
Pubblichiamo la puntata n. 9 del saggio di don Marco Begato sulla questione Gender e diritti LGBT dal titolo generale “Chiamati all’amicizia eroica. Dall’idolatria LGBT alla Carità che salva”.
Qui sotto i titoli delle puntate finora pubblicate:
1 – Il problema degli stereotipi. Una premessa davanti ai tormentoni LGBTQ+ e Woke; 2 – Assolutizzazione delle differenze ed egualitarismo applicato ai generi; 3 – La cultura LGBT alla prova del senso civico e del bene comune; 4 – Lo sfondo gnostico-esoterico di gender e transgender; 5 – La rivendicazione dei diritti LGBTP e il dovere come compito e mandato; 6 – La rivendicazione dei diritti LGBTP in D.J. Haraway e J. Butler; 7 – L’amore divino come meta LGBTP; 8 – Tre annotazioni teo-antropologiche a partire da Florenskij.
Vado a definire la mia posizione rispetto al variegato mondo LGBTP e a presentare una proposta di accettazione cristiana. Di fatto non farò altro che commentare l’affascinante Lettera sull’Amicizia tratta da “La Colonna e il Fondamento della Verità” (Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 2010), capolavoro di P. Florenskij (1914). E questa scelta è fortemente programmatica, anzitutto del fatto che non reputo di dover formulare una proposta differente per gli LGBTP e per le persone comuni. Quanto è vero che il tema dell’Amore rappresenta il volto rivelato del mistero divino, allora la proposta di fondo non potrà essere una proposta differenziata tra diverse categorie umane, bensì dovrà essere un’unica proposta rivolta al cuore di ogni uomo, sia pur da declinare ed applicare in modo peculiare in base alle situazioni di ciascuno.
Questo significa tra l’altro che non intendo rivolgermi agli LGBTP come ad una categoria a sé stante. Mi rivolgo generalmente alle persone umane, in quanto interpellate dal mistero profondo dell’amore e con ciò ricondotte alla vocazione più radicale del proprio essere. Non sarò quindi io a fare differenze o discriminazioni.
Ricordiamo assai corsivamente il percorso speculativo sostenuto da Florenskij nella Colonna: dopo un’introduzione dirompente in cui si prende in considerazione tutta la forza del pensiero nichilista, ci si avventura nei grandi temi teologici della Trinità e del Logos considerati come le uniche risposte possibili alla provocazione scettica, e da lì si attraversano differenti tematiche che portano verso il finale a un elogio dell’amicizia e della gelosia, da intendersi quali esperienze concrete attraverso le quali gli uomini sono messi in condizione di sperimentare quella Carità appagante e convincente che sola può offrire argomenti ed evidenze utili a sgominare il nichilismo contemporaneo.
Certamente in questo ampio percorso, che ha l’andamento di una Divina Commedia teologica di sapore Ortodosso, non c’è spazio per questioni sociologiche come la causa LGBTP. D’altra parte il tema della Colonna è così profondo e incisivo, cruciale e strategico, da interpellare direttamente anche il mondo LGBTP: gli schieramenti arcobaleno sono capaci di lasciarsi trasportare dall’appello di amicizia che fa sentire e vivere il fascino della proposta cristiana e il senso profondo dell’amore umano? Non ho motivi per rispondere negativamente a tale domanda. Al contrario appunto reputo che l’itinerario florenskiano sia il più sicuro e convincente, utile a intercettare la situazione di vita LGBTP ponendola di fronte all’unico e più autentico ideale, in cui realizzarsi pienamente nella propria specificità affettivo-sessuale.
Entriamo nel vivo dell’argomento. Florenskij stesso introduce la propria riflessione sull’amicizia, inquadrandola nel più ampio percorso del libro:
“L’attività spirituale nella quale e per la quale è data la conoscenza della colonna della verità è l’amore, un amore di grazia che si manifesta solo nella coscienza purificata e che occorre conseguire con un lungo (ahimè quanto lungo!) cammino ascetico. Per tendere a questo amore, inconcepibile alla creatura, bisogna avere una spinta iniziale e un appoggio nel cammino successivo” (La Colonna, p. 408).
