
Pubblichiamo la puntata n. 7 del saggio di don Marco Begato sulla questione Gender e diritti LGBT. Qui sotto i titoli e i riferimenti alle puntate finora pubblicate:
1 – Il problema degli stereotipi. Una premessa davanti ai tormentoni LGBTQ+ e Woke; 2 – Assolutizzazione delle differenze ed egualitarismo applicato ai generi; 3 – La cultura LGBT alla prova del senso civico e del bene comune; 4 – Lo sfondo gnostico-esoterico di gender e transgender; 5 – La rivendicazione dei diritti LGBTP e il dovere come compito e mandato; 6 – La rivendicazione dei diritti LGBTP in D.J. Haraway e J. Butler;
Ci avviamo a concludere la riflessione sul fenomeno LGBTP e, come annunciato, muoviamo dalla parte di critica più puntuale, verso una parte propositiva in cui l’autore espone la propria visione costruttiva.
Anzitutto andiamo a riprendere velocemente i contenuti del percorso svolto finora
Esso ha avuto inizio con una considerazione attorno al tema degli stereotipi e dei pregiudizi, particolarmente contestati dagli ambienti culturali LGBTP e Woke. La questione è stata oggetto di approfondimento sotto la guida di due autori moderni, Hans Georg Gadamer [QUI] e Romano Guardini [QUI]. Successivamente, sempre sotto l’egida di Guardini, abbiamo parlato del senso civico che deve essere promosso e sviluppato, al fine di dare soluzione pacifica e feconda alle sfide sociali della contemporaneità; Guardini si riferiva alla crisi immediatamente pre-totalitaria, noi ci siamo applicati alle criticità del post-moderno [QUI]. Il quarto capitolo della serie ha toccato un lato poco conosciuto della questione: la sua radicata implicanza con correnti di pensiero gnostiche e sub-culturali in genere. Trattandosi di un argomento che si sospinge ai limiti dell’irrazionalità, il discorso sul gender mostra di avere debiti cospicui e determinanti con le narrazioni mitologiche ed immaginifiche dell’esoterismo [QUI]. Il quinto passaggio è stato dedicato al problema dei diritti: abbiamo cercato di mostrare tutta l’ambiguità legata alla rivendicazione dei diritti moderni, di cui i diritti LGBTP o Woke rappresentano solo un’applicazione specifica. Abbiamo anche abbozzato una proposta sostitutiva [QUI]. L’ultima tappa del saggio ha presentato la radice filosofica post-strutturalista del fenomeno LGBTP e Woke, la parte quindi più razionale e argomentativamente confutabile [QUI].
Così decido di chiudere la pars destruens e l’analisi del tema. Ci sarebbero sicuramente altri aspetti da accostare, relativamente ai quali però trovo già molto materiale diffuso in rete e circa i quali non ho competenza né contributi particolari da portare al momento. Segnalo poi che nella mia trattazione è prevalso il riferimento alla declinazione LGBTP degli argomenti esposti, ma essi sono radicalmente disponibili ad una applicazione Woke e transumanista in generale.
Eccoci dunque alla pars construens. Sotto quale sguardo e da quale fondamento bisogna muoversi per dare una risposta nitida all’affronto LGBTP?
La tesi principale da cui ripartire è l’affermazione del livello teologico che sta a fondamento della questione. Gli LGBTP non solo si pongono in un atteggiamento di generale sfida al religioso, contrapponendo alla legge naturale il proprio volontarismo antropologico, bensì propongono una concezione rivoluzionaria dell’idea stessa di amore e perciò si rivolgono direttamente contro la Natura Divina, che la Rivelazione cristiana ci ha mostrato consistere nell’Amore.
Tutte le Sacre Scritture sostengono la tesi esposta. Che i vizi in genere, e particolarmente quello di lussuria e di avarizia, siano una forma di idolatria, di sostituzione del divino, è chiaro nel brano paolino di Efesini 5: “Quanto alla fornicazione e a ogni specie di impurità o cupidigia, neppure se ne parli tra voi, come si addice a santi; lo stesso si dica per le volgarità, insulsaggini, trivialità: cose tutte sconvenienti. Si rendano invece azioni di grazie! Perché, sappiatelo bene, nessun fornicatore, o impuro, o avaro – che è roba da idolàtri – avrà parte al regno di Cristo e di Dio. Nessuno vi inganni con vani ragionamenti: per queste cose infatti piomba l’ira di Dio sopra coloro che gli resistono” (Ef 5,3-6).
Che l’identità più propria di Dio sia quella di Amore è messaggio centrale del Nuovo Testamento, con passaggi espliciti nei testi redatti da san Giovanni Evangelista; “Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui. In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1Gv 4,7-10).
