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In questo breve libro di sole 120 pagine (“La fine della cristianità e il ritorno del paganesimo”, Cantagalli, Siena 2022), Chantal Delsol, accademica francese rubricata tra i pensatori cattolici più accreditati, esprime una pretesa molto esigente: fare il bilancio di due millenni di “cristianità”, che secondo lei vanno da Teodosio alle leggi sull’aborto. Pretesa forse eccessiva, ma si sa che i filosofi amano le sintesi. Pretesa comunque realizzata, possiamo dire, ma in modo, a mio parere, inaccettabile.

La tesi dell’Autrice si può condensare – con uno spirito di sintesi parallelo al suo – nelle seguenti proposizioni: la cristianità c’è stata, la cristianità è finita dopo una lunga agonia, il cristianesimo vi ha progressivamente rinunciato in una lunga serie di compromessi, tutto è stato conteso ma nulla è stato salvato, non c’era altra scelta possibile, la battaglia era persa fin dal principio, morta la cristianità non muore la religione, la cristianità non sarà sostituita dall’ateismo ma dal ritorno del paganesimo, ci sarà un cristianesimo senza cristianità, la missione non sarà più sinonimo di conquista, dalla fine della cristianità “Dio ci ha guadagnato”.

Punto centrale di queste tesi è l’interpretazione che la Delsol dà della cristianità. Interpretazione che non convince, a cominciare dalla ineluttabilità della sua fine. La secolarizzazione per lei è stato un processo governato dalla necessità: i vecchi principi sono caduti “naturalmente e infallibilmente”, quanti lottano per essi sono “convinti in anticipo che non avranno causa vinta”, coloro che li difendono sono “soldati di una guerra perduta”, “educare i bambini alla fede oggi significa produrre soldati per Waterloo”