L’incipit sintetizza la tesi dell’autore: per giungere alla verità bisogna sperimentare l’amore. La verità non è qualcosa di meramente teorico e intellettualistico. Ma come si sperimenta l’amore? Non certo, cadendo all’indietro, per una qualche via nozionistico-descrittiva. L’amore nasce da un’esperienza che l’accende e questa esperienza è quella della fraternità e dell’amicizia.
Per i lettori interessati, il capitolo sull’amicizia prevede un’ampia riflessione iniziale in cui Florenskij pone a confronto le varie concezioni di amore (eros, agape, philia, etc.). Non vi ci addentriamo, essendo molto specifica e non necessaria al nostro commento più generale. Ma alcuni riferimenti sono importanti e vanno almeno accennati. Le diverse forme di amore si compenetrano, si stimolano e si spronano, fino a definirsi in rapporti molto puntuali e definiti. Eccellono in particolare l’amore di fraternità e quello di amicizia. L’uno e l’altro si edificano a vicenda e insieme si accrescono o sfioriscono:
“Per vivere tra i fratelli bisogna avere un Amico, anche lontano; per avere un Amico bisogna vivere tra i fratelli, per lo meno essere tra loro in ispirito. Infatti per poter trattare tutti come se stessi [fratelli], bisogna vedere e sentire se stessi almeno in uno [amico], bisogna in questo uno percepire la vittoria già ottenuta, anche se parziale, sull’aseità” (424).
Il grande mistero di amore è quell’onda che permette all’individuo di uscire dal proprio isolamento, in una tensione virtuosa tra personalità e comunità, tra peculiarità e condivisione, tra differenza e comunanza. Abbandonare le forme nobili amorose comporta una ricaduta nel solipsismo. E ugualmente l’equilibrio tra spinte amorose complementari è necessario per evitare ripiegamenti egoistici avvilenti:
“D’altra parte, perché l’amore di philia per l’amico non degeneri in una specie di amore di se stessi, perché l’amico non diventi semplicemente condizione per una vita comoda, perché l’amicizia possegga profondità, è indispensabile che si manifestino e si aprano all’esterno le energie che dà l’amicizia, cioè è indispensabile l’amore agapico per i fratelli” (425).
L’amore di fraternità, in cui mi sforzo di amare tutti come me stesso, è l’amore agapico. L’amore di amicizia, in cui nell’amico ritrovo e amo me stesso, è l’amore di philia. L’uno non sta senza l’altro, ed entrambi sono motori liberanti per la personalità di chi li vive con slancio e pienezza.
Da tale contesto emerge con nitore il profilo dell’amicizia, un filo rosso che intesse esteriorità ed interiorità e dà legame e qualità a tutti i meandri dell’esistenza: “L’unità mistica che si dischiude alla coscienza degli amici penetra tutti gli aspetti della loro vita e indora anche l’esistenza quotidiana” (Ibidem).
Florenskij nota che nel testo del Vangelo compare un riferimento all’amicizia nel suo profilo missionario ed esorcistico. I discepoli sono sempre mandati a predicare in coppia, dal loro apostolato dipende l’annuncio del Regno ma anche il potere di purificare: “Chiamati i dodici, il signore li manda a predicare a due a due, e questa disposizione di a due a due è messa in rapporto con il conferimento dell’autorità sugli spiriti immondi, cioè anzitutto con il carisma della castità e verginità” (431). Secondo il Nostro questo significa che “la conoscenza dei misteri cioè il portare lo spirito, o pneumatoforia come fatto interiore, e la taumaturgia, cioè la pneumatoforia rivolta in un certo senso all’esterno, hanno per fondamento il fatto che i discepoli rimangano a due a due” (Ibidem). Nuovamente dunque l’amicizia risulta determinante rispetto al messaggio divino, posta a fondamento dell’azione di divulgazione dello stesso. Ma unitamente a ciò emerge un carattere fondamentale, che è quello della castità e verginità. Le primizie della Rivelazione cristiana appaiono affidate a coppie di amici casti. Dopo l’Ascensione del Cristo questa immagine si arricchirà di un ulteriore dettaglio, la disponibilità al martirio. Coppie di amici casti che insieme percorrono un itinerario di grande idealità in nome dell’Amore, e per esso sono disposti insieme a testimoniare fino alla morte. In qualche modo, dopo l’esempio assoluto dato da Gesù Cristo, e dopo l’imitazione perfetta fattane dalla madre, la Beata Sempre Vergine Maria, l’icona della Chiesa e quindi il volto visibile in terra del Dio celeste invisibile è data da queste coppie di amici. L’immagine a mio avviso è particolarmente intensa. Il lettore non cristiano che fosse arrivato fino a questo punto dello scritto, riconoscerà che viene qui offerto un modello di grande valore, fortemente connotato, e facilmente comprensibile anche al di fuori di una condivisione di fede religiosa. L’immagine di queste coppie di amici vergini e martiri è dotata di una eloquente capacità di annuncio universale.
