese cristiane per creare una parentela spirituale fra due persone dello stesso sesso, solitamente di due uomini. Il rito fu praticato principalmente dalla Chiesa cristiana ortodossa.

Lo storico John Boswell nel suo libro ‘Same-sex unions in pre-modern Europe’, pubblicato anche con il titolo ‘The marriage of likeness’, fornisce testi e traduzioni di alcune versioni di adelphopoiesis in greco e soltanto traduzioni per un certo numero di versioni slave.

Boswell fa notare l’assenza di un rito equivalente nella Chiesa cattolica, tuttavia lo storico Alan Bray nel suo libro ‘The friend’, fornisce un testo latino con relativa traduzione di una cerimonia croata simile, intitolata ‘Ordo ad fratres faciendum’.

Un istituto consimile esisteva (e sopravvive ancor oggi) nel mondo arabo, preislamico e islamico, che prevedeva (e prevede) il rito della Mu’akhat, praticato dallo stesso Maometto col cugino agnatizio ʿAlī ibn Abī Ṭālib nei primissimi tempi della sua residenza a Yathrib, dopo l’Egira”.

Fin qui lo status quo, interessano ora le interpretazioni:

“Lo scopo dell’adelphopoiesis è controverso. Boswell sostiene che servisse a celebrare unioni sentimentali tra due uomini, precorrendo il matrimonio omosessuale. Altri, come Brent Shaw, sostengono che fosse più simile ad una ‘fratellanza di sangue’ senza connotazione sessuale.

Secondo versioni alternative questo rito sarebbe stato utilizzato per molti scopi, ad esempio per concludere un patto permanente tra i leader di due nazioni o tra ‘fratelli religiosi’, come sostituto della ‘fratellanza di sangue’, proibita dalla Chiesa del tempo”.

I testi florenskiani vengono ugualmente citati in Wikipedia e a breve li riprenderemo anche noi.

Quanto a noi e al nostro studio – che è di carattere morale e non storico – è indubbio che accettiamo la proposta di un affratellamento rituale, purché connotato dai caratteri di amicizia autentica su esposti, in primis l’astinenza sessuale quale garanzia oggettiva di un equilibrio di affetti altrimenti impossibile da mantenere. Non ci interessa sapere se a livello storico il rito fosse un escamotage in senso di pratica omosessuale o se avesse altre utilità pratico-politiche. Ci interessa l’esistenza di un rito, che in se stesso ha un valore santificante e puro, altrimenti non avrebbe trovato posto all’interno di tradizioni spirituali rigorose come quella ortodossa, e che in tali termini è ricevuto, conosciuto e tramandato da Florenskij ai posteri. Questo rito potrebbe rappresentare la quint’essenza ideale anche di un percorso di avvicinamento affettivo omosessuale. Al di là della praticabilità dello stesso, questo rito si offre dunque come icona sintetica del quadro di valori richiesto in un vissuto omosessuale casto e appagante insieme. Ne rappresenta l’icona sintetica dal punto di vista della cerimonia liturgica, mentre la narrazione del beato Giovanni Mosco ci ha offerto coi suoi aneddoti la rilettura mitica dell’affratellamento verace (‘mitica’ qui inteso in senso tecnico: non come favola immaginaria, bensì come verità storica narrata con forme di racconto esemplare-evocativo).

Ma in cosa consiste ultimamente tale rito? Florenskij espone:

“Il rito sacro dell’affratellamento può contenere qualche particolare differente, ma i suoi momenti fondamentali sono:

  1. gli affratellandi si mettono in chiesa davanti al leggio su cui stanno il Vangelo e la Croce, il più anziano a destra e il più giovane a sinistra;
  2. si recitano preghiere e invocazioni litaniche che implorano per gli affratellandi l’unione nell’amore e ricordano esempi di amicizia nella storia della Chiesa;
  3. gli affratellandi sono cinti con un’unica cintura, le mani sul Vangelo e ciascuno riceve una candela accesa;
  4. si leggono l’epistola 1Cor 12,27ss e il Vangelo Gv 17,18-26;
  5. seguono altre preghiere e invocazioni litaniche simili al 2:
  6. preghiera del Padre nostro;
  7. comunione degli affratellandi, con le sante oblate, con il calice della Messa;
  8. gli affratellandi vengono condotti attorno al leggio tenendosi per mano, mentre si canto il tropario ‘Signore, guarda dal cielo e vedi…’;
  9. scambio del bacio;
  10. canto del versetto ‘Ecco come è buono e come è dolce che i fratelli stiano insieme’ (Sal 132,1). (465)”.

La fratellanza è dunque assunta all’interno di un cammino mistico-spirituale, capace di sublimarla, di tenerla pura, di innalzarla e sostenerla nello slancio verso una idealità alta. Se nel pensiero di Florenskij, come abbiamo detto più sopra, la carità cristiana è l’unica esperienza capace di far sintesi delle contraddizioni/antinomie della vita terrena (i.e. il conflitto tra egoismo e altruismo), una dimensione rituale e sacramentale rappresenta la cornice capace di inserire l’ideale celebrato (in questo caso, l’affratellamento) in una dimensione pratico-esistenziale connotata dai caratteri della carità cristiana.

In sintesi, la proposta di vita morale – cioè di vita buona e che edifica nel bene e che non lascia segni di male o sensi di colpa o effetti nocivi per sé e per gli altri – è quella di crescere in una amicizia autentica, avendo come ideale performativo ultimo i tratti esemplificati dal cerimoniale dell’affratellamento.

