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Se c’è un argomento che tiene quotidianamente banco sui media di tutto il mondo questo è il clima.

Si dice clima, ma in realtà si intende energia. La questione attuale, quella sul tappeto, è infatti la scelta del mix energetico che l’umanità dovrebbe adottare in futuro. Questione grave, fondamentale: sul nostro pianeta tutta la vita dipende dall’energia, non c’è un solo ambito che ne risulti escluso. Ciò spiega l’asprezza del dibattito, che non si limita ai circoli accademici.

Le grandi questioni presentano sempre numerosi risvolti: quello che il grosso pubblico coglie è di rado il punto chiave, che va pazientemente individuato di volta in volta. La ricerca, anche quella scientifica, è  in fondo una sorta di caccia al tesoro, ovvero la ricerca del responsabile, come avviene nei romanzi polizieschi. Le grandi scelte, che investono i destini collettivi, richiedono motivazioni forti, capaci di coinvolgere le masse. Data la loro rilevanza e la complessità insita nell’ottenimento del consenso, è comprensibile che questo sia il risultato di una attenta costruzione.

Come si suole dire, “sapere è potere”: il potere di chi sa rispetto a quelli che non sanno. Sembra una banalità, ma la sociologa inglese Linsey McGoey, acuta osservatrice delle trasformazioni socio-politiche del nostro tempo, ha introdotto uno specifico ambito di studi sull’uso politico dell’ignoranza[1]. Riferendosi alla gestione del Covid, McGoey parla non a caso di liberalismo fatalistico. Una formula “politicamente corretta” per quello che Michael Crichton, in un techno-thriller che invita a  riflettere sulle radici del terrorismo in senso lato, chiama stato di paura[2]. Una volta si diceva, in tono semiserio, Cherchez la femme. In tempi a noi più vicini Giovanni Falcone invitava a seguire la pista del denaro. È questa la prospettiva che privilegiamo  nelle ricerche di geopolitica: l’ottica geoeconomica.

Cinquant’anni di ricerche sul mercato degli idrocarburi (petrolio e gas) hanno evidenziato come la dinamica di queste fonti, che rappresentano oltre il 60 per cento dell’energia prodotta e consumata nel mondo, consente di comprendere buona parte di ciò che è avvenuto sul nostro pianeta nell’ultimo secolo. E ciò ha evidenti ricadute in ambito scientifico e culturale.

Inquadrata in questa prospettiva, l’attuale guerra in Ucraina si legge ad es. come il  drastico ridimensionamento delle vendite di gas dalla Russia ad un’Europa che sta riorientando verso l’Atlantico i suoi flussi commerciali. Ciò è funzionale al ritorno in forze dell’America sui mercati energetici, che aveva abbandonato a partire dal 1974, conseguentemente all’accordo con l’Arabia Saudita contrattato da Kissinger per salvare il dollaro. Non a  caso anche in Gran Bretagna il premier Sunak ha da poco lanciato un nuovo, ambizioso programma di valorizzazione dei giacimenti petroliferi nel Mare del Nord, in sostituzione di quelli ormai esauriti[3]

Agli idrocarburi, piaccia o meno, non possiamo rinunciare, e a dimostrarcelo non sono solo la Cina e l’India che continuano imperterrite a bruciare carbone oltre che petrolio, ma proprio i due Paesi che si sono proposti quali guide della transizione alle energie “verdi”.

Non va dimenticato che le nuove “fonti rinnovabili” sono state sviluppate nel clima degli shock petroliferi degli anni ’70, come risposta tecnologica alla perdita del controllo dei giacimenti petroliferi da parte del mondo occidentale. Ci sono state anche risposte diverse, molto più robuste, sul piano politico-militare. Energie “di emergenza” dunque, che all’atto pratico sono state poi ridimensionate, essendosi conseguito l’obiettivo reale: ribassare i prezzi con la minaccia di ridurre gli acquisti dai paesi OPEC.

Oggi – o forse è il caso di dire “ieri” – la sfida è ritornata di attualità, come parte di un gigantesco piano di cambiamento tecnologico, volto a ridare un ruolo alle economie dell’Occidente. Economie sfiancate e a rischio di collasso di fronte all’avanzare dei nuovi Paesi industrializzati: in primo luogo i BRICs, che ormai riuniscono metà della popolazione e circa il 37 per cento del pil mondiale. Una situazione che prelude a un rovesciamento epocale dei rapporti di forza sul pianeta.

