Sulla scia del dibattito sulla laicità da noi inaugurato pubblicando la ricca conferenza del Professor Marcello Pera [QUI] può essere utile esaminare il libro di Augusto Barbera, Laicità. Alle radici dell’Occidente, Il Mulino, Bologna 2023, peraltro citato dallo stesso Pera che lo ha valutato come insufficiente. Il libro fa coincidere pienamente il concetto di laicità con la democrazia liberale nata da una “lunga marcia” di cui l’Autore elenca i passaggi principali. Barbera parla quindi del processo che ha portato all’affermazione dell’incompetenza del potere religioso in temporalibus (da ultimo con il Vaticano II) e di quella del potere politico in iura sacra (con gli Stati nazionali), parla del costituzionalismo liberale, della pienezza politica della sovranità in Hobbes o Bodin, dell’illuminismo riformatore, degli albori del pensiero politico liberale con Alberico Gentile, John Locke e Baruch Spinoza, delle tre rivoluzioni dell’Occidente: inglese, americana e francese, distingue convenzionalmente tra una “laicità protetta” (francese) e una “aperta” (americana) facendole rientrare ambedue nella medesima tradizione liberale. Un lungo capitolo è dedicato alla laicità in Italia (pp. 95-152), anche questo condotto in modo convenzionale, specialmente per quanto riguarda l’attività della Corte costituzionale. Nell’ultimo capitolo, meno storico e più teoretico, Barbera affronta quattro problemi oggi emergenti secondo lui: a) L’ancoraggio ad un ordine superiore; b) relativismo multiculturale e assimilazione; c) L’irrompere dei nuovi diritti; d) La laicità come metodo. Si tratta del capitolo nel quale emergono con maggiore chiarezza i punti di riferimento dell’Autore e nello stesso tempo i loro limiti strutturali.

Circa il primo punto – ancoraggio ad un ordine superiore – Barbera compie diversi errori interpretativi della legge naturale: sono molto dubbie le sue presentazioni della legge naturale in Grozio, dato che non è vero che essa possa reggere etsi Deus non daretur, non è attendibile il suo accenno al discorso di Benedetto XVI al Parlamento tedesco dove il riferimento al diritto naturale non nega la relazione dell’autorità politica come lui sostiene, non è vero che l’articolo 2 della Costituzione italiana ammetta il riconoscimento di diritti inscritti in un diritto naturale. Del resto per la democrazia liberale di Barbera: “Se non è possibile affidarsi al solo positivismo giuridico, giacché altrimenti si può correre il pericolo della tirannia delle maggioranze, non è neanche possibile affidarsi ai principi di una o più confessioni religiose poiché si rischierebbe, in tal caso, un’altra forma di tirannia” (p. 159). Qui l’errore sta nell’equiparare negativamente tutte le religioni come necessariamente portatrici di tirannia. Il concetto è espresso più volte, per esempio: “I regimi che pretendono di legittimarsi in nome di valori assoluti … sono ineluttabilmente oppressivi” (p. 17). Barbera non ha approfondito correttamente il problema del rapporto tra politica e religione del cattolicesimo e fa di ogni erba un fascio.  Si tratta in fondo di un indifferentismo religioso.

Questa carenza non permette di affrontare adeguatamente il secondo punto: relativismo culturale e assimilazione. Barbera non riesce a stabilire quali “diversità” culturali (e religiose) possono essere ammesse e quali no. Perché sì all’esonero dall’uso del casco dei motociclisti sikh (come stabilito in Inghilterra) e no alle mutilazioni genitali? Dove finisce il “diritto alla diversità”?: Barbera non risponde, se non con la proposta – che vedremo tra breve – di un metodo di contrattazione caso per caso.

Circa il terzo punto – i nuovi diritti – il nostro Autore ritiene che la cultura liberale non sia solo quella della dell’auto-determinazione assoluta e nemmeno quella della mia libertà che finisce dove inizia la tua, ma non riesce ad andare oltre un “bilanciamento di valori” (p. 175).

Da qui l’ultimo punto – la laicità come metodo – che viene espresso con questa visione del pluralismo: “Pluralismo non significa necessariamente relativismo, eclettismo, ma coesistenza di verità parziali, di parziali comprensioni della verità, dialogo continuo con posizioni etiche diverse” (p. 178). Ne consegue che “il metodo laico è regola per fare coesistere e dialogare tra loro tutte le fedi e tutte le dottrine; è un processo che, di per sé, anche a prescindere dai risultati conseguiti, assicura il mutuo rispetto, a reciproca comprensione, la solidità di una comunità politica; un metodo, quindi, non dissimile da quello democratico” (p. 185). L’Autore torna, così, alla definizione di laicità data all’inizio del libro, passando dai “principi laici” al “metodo laico”: “la ricerca di un confronto tra le persone, portatrici, ciascuna, di verità parziali (o, se si preferisce, di visioni parziali della verità), aperte alle ragioni dell’altro”.

Però non è vero che la verità opprime ma libera, non è vero che le opinioni unificano ma dividono, non è vero che nella società ci sono solo verità parziali, esistono infatti anche errori totali e verità certe.

Stefano Fontana

(Foto: Augusto Barbera, wikipedia,Di Quirinale.it )

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