La riflessione di Florenskij prosegue, ancora sul solco degli insegnamenti biblici, e riconosce che il valore di tale amicizia evangelica non si appoggia sul lavoro da compiere, l’annuncio, bensì in primo luogo sul bene dell’amicizia in quanto tale: “l’amicizia si esprime nel pieno sacrificio di sé e nella continuata vita in comune e non nel solo dare” (440). L’energia che si sprigiona dalla coppia di discepoli inviati deriva in primo luogo da quella particolare ricchezza che emerge nell’esperienza stessa del vivere insieme, sacrificandosi l’uno per l’altro, aspettandosi, accompagnandosi. Le Scritture non dicono molto, ma il lettore – fedele o meno che sia – è costretto a immaginarsi la situazione e a riconoscere che il tempo trascorso tra amici, nel viaggio nel domicilio nelle scelte, abbia avuto un peso probabilmente maggiore di quello espressamente dedicato alla predicazione?
Ma per quale motivo radicale il Signore Gesù avrebbe scelto la forma dell’amicizia verginale e martiriale per iniziare ad annunciare il Regno agli uomini? Florenskij assume una tesi profonda e impegnativa:
“L’unità mistica di due è condizione della conoscenza e quindi della manifestazione dello spirito di Verità che dà questa conoscenza. Questa unità, insieme alla sottomissione della creatura alle leggi interiori provenienti da Dio e insieme alla pienezza della castità, corrisponde alla venuta del Regno di Dio” (440).
La condizione del conoscere, la condizione che permette di sentir vibrare in sé stessi lo spirito della verità, la condizione che ci predispone a sapere il vero sta nell’amicizia. E qui il teologo si allontana clamorosamente da tutta la tradizione Occidentale, soprattutto moderna, che ha posto le condizioni del conoscere vuoi nei sensi, vuoi nelle strutture logiche, vuoi nelle rappresentazioni fenomeniche. E d’altra parte propone una tesi che di per sé è ugualmente filosofica, cioè pienamente analizzabile e discutibile su un piano razionale e a monte di una adesione religiosa. La tesi è che l’amicizia crei quelle condizioni antropologiche che permettono all’individuo di entrare in una prospettiva di accoglienza della Verità. Che la Verità vada accolta prima che costruita, che essa ci venga incontro quasi prima che noi la cerchiamo, sono tutte ipotesi variamente articolate da differenti pensatori. Che tale accoglienza sia facilitata e realizzata dal contesto di vita amicale è tesi più specifica, anche se forse agli albori del filosofare e nei richiami socratici al dialogo se ne trovano autorevoli tracce.
Notiamo pure che Florenskij indica nella ‘pienezza della castità’ un valore imprescindibile e correlato all’esperienza dell’amicizia. L’avvento del Regno di Dio, la vita nello Spirito, o più in generale l’esperienza dell’Amore nel suo senso pieno e assoluto, chiedono l’amicizia e chiedono la castità come condizioni di partenza. Torneremo più avanti su questo tema. Ora proseguiamo nell’ascolto della descrizione delle qualità proprie dell’amicizia.