Il “grande progetto”, alla cui guida si pone il WEF, è imperniato sull’uscita dai combustibili fossili. Questo comporterebbe – il condizionale è d’obbligo –  rifare l’intero apparato produttivo mondiale. Un business colossale. Si spiegano così i facili entusiasmi, che sostenuti da un battage mediatico martellante, si diffondono laddove meno ce lo aspetteremmo. Anche se allo stato attuale – in assenza di un “aiutino” rappresentato da un nuovo conflitto mondiale –  vi sono seri dubbi che l’Occidente disponga delle capacità industriale, finanziaria e in definitiva politica, che l’impresa richiede.

Dal punto di vista geopolitico, i processi in corso sembrano dover portare ad una nuova divisione del pianeta, fra due tipologie di economie che si muovono a velocità diverse, corrispondenti al relativo schema di approvvigionamento energetico. Da un lato il mondo “già industrializzato”, che riacquisterebbe la perduta superiorità tecnologica, grazie all’uso generalizzato dell’energia elettrica; dall’altro, l’ex “Terzo mondo”, privato delle innovazioni dell’Occidente ed alimentato prevalentemente dai combustibili fossili[4]. Con buona pace degli accordi di Kyoto e dei movimenti green.

È uno schema che potrebbe funzionare – forse – se le relazioni tra i due mondi venissero riportate ai livelli esistenti nel 1947. In parole povere, dovrebbe calare una nuova “cortina di ferro”.  Tutti sappiamo peraltro come ciò sia semplicemente impossibile. La “guerra fredda” divideva il mondo comunista non solo dai Paesi occidentali ma anche dalle loro colonie. Che nel frattempo sono diventate indipendenti, sono “cresciute” economicamente  e pretendono giustamente di decidere da sole i propri destini. Un Occidente limitato all’Europa neanche tutta ed al Nord America – in sostanza l’area OCSE – è un ambito troppo ristretto per conservare non diciamo il primato, ma neanche un’economia sufficientemente vitale.

C’è poi da tener conto dei disastri provocati dalla cosiddetta “globalizzazione” (i francesi continuano a parlare di mondializzazione)[5]. Il trasferimento delle industrie verso i Paesi emergenti ha infatti cancellato la capacità dell’Occidente di autosostentarsi. Potrebbero farcela gli Stati Uniti, ricchi di risorse minerarie, soprattutto energetiche (ma ci vorrebbero 30 anni di lavoro). L’Europa invece appare fuori gioco. Inoltre, nel caso di un’interruzione degli scambi, i capitali investiti al di fuori dell’area OCSE sarebbero definitivamente perduti, con le relative rendite, così come sta avvenendo adesso nel caso della Russia.

Anche a prescindere da tutto questo, una transizione energetica radicale come quella preconizzata dal WEF è insostenibile per ragioni sia economiche che tecniche. In Gran Bretagna hanno recentemente calcolato che per il Paese il costo arriverebbe a 5.000 miliardi di sterline[6]. Non c’è solo il problema – già enorme – delle colonnine  di rifornimento per le auto: occorrerebbe ad es. rifare l’intera rete di trasmissione dell’energia, che non è minimamente in grado di supportare i consumi richiesti[7]. I calcoli a suo tempo fatti per le reti nordamericane restituiscono cifre da capogiro.

Senza contare che il risultato sarebbe un costo dell’energia tale da mettere fuori mercato – a livello mondiale – qualsiasi tipo di produzione, sia industriale che agricola. Naturalmente c’è sempre qualche buontempone che cerca di dimostrare che le energie alternative costerebbero meno di quelle tradizionali. Quand’anche fosse (chiedere quando ciò avverrà nel concreto sarebbe una cattiveria), ci limitiamo a far notare che tutte queste innovazioni andrebbero fatte a debito, c’è quindi un costo astronomico per gli interessi, del quale tutti fingono di dimenticarsi.

Gli esiti dell’ultima conferenza COP28, sulla quale pochi si sono dimostrati entusiasti, rendono bene conto di queste realtà. L’unico risultato concreto (si fa per dire) è che per la prima volta dopo 30 anni in un consesso mondiale si è affermato che il riscaldamento globale deriva dai combustibili fossili. Come se le dichiarazioni politiche (al di là della loro intrinseca credibilità scientifica) potessero supplire alla mancanza di accordi vincolanti tra gli Stati in merito alla transizione energetica. Che viene ancora una volta “auspicata” con scadenza 2050.

Questo fa comprendere che il processo in corso è destinato a ridimensionarsi ben presto. Tra meno di 6 mesi, dopo che le elezioni avranno sfrattato l’attuale coalizione che controlla il parlamento europeo [8], tutto questo can can calerà di tono. La pressione sempre più forte per accelerare la transizione si spiega in tale prospettiva. Molti di quanti sognavano di arricchirsi vedono sfuggire la preda. Dovranno prendere atto che i soldi semplicemente non ci sono, non ci sono stati e non ci saranno neanche in futuro. Durante la COP 28 di Dubai si è parlato di 150.000 miliardi di dollari in 10 anni.