Si comprende in che senso tale proposta sia stata finora presentata a tutti gli LGBTP, qualora si viva l’amicizia autentica secondo l’ideale dell’affratellamento e l’esemplare dei monaci fratelli su descritti, molte delle categorie LGBTP si troveranno ridisegnate. Rimarranno persone che, con tutta la loro dignità di creature e figli di Dio, non si identificano nelle forme naturali del matrimonio e coltivano altrimenti i loro affetti. Che li coltivino nella castità amicale, nell’amicizia casta, nella astinenza per il Regno.

A tal proposito, ci sono altre indicazioni utili nella Tradizione ecclesiale? Se in san Paolo troviamo letteratura a sufficienza per condannare le pratiche sodomitiche, cioè l’abitudine ad atti sessuali contro natura, nei vangeli il tema è avvicinato ed è affrontato al positivo con riferimento all’elogio degli eunuchi proposto dal Salvatore: “Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca” (Mt 19,12).

Eunuchi nati tali nel grembo materno, resi tali dagli uomini o divenuti tali per il Regno di Dio. La persona LGBTP che si astiene dalla sodomia e dalle altre pratiche sessuali che abbrutiscono l’uomo e uccidono lo spirito, può essere definita, evangelicamente parlando, eunuco.

Pare indifferente la ragione messa all’origine di tale status: generativa (nati), sociale (resi) o spirituale (eletti). Chiunque si trovi a praticare un’astinenza sessuale come forma di vita, è eunuco. La differenza principale è che gli eunuchi per il Regno arrivano a scegliere tale ideale in piena autonomia e in risposta a una chiamata spirituale, gli altri eunuchi se lo trovano imposto dalla realtà o dalla storia o dalla psiche e devono sforzarsi di appropriarsene.

Chissà che anche in questo non si trovi una indicazione utile: che nella particolare amicizia coi sacerdoti o coi consacrati/e, cioè con coloro che hanno scelto di vivere come eunuchi, le persone LGBTP possano trovare consigli, esperienze, sostegni a vivere una vita felice e ricca restando nella dimensione della continenza sessuale.

Forse è a questo che si riferiva il Pontefice Francesco, quando biasimava la ‘frociaggine’ del clero, termine che non amo, ma che evidentemente indicava quei sacerdoti i quali cedono alla sessualità e perdono il loro carattere edificante. Certamente è (anche) a questo che si riferiva don Oreste Benzi quando giudicava ‘santi’ i suoi confratelli sacerdoti omosessuali, capaci cioè di vivere l’astinenza pur vivendo in situazioni di costante potenziale tentazione.

Concludo qui le mie riflessioni sul tema, anche se non escludo degli interventi futuri su ulteriori questioni puntuali (i.e. una critica della pastorale LGBTP come si vede in alcune diocesi di Italia). La proposta fatta credo sia stata elevata e seria, so che non potrà essere accolta da tutti. So anche che nei fatti andrà presentata in modo graduale agli eventuali interessati. Era però importante provare a chiarire le condizioni e la meta del cammino con sguardo il più possibile ampio e libero.

Nel frattempo ho già ricevuto qualche attacco via social da gruppi LGBTP. Fa parte del gioco. Personalmente ribadisco che non provo nessun odio verso gli LGBTP; che mi dissocio completamente dalla posizione antropologico-culturale LGBTP (come anche da altre prospettive post-illuministe: l’ho chiarito negli articoli precedenti) e che finché mi sarà concesso ne denuncerò gli errori; che mi rivolgo alle singole persone e alla loro dignità, a prescindere dal movimento culturale cui dichiarano di appartenere; che alle persone variamente legate al mondo LGBTP propongo come via di pienezza il mistero dell’Amore che è Dio; che indico a chi accettasse di confrontarsi con tale mistero il cammino dell’amicizia autentica e l’ideale dell’affratellamento come modalità di vita concreta.

29 luglio 2024SS. Pietro e Paolo

Dedico questi articoli alle molte persone che ho incontrato in questi undici anni di sacerdozio nel confessionale, in parlatorio, sui mezzi pubblici, di notte sui marciapiedi (insieme ai preziosi volontari delle Unità di Strada della Caritas); le quali hanno condiviso con me il loro dolore, un dolore che né gli arcobaleni né il libertinaggio sessuale hanno colmato; e con le quali ho avuto l’onore di fare insieme almeno un passo di amicizia.

Ognuna di loro è stata un grande dono nel mio cammino, quali che siano le loro strade oggi. A loro e a tutti i lettori dedico il finale della Colonna, che ogni giorno illumini il duro viaggio della vita terrena: “Per arrivare alla Verità bisogna rinunciare alla propria aseità, uscire da se stessi e questo ci è decisamente impossibile perché siamo carne. E allora come aggrapparsi alla Colonna della Verità? Non lo sappiamo e non lo possiamo sapere. Sappiamo soltanto che tra le crepe del raziocinio umano si intravede l’azzurro dell’Eternità: è inattingibile ma è così. Sappiamo anche che “il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe e non il Dio dei filosofi” (ndr. B. Pascal) e dei dotti viene a noi, viene al nostro giaciglio notturno, ci prende per mano e ci guida in una maniera che non avremmo nemmeno potuto prevedere. “Agli uomini questo è impossibile ma tutto è possibile a Dio” (Mt 19,26). Ed ecco che “la Verità stessa spinge l’uomo a cercare la verità” (cfr. Macario il Grande), la stessa Verità Triuna compie per noi ciò che a noi è impossibile, la stessa Verità triipostatica ci trascina a Sé. A Lei gloria nei secoli!”

[10 – FINE]

(Foto: Pxhere)

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