Quali sono le sue proprietà? Come opera sulle nostre vite? Essa ha questo potere, “fra coloro che si amano si squarcia la cortina dell’aseità e ciascuno vede nell’amico come se stesso, la sua propria essenza più intima, il suo alter ego che poi non è diverso dall’Io” (443). Grande paradosso e soluzione del dilemma che contrappone l’Io e il Tu in tutta la riflessione filosofica moderna, però una soluzione concreta e non meramente teorica. In realtà per Florenskij questi sono due insegnamenti che caratterizzano il suo pensiero: il fatto cioè che esistano delle antinomie e il fatto che la pienezza di vita evangelica sia l’unica e completa soluzione delle stesse. In questo caso l’antinomia – la contrapposizione frontali di due leggi opposte – che si incontra è appunto quella tra la custodia di se stessi e l’apertura all’altro. Posso conoscere l’altro a partire da me? L’altro non rappresenta forse una minaccia al mio io? Domande antiche nella tradizione culturale filosofica, ma per Florenskij si tratta di un’antinomia fondamentale a descrivere la vita umana. D’altra parte ecco che l’amicizia si propone come quella esperienza di vita reale e piena in cui l’antinomia, seppur non si risolve e soprattutto non si risolve teoreticamente, però si compone e trova un suo equilibrio fecondo. L’esperienza dell’amicizia – e parliamo di una esperienza che tutti siamo potenzialmente in grado di sperimentare! – è il luogo in cui io posso uscire da me stesso, aprirmi al mistero dell’altro, e d’improvviso ritrovare una più profonda verità su me stesso e una verità che mi sarebbe stata completamente preclusa se non avessi accettato l’abbrivio di tale amicizia. Certo si tratta di una tesi impegnativa, ma che vale la pena di essere presa in esame. Lascio ai lettori la riflessione sul valore di tanta dotta filosofia recente, sovente uscita dalle penne di uomini soli e solitari. La riflessione florenskiana, per quanto evidente e ragionevole, certo mantiene un baricentro pneumatico-spirituale col quale i pensatori materialisti o psicologisti faranno fatica a confrontarsi.
In tale ottica si può ardire descrivere cosa effettivamente avvenga nell’incontro amicale: “ciascuno vive nell’altro, o meglio la vita dell’uno e dell’altro scaturisce da un unico e comune centro che gli amici con sforzo ascetico creativo pongono davanti a sé” (Ibidem). Dal punto di vista filosofico questa tesi potrebbe essere avvicinata allo sguardo speculativo consacrato in anni recenti dalla fenomenologia di Husserl e dei suoi discepoli. Da un punto di vista pratico si nota invece – e chiedo venia per la ridondanza del tema, ma esso è da un lato centrale e dall’altro proprio poco usuale nel nostro approccio riflessivo moderno – l’insistenza sul profilo ‘ascetico’ richiesto nella vera amicizia. Tale riferimento definisce la particolare esperienza di amicizia di cui ci sta parlando l’autore e al di fuori della quale risultano false le sue osservazioni. L’amicizia autentica chiede ascesi, sforzo, è quanto di più lontano dal concetto di amicizia diffuso oggi sui rotocalchi e sui social, non ha nulla a che fare con la velocità e la superficialità e l’opportunismo delle relazioni sociali immortalate dai mass media; l’amicizia è sacrificio e attesa e fatica. Avviene allora che “gli amici costituiscono la loro amicizia nelle viscere noumenali e non alla superficie semiumbratile e inerte della fenomenicità psichica” (444). L’amicizia autentica non sta in superficie ma va nel profondo. L’amicizia autentica chiede allora da parte nostra la capacità di riconoscere che l’essere umano non è solo sensazioni e psiche, bensì possiede una ricchezza di strati antropologici, di livelli personali, che si estendono ben oltre la sfera di passioni, emozioni e sentimenti. Già la disponibilità a riconoscere tale fatto chiede uno sforzo, quantomeno lo sforzo di andare oltre la mentalità comune e provare a guardare in se stessi e dare un nome alla profondità che ci abita. Inoltre serve sforzo ulteriore per passare da tale riconoscimento alla scelta di occuparsi di questa profondità. Infine la decisione di vivere alla profondità di se stessi pone il terzo livello di ascesi, di lotta interiore, di severità di vita. L’amicizia autentica descrive dunque la vita a questo livello. La buona notizia è che nell’amicizia autentica risulta agile e fresco scendere insieme all’amico fino al cuore e all’essenza delle relazioni umane e del senso pieno del vivere insieme su questa terra, pur con tutti i suoi sacrifici.