Non meraviglia allora che negli USA la lobby green stia mollando la presa. Lo scenario è completamente cambiato, anche senza ipotizzare un ritorno di Trump alla Casa bianca. Le discriminazioni sugli investimenti nelle energie fossili sono state messe fuori legge in ben 18 Stati e la speculazione finanziaria, che aveva puntato sulle attività ecosostenibili, si sta irrimediabilmente sgonfiando. Come apparso sul Financial Times, “tempo 5 anni, e tutto il mondo che va sotto il nome di Esg non ci sarà più”[9].

C’è dunque da rallegrarsi? Non sembra proprio. Il prevedibile rallentamento negli  investimenti green è purtroppo destinato a rivelarsi catastrofico per l’Europa, che ha perduto le fonti di approvvigionamento – carbone, nucleare, gas a basso costo dalla Russia – sulle quali si basava la concorrenzialità della propria industria. Non solo pagheremo prezzi stabilmente più alti per l’energia, ma probabilmente dovremo fronteggiare gravissime carenze nei rifornimenti di gas, stante il crescente degrado dei rapporti tra gli Stati. L’unica certezza è che si accrescerà la dipendenza dai fornitori esterni alla UE[10], in uno scenario internazionale che ci vede esposti contemporaneamente su più fronti: non solo in Ucraina ma nell’intero “Mediterraneo allargato”. Leggasi rotta del Mar Rosso, ma non solo. Uno scenario che nella migliore delle ipotesi può solamente congelarsi nel quadro di una nuova conflittualità generalizzata a livello globale, che appare arduo immaginare come “fredda”.

Nel contempo le nostre industrie, che hanno svenduto produzioni di eccellenza mondiale come l’automobile e la motoristica navale, si troveranno in gravi difficoltà. In primo luogo l’incertezza  sui futuri progressi delle tecnologie mette a rischio i programmi portati avanti dai costruttori europei[11] in tutti i settori coinvolti. Quanto alle auto elettriche, che verranno prevalentemente dalla Cina, a tacere dei notevoli problemi tecnici che ancora presentano[12], saranno difficilmente accessibili al sempre più povero consumatore europeo[13]. E se l’autotrasporto (e non solo quello) non tira, gli enormi investimenti infrastrutturali previsti finiranno in perdita, affossando banche e finanze pubbliche. I segnali d’allarme ci sono già, basta volerli cogliere.

L’Europa rimane così l’unica area al mondo che combatte contro la propria industria (e la propria agricoltura), segno che la lobby green – al potere si spera ancora per poco – sta pervicacemente cercando di portare a compimento il mandato affidatole dai suoi sponsor globalisti, che è di distruggere l’economia continentale[14]. L’obiettivo, ormai chiaro, è di rendere l’Europa indifesa di fronte al riacutizzarsi della  competizione globale che sta per scatenersi da qui a poco[15]. In questo contesto, parlare di Finis Europae è una profezia fin troppo facile, per un continente che ha rifiutato di affidarsi a Dio per confidare sugli uomini.

Gianfranco Battisti

Università di Trieste

Collegio degli Autori dell’Osservatorio

(Foto: Pixabay)


[1]E’ significativo che di questa studiosa sia stato tradotto in Italia soltanto la critica al “filantropismo” di Bill Gates  (L. McGoey, Altro che filantropi. Gli interessi della fondazione Bill & Melinda Gates: come la carità è diventata un grande affare, Milano, Arianna, 2021) mentre il suo filone accademico sia rimasto in ombra.

[2]M. Crichton, State of Fear,  Harper Collis, 2004. L’autore aveva una personalità più da artista che da scienziato, ma l’effetto di questo romanzo distopico nel dibattito sul riscaldamento globale è stato tale da meritare l’attenzione dei soliti anonimi debunkers (https://www.notesfromtheroad.com/roam/state-of-fear-michael-crichton.html). Il lettore interessato giudichi da sè.

[3] A. Guerrera,”Gran Bretagna a tutto petrolio: ok a nuove trivelle nel Mare del Nord. Sunak: “Più sicuri contro tiranni come Putin”, La Repubblica,  28/9/2023.

[4]Un segnale in tal senso potrebbe venire dalla saturazione del mercato cinese delle auto elettriche, che sta sostenendo la domanda di veicoli a combustione interna (L. Della Pasqua, ” I cinesi dicono basta alle auto elettriche Adesso Pechino punta a inondare l’Europa”, La Verità, 10.1.2024).

[5]Altri parlano di “grande mercato” (A. Pollio Salimbeni, Il grande mercato. Realtà e miti della globalizzazione, Milano, Mondadori, 1999), ovvero, e con buone ragioni, di una “nuova forma di colonialismo”.