Aggiungiamo, nuovamente secondo la lezione paolina, l’importante denuncia: i lussuriosi manifestano di per sé una ignoranza su Dio: “Per il resto, fratelli, vi preghiamo e supplichiamo nel Signore Gesù: avete appreso da noi come comportarvi in modo da piacere a Dio, e così già vi comportate; cercate di agire sempre così per distinguervi ancora di più. Voi conoscete infatti quali norme vi abbiamo dato da parte del Signore Gesù. Perché questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione: che vi asteniate dalla impudicizia, che ciascuno sappia mantenere il proprio corpo con santità e rispetto, non come oggetto di passioni e libidine, come i pagani che non conoscono Dio; che nessuno offenda e inganni in questa materia il proprio fratello, perché il Signore è vindice di tutte queste cose, come già vi abbiamo detto e attestato. Dio non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santificazione. Perciò chi disprezza queste norme non disprezza un uomo, ma Dio stesso, che vi dona il suo Santo Spirito” (1Tessalonicesi 4,1-8).
Del resto, lo stesso Giovanni evangelista ricorda che la conoscenza di Dio si realizza nell’osservanza dei comandamenti, da cui consegue che il disprezzo di questi azzera la realtà di quella. Chi li ossequia raggiunge invece la pienezza della conoscenza divina e vive perciò in comunione con l’essenza di Dio, nella pienezza di Amore: “Da questo sappiamo d’averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice: «Lo conosco» e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e la verità non è in lui; ma chi osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto. Da questo conosciamo di essere in lui. Chi dice di dimorare in Cristo, deve comportarsi come lui si è comportato” (1Gv 2,3-6).
In sintesi, non solo i lussuriosi sostituiscono l’idolo del ventre all’adorazione del vero Dio, bensì mostrano di ignorare chi sia Dio e quindi divengono incapaci di riconoscere in Lui l’essenza propria dell’Amore.
Ne deriva che il movimento LGBTP, così fortemente raccolto sotto il motto di tenore amoroso ‘love is love’, proprio non sappia che sia l’amore, dimenticandone l’unica Origine e misconoscendone la Natura fondamentale.
Da tutto ciò consegue che l’impegno nel denunciare le derive del movimento LGBTP è da assumersi anzitutto come compito fondamentale della missione cristiana, al fine di custodire e attestare la vera Natura Divina. Scendere a compromesso con il pensiero e la militanza LGBTP significa allinearsi agli oltraggi alla nostra fede e al bene dell’umanità. Fuggire tale impegno, per dirla in termini più moderni, comporta confusione nell’identità religiosa, vuoto esistenziale, diffuse sofferenze prive di senso.
Per lo svolgimento della tesi mi affiderò a un autore che mi è molto caro, il teologo ortodosso Pavel Florenskij. Prenderò come testo di riferimento “La filosofia del culto” (Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 2016), un complesso saggio di antropodicea teologica, nel quale si analizza la struttura del fenomeno liturgico-cultuale, inteso come il luogo in cui massimamente ci è dato di comprendere e di valorizzare il mistero dell’esistenza umana. Il senso della vita umana consiste in un legame diretto e costante col divino, realizzato attraverso forme materiali e culturali concrete, dotate di leggi universali, perfettamente sintetizzate nelle tradizioni liturgiche cristiane. Il lavoro di Florenskij vuol dunque risalire dallo studio delle forme liturgiche alla comprensione della vita umana e del suo intrecciarsi con la Gloria Divina.
L’incipit del testo (pp. 65 ss.) risulta particolarmente puntuale, rispetto alla nostra indagine: “Amore, amore, amore e ancora amore… Ripetuta innumerevoli volte da quanti, innumerevoli anche loro, non si sono mai neppure accostati alle soglie della religione, questa parola piena di mistero ha perso ogni significato”.
Così si inaugura “La filosofia del culto”, con un innesto di emotività amorosa e oblio religioso, che coincide in primo luogo con la totale evacuazione del significato dell’amore nella coscienza moderna. Un aggressus di forte attualità, ricordo infatti che Florenskij scrive nel 1918.
Va pur detto che in quegli anni si sarebbe andata realizzando la stagione della devianza sessuale della Repubblica di Weimar, con Berlino capitale ante-litteram delle comunità LGBTP: un calderone de facto indistinto di omosessualità, sadismo, bestialità e pedofilia. Per cui in un certo senso l’accento non andrebbe forse messo sulla capacità previsionale di Florenskij rispetto ai nostri giorni, quanto sul fatto che la nostra epoca sta replicando, seppur in contesto non più pre-totalitarista ma globalista, l’eresia culturale di un secolo fa. Il secolo breve degli storici (cfr. E. Hobsbawm) equivale a un secolo lunghissimo per la cultura, la filosofia e la religione. Proseguiamo nella lettura.