In questa relazione, dicevamo, “la persona scopre nell’io dell’altro i propri germi che vengono fecondati dalla personalità dell’altro” (445) e così l’apertura al Tu diviene occasione di più verace conoscenza di sé. Per la precisione, Florenskij attribuisce all’amicizia il sorgere dell’autocoscienza, in ciò distaccandosi fortemente da Hegel che la riconduceva piuttosto al conflitto (si ricordi l’eloquente immagine del Servo e del Padrone): “L’amicizia dà all’uomo l’autocoscienza, rivela dove e come è necessario lavorare su se stessi” (450). D’altra parte un elemento sembra ancora imparentare i due autori appena citati, ed è quel riferimento a una dimensione del reale che sia viva e vitale, a una comprensione del mondo che debba assolutamente superare il puro formalismo speculativo e immergersi in una concretezza esperienziale; infatti il pensatore russo ricorda che “questa autotrasparenza dell’Io la si ottiene solo nell’azione reciproca, vitale delle persone che si amano” (Ibidem). Come anticipato più sopra, solo l’esperienza viva dell’amicizia autentica crea condizioni di conoscenza. La pura speculazione, che non incontra il reale, non conferisce conoscenza adeguata dello stesso. Nel caso di Florenskij la tesi è portata fino alle sue estreme conseguenze (ne abbiamo fatto riferimento anche nell’articolo precedente, ispirato a “La filosofia del culto”), mostrando come la concretezza dell’esperire chieda una appropriata valorizzazione delle forme esteriori, della corporeità, della fisicità. E così “la comunità dell’amore non deve limitarsi a un’idea astratta, ma esige assolutamente manifestazioni sensibili e concrete fino allo stretto contatto compreso. Bisogna non soltanto amarsi a vicenda, ma stare stretti l’uno all’altro” (Ibidem). L’amicizia autentica è verginale, pura e casta, però fisica e corporea. Chiede condivisione di cammino, di giaciglio (non di talamo!), di cibo. E tale condivisione mentre rinsalda l’amicizia e dona autocoscienza, risveglia pure le energie nella totalità della persona: “bisogna vivere le vita comune illuminare e compenetrare la vita quotidiana con la vicinanza anche esteriore, corporea e allora nei cristiani si manifesteranno forze nuove” (451).
Al termine di questa lunga riflessione sull’amicizia, Florenskij passa la parola a Giovanni Crisostomo, che così descrive in sintesi il mistero dell’amicizia: “Ecco l’amicizia: quando uno non ritiene suo, ma appartenente al prossimo quello che è suo e quello che appartiene al prossimo lo ritiene estraneo a se stesso; quando uno circonda di attenzione la vita dell’altro come la sua propria e questo altro ripaga con la stessa disponibilità” (452). Si tratta evidentemente di un’idea molto alta di amicizia, un’amicizia quasi esclusiva e per questo capace di tanta intimità. Anche il grande Padre della Chiesa riconosce all’amicizia il carattere peculiare, di essere comprensibile solo per chi la sperimenti: “l’amicizia è una grande cosa, tanto grande che nessuno la può comprendere, nessuna parola la può esprimere, eccetto chi la conosce per esperienza propria” (Ibidem). E ugualmente, con grande vigore, il Crisostomo collega l’amicizia alla capacità stessa di evangelizzare o al contrario di scandalizzare le genti: “l’incomprensione dell’amicizia ha prodotto le eresie e continua a far restare gentili i gentili” (Ibidem). L’amicizia autentica è espressione del più alto grado di amore. Beninteso, essa può valere a descrivere più di una forma relazionale: il legame del fedele con Dio, quello tra coniugi, quello tra fratelli, quello tra compagni. L’amicizia sulla terra si configura come la forma di relazione esclusiva più capace di portare in sé i tratti del Mistero dell’Amore di Dio. E questo è possibile a motivo della struttura stessa dell’amicizia, una struttura trinitaria: “l’amicizia è la visione di sé con gli occhi dell’altro, ma al cospetto di un terzo e precisamente del Terzo. L’Io rispecchiandosi nell’amico, riconosce nel suo Io il proprio alter ego” (448).
Dunque l’amicizia autentica è la proposta che faccio al mondo LGBTP.
La risposta alla loro domanda di integrazione e di amore è quella di scoprire e impegnarsi a vivere secondo i criteri dell’amicizia autentica. Sarà sufficiente elencare quanto emerso finora per avere la descrizione di un ideale di amore che sia valido anche per chi si identifica in una posizione LGBTP. Prima di farlo però, voglio riportare per intero un racconto che Florenskij inserisce nella sua Lettera sull’Amicizia e che, a mio avviso, esprime in modo nitido cosa abbiamo inteso per amicizia e in che senso possa risultare pienamente appagante anche per un membro degli LGBTP.