[6]    P. Vietti, “Obiettivo emissioni zero. Qualcuno ha calcolato davvero i costi?”, https://www.tempi.it/obiettivo-emissioni-zero-qualcuno-ha-calcolato-davvero-i-costi/, 20.9.2023 (Lettura: 20.19.2023). Le stime governative 2021 andavano poco oltre il miliardo. Ciò potrebbe spiegare come mai il sito che aveva pubblicato il ricalcolo (E.Stewart, Net Zero: an analysis of the economic impact, https://www.civitas.org.uk/publications/net-zero/, Lettura: 4.12.2023) abbia ritirato l’articolo per sottoporlo ad una peer review.

[7]   L’opposizione al programma green delle istituzioni europee è ampiamente diffusa (Bando endotermiche, la Polonia ricorre alla Corte di Giustizia, https://www.quattroruote.it/news/industria-finanza/2023/06/12/_2035_polonia_corte_giustizia_stop_vendita_benzina_diesel.htm, 12/06/2023 (Lettura: 14/10/2023).

[8]  Timmermans, commissario europeo al clima e vicepresidente della Commissione, ha già deciso di cercarsi un seggio in Olanda  (M. Magni, Frans Timmermans Il padre del Green Deal si dimette dalla Commissione Ue, https://www.quattroruote.it/news/industria-finanza/2023/08/23/frans_timmermans_dimissioni_commissione_europea_maros_sefcovic.html#:~:text , 23/08/2023 (Lettura 14/10/2023). Per il premier Rutte si prospetta invece la segreteria della NATO, probabile ricompensa per aver curato gli interessi dell’agricoltura americana più di quella olandese.  Dopo il compromesso sui combustibili per le auto diesel,la riscrittura delpiano di efficentamente energetico degli immobiliuscita dalla riunione del cosiddetto “Trilogo” a metà ottobre, riflette ulteriormente il cambio di passo nel vecchio continente.

[9] “Nei primi 9 mesi del 2023, negli Usa i fondi focalizzati sugli investimenti Esg hanno avuto deflussi per 14 miliardi di dollari”, ai quali vanno aggiunti 2,4 miliardi di sterline scomparse in Gran Bretagna nell’intero anno  (G. Liturri, “Verde e tassi, l’Ue sbaglia ancora. Altre zavorre per la nostra industria”, La Verità, 14.1.2024).

[10] Nel giugno 2023 la Corte dei Conti europea rilasciava una Nota nella quale si affermava: “Per le batterie l’Europa non deve finire nella stessa posizione di dipendenza in cui si è trovata pr il gas naturale; in gioco c’è la sua sovranità economica” (S. Giraldo, “Transizione irrealizzabile”. Per la Corte dei Conti Ue troppi i fattori di rischio”, La Verità, 24.6.2023).

[11] Stretta di Bruxelles sugli e-fuel, la deroga è a rischio, https://www.quattroruote.it/news/industria-finanza/2023/09/25/e_fuel_commissione_ue_proposta.html, 25/09/2023 (Lettura: 14/10/2023).

[12] Negli USA. I costi di riparazione dei veicoli ed il calo della domanda ha indotto la Hertz a dismettere un terzo del suso parco di auto elettriche e ad acquistare nuove vetture tradizionali (M. Astorri, “Hertz ci ripensa e vende 20.000 elettriche”, Il Giornale, 12.1.2024).

[13]D. G. Alberti, Volkswagen, pronto licenziamento di 300 operai?/ Colpa della scarsa domanda di auto elettriche, https://www.ilsussidiario.net/news/volkswagen-pronto-licenziamento-di-300-operai-colpa-della-scarsa-domanda-di-auto-elettriche/2590405/ , 15.09.2023 (Lettura: 12/10/2023).

[14] Dirottare gli investimenti verso la sostituzione delle fonti fossili anzichè promuovere l’aumento della capacità produttiva o l’efficienza degli impianti porterà ad una ristrutturazione inefficiente dell’economia europea. L’intervento pubblico a sostegno dell’iniziativa privata diverrà obbligatorio, aumentando la pressione fiscale diretta e indiretta attraverso il debito pubblico (A. Pommeret (coord.), Les incidences économiques de l’action pour le climat. Sobrieté, Rapport Thématique, France Stratégie, Mai 2023).

[15] “La Cina non ha scommesso sulle auto elettriche; ha scommesso che l’Europa avrebbe scommesso sulle auto elettriche, e ha vinto. (…) L’industria europea, per riconvertirsi alle batterie”, ha sgombrato il campo alle esportazioni cinesi. Per inciso, di auto termiche, non elettriche” (P. L. del Viscovo, “Vetture green, il regalo a Pechino dell’Europarlamento”, Il Giornale, 13.1.2024).

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