L’uso scialacquato della parola amore “come un tessuto connettivo, è andata accrescendo ed estendendo fino a riempire di sé tutta la sfera della coscienza religiosa degli uomini del nostro tempo. E privando così la religione di tutto il suo contenuto. A riempire questa parola sacra è ora una NON-RELIGIONE e il senso recondito di ogni discorso sull’amore è sempre, in maniera più o meno consapevole o semiconsapevole, un atto di ostilità nei confronti della religione”.
Sembrerebbe che, dal punto di vista pratico e pragmatico, il secolarismo non emerga da uno scontro sul tema della verità, bensì da un decadimento del senso dell’amore. Ora, essendo Dio la Rivelazione dell’amore, ed essendo la religione il fondamento di ogni umanizzazione, rettamente Florenskij si preoccupa in primo luogo non degli effetti che questo degrado dell’amore comporta sulla società in generale, bensì delle sue ricadute sulla vita religiosa, intesa come il momento più alto e fontale del mistero dell’umanità.
D’altra parte, l’illanguidimento del religioso condanna il secolare a un andamento vacuo e instabile, appiattito sul registro di un chiacchierare impulsivo e di uno psicologismo emotivo inconsistente. Tutte caratteristiche che ritraggono perfettamente i caratteri dell’uomo post-moderno: brachilogico, indeciso e fragile.
“Questa evidentissima degenerazione del tessuto religioso sano trova oggi un riflesso proprio nei discorsi sull’amore. Sì, discorsi, perché chi avrà mai l’ardire di accampare diritti sulla vita stessa dell’amore e non già di quell’altruismo umanitario alla base del quale stanno il successo, la vanità o l’orgoglio, o ancora il nervosismo e l’isterica angoscia davanti alla sofferenza?”
La lezione di Florenskij pone in contrasto irrisolvibile l’emotivismo amoroso e l’autentico spirito religioso. Il culto dei “mi piace” – estremamente lucido nell’anticipare l’unico giudizio che spadroneggia nei templi social del postmoderno – non si accorda con la vera religione.
“Se vogliamo parlare della religione, proprio della religione, è necessario, almeno per il tempo di tali riflessioni, rigettare queste miserabili debolezze, e i ‘mi piace’-‘non mi piace’ della psicologia. È necessario con sguardo coraggioso prepararsi a fare esperienza della vita vera nella religione”.
L’Amore religioso, quello che ha a che fare con l’essenza divina, è un movimento vitale forte e vigoroso. Florenskij indica come proprio san Giovanni, Figlio del Tuono, sarà il prediletto cui verranno dischiusi i misteri più profondi del Cuore di Cristo e della Carità divina.
“Ricordate chi è stato a parlare in modo particolare di amore? L’apostolo dell’amore, del quale oggi celebriamo la memoria. E che è Figlio del tuono, Boanèrghes. Ha diritto a parlare di amore soltanto chi ha dentro di sé racchiuse le folgori di Perun. Quando a risuonare nelle vene è il rombo del tuono, quando a forgiare il nostro cuore sono i pesanti colpi dei martelli, quando a rompere la nostra flaccidezza di creature sono folgori e saette, solo allora c’è di cosa sostanziare l’amore. Non ha invece senso far discorsi sull’amore quando i tuoi giorni si trascinano senza forza, “senza divinità, senza ispirazione”. L’infusione dell’amore è data solo a chi si staglia nell’azzurro dell’etere con la nitidezza delle cime innevate. Ma per chi giace nelle paludi della depressione, tale infusione è una vana chimera”.
Non serve citare i passi in cui il teologo accusa tutte quelle forme di religiosità piegate a un umanitarismo filantropico buonista, che infangano il senso dell’Amore e sviliscono l’annuncio dell’autentica Misericordia. Su di esse, su ogni pretesa invocazione di amore nella cultura e nella società, cala il giudizio definitivo: “Amore, amore, amore… no, non amore! Ma piuttosto gelatina e pappa di semola. Non certo amore”.
Mi pare una posizione molto chiara e diretta. Che non abbisogna di grossi commenti. Piuttosto mi soffermo a immaginare la confusione che molti lettori contemporanei, ormai avvezzi a discorsi non divisivi ed ecumenici, sperimenteranno leggendo queste righe. Credo però che tale confusione sia altamente benefica e persino necessaria.
Non possiamo e non dobbiamo ignorare in quale epoca siamo immersi e che effetti essa eserciti su di noi. Non possiamo nascondere di essere già fortemente influenzati da un discorso sull’amore in senso emotivista, che ha certo condizionato, ove più ove meno, la nostra comprensione di Dio, della religione, dell’uomo e della società. Leggere Florenskij è allora – a mio giudizio – terapeutico come versare del disinfettante su una ferita aperta. Brucia nella misura in cui risana. È casomai tipico del pensiero illuminista suggerire che la conoscenza possa avanzare come mero atto intellettuale, senza coinvolgere l’anima e lo spirito. Al contrario va ribadito che la conoscenza è incontro con la realtà, e il superamento di una conoscenza errata equivale alla ricreazione di un rapporto con la realtà, al risanamento di una relazione malata con il reale: e questo procura inevitabile scotimento nell’animo.