“Racconto di due amici asceti gerosolimitani, fiore profumato tratto dall’ingenuo Prato Spirituale, ricolmo di graziosa semplicità, del beato Giovanni Mosco. Raccontava l’abate Giovanni eremita, detto l’ardente, quanto udì dall’abate Stefano Moabita: una volta ci trovavamo nel monastero del grande padre abate san Teodosio. C’erano lì due fratelli che avevano fatto giuramento di non separarsi né in vita né in morte. Nel monastero erano i più attivi; ma uno dei fratelli cadde in una tentazione impura e, non avendo la forza di resistere, disse al fratello: ‘Lasciami andare, fratello! Perché l’impurità mi vince e intendo andarmene nel mondo’. Ma il fratello incominciò a esortarlo, dicendo: ‘No fratello; non rendere vane le tue fatiche!’. Ma quello rispose: ‘O vien con me, e io faccio ciò che intendo fare, o mi lasci andare solo’. Il fratello, non volendo lasciarlo, uscì con lui nella città; il fratello caduto in tentazione entrò da una meretrice e l’altro fratello, stando di fuori, raccolse da terra la polvere e incominciò a spargersela sulla testa e a pentirsi fortemente. Quando quello che era entrato dalla meretrice uscì, avendo compiuto la sua opera, il fratello gli disse: ‘Che vantaggio hai avuto, fratello, da codesto peccato? Non te ne è venuto piuttosto un danno? Torniamo alla nostra dimora’. Ma l’altro rispose: ‘Io non posso più tornare all’eremo. Perciò tu vattene, io rimango nel mondo’. Il fratello, nonostante molti sforzi, non riuscì a convincerlo a seguirlo all’eremo e allora restò anche lui nel mondo e ambedue trovarono lavoro per sostentarsi. In quel tempo l’abate Abramo, che da poco aveva costruito il monastero dei cosiddetti abramiti, e in seguito doveva diventare arcivescovo di Efeso, un magnifico e mite pastore, stava costruendo il monastero detto dei bizantini. i due fratelli incominciarono a lavorare lì, ricevendo una mercede; colui che era caduto nella tentazione di impurità intascava la paga di ambedue, andava ogni giorno in città e la dissipava nel vizio, mentre l’altro digiunava ogni giorno e conservava il silenzio sul lavoro, non parlando con nessuno. Gli altri operai, vedendo che non mangiava, non parlava ed era sempre raccolto in se stesso, ne riferirono al santo abate Abramo. Allora il grande Abramo chiamò nella propria cella l’operaio e lo interrogò, dicendo: ‘Da dove vieni, fratello, e qual è il tuo mestiere?’. Egli confessò tutto e disse: ‘Per amore del fratello io sopporto tutto, perché Dio, vedendo il mio dolore, salvi il mio fratello’. Udito questo, il divino Abramo gli disse: ‘Il Signore ti ha donato l’anima di tuo fratello’. Appena l’abate Abramo lo congedò, egli uscì dalla cella e si imbatté nel fratello, il quale esclamò: ‘Fratello, conducimi all’eremo perché possa salvarmi!’. E allora lo prese subito con sé e si appartò con lui in una grotta vicino al santo Giordano e quello, dopo aver fatto in ispirito molto progresso verso Dio, poco tempo dopo morì. Il fratello poi rimase in quella grotta, come aveva giurato di fare, per morirvi anche lui” (458-459).
Il racconto del beato Giovanni Mosco (550-634 d.C.) aggiunge un tono di concretezza a tutti i discorsi svolti finora. Quella concretezza spesso invocata e che ognuno deve impegnarsi a sperimentare nel proprio vissuto, può risuonare nelle pagine di uno scritto attraverso un racconto, una storia, un mito. Credo sia evidente una certa allure epica che emerge dal racconto e francamente credo che servisse richiamarla al fine di rendere plausibile la nostra proposta, quella cioè di offrire il modello dell’amicizia autentica quale modo di darsi di un’esperienza LGBTP. Un’amicizia vissuta con intensità epica ed eroica è una modalità lecita e auspicabile per dare espressione sana e santa alla situazione di vita LGBTP ed è anche una modalità appagante per il soggetto che la vive. Se non fosse lecita e non fosse appagante, non l’avremmo proposta.
Da qui prenderemo spunto per chiudere il nostro lungo percorso nella prossima puntata della serie.
Don Marco Begato
(Foto: Rawpixel)