Per questo, come ci ha appena mostrato Florenskij, la Luce, Verità e l’Amore chiedono caratteri forti, figli del tuono, e non si confanno a spiriti fragili, superficiali, alla ricerca di fluttuanti “mi piace – non mi piace”.
In realtà, proprio lo sforzo di entrare nella visione florenskiana, simile al trauma del prigioniero che esce dalla caverna platonica, conferma e spiega il senso della nostra tesi iniziale. La proposta LGBTP tocca e riguarda direttamente il mistero di Dio e della fede, né può essere declassata a un qualche progetto di tipo sociale e marginale. Seguire la lezione LGBTP equivale ipso facto ad adombrare il senso del divino e del religioso. Quanto più la mentalità illuminista, post-moderna e queer è trapelata nel nostro pensare, tanto più la nostra conoscenza di Dio risulta minata e forse già sfregiata. E tanto più dunque l’atto di liberazione da questa morsa e l’atto di innalzamento rinnovato verso il volto divino e verso la verità dell’uomo risulteranno urticanti e dolorosi.
In conclusione, di questa prima riflessione, l’insegnamento che deriva è il seguente: per rettamente giudicare e affrontare la questione LGBTP, bisogna ripartire dalle radici del mistero divino e impegnarsi a comprendere il senso dell’Amore rivelato e delle immagini che ce lo presentano: in primis la Croce (presentazione) e il Sacrificio eucaristico (ri-presentazione). Questo sforzo coinvolge e scuote tutta la nostra umanità.
Metodologicamente, dunque, bisognerebbe dedicarsi allo studio del mistero divino e di Dio come Amore di Carità. Comprenderlo alla luce delle fonti che lo manifestano: la Tradizione scritta (Scritture), la Tradizione orale, il Magistero autentico e continuativo, la testimonianza dei Padri, dei Santi e dei Martiri. Successivamente bisognerebbe guardare alle proposte di amore diffuse nel mondo contemporaneo. E l’effetto sarebbe quello del già citato prigioniero platonico, il quale rientrando della caverna ne avvertirebbe solo cecità e languore, col rischio di ricavarne solo minacce e morte.
Tutti coloro che invece partono da un ascolto del pensiero LGBTP e poi ne fanno un’applicazione alla teologia, degradano l’Amore rivelato e lo crocifiggono nuovamente agli assi culturali di un sapere banalmente umano, blando, lontano dalla Verità e nocivo per l’umanità.
Parrà deludente per qualcuno. Ma la più autentica risposta agli LGBTP non consiste negli appunti accumulati durante le sei puntate precedenti, bensì nell’impegno a ritirarsi per riscoprire in radice una fede autentica e in essa crescere nel mistero dell’Amore cristiano. Da qui verranno in modo fondato e fecondo le possibilità di confronto e risposta e proposta ai nostri interlocutori.
La lunga considerazione protratta fin qui serviva a darci consapevolezza del tipo di passo richiesto. Tanto più arduo, in quanto – lo ripeto – non si tratta di rispondere a una teoria sull’amore (LGBTP) con un’altra teoria sull’amore (cristiano-realista), quanto di giudicare, illuminare e redimere una deviazione moderna attorno a un tema cruciale (l’amore proposto dagli LGBTP) sul fondamento della Rivelazione unica e assoluta di Dio come Amore, testimoniata da Cristo e dalla Chiesa negli ultimi duemila anni, partendo proprio da quelle terre e popolazioni che nel tempo si sono fatte bandiera della rivoluzione anti-religiosa arcobaleno.
Faccio notare che, con approccio più classico e piano, tutta la Dottrina Sociale della Chiesa (DSC) muove nel medesimo ordine. Così, infatti, il Compendio di DSC procede anzitutto illustrando il Mistero di Dio nelle Scritture e nel Magistero e solo successivamente entra nel vivo delle questioni sociali che, variamente declinate, trovano in quelli il proprio ideale e modello.
Qui potrei concludere la pars construens. Seguirà la proposta di vita cristiana per omosessuali e transessuali. Ovviamente verrà edificata sui fondamenti testé additati. Prima però pubblicherò un articolo in cui introdurrò due ulteriori approfondimenti, sempre andando ad attingere alla “Filosofia del culto”.
Voglio anche dire che la conclusione (i.e. nono articolo della serie) potrà essere compresa e accolta anche da chi avesse faticato a muoversi tra i voli teologici di Florenskij (i.e. settimo e ottavo articolo).
Don Marco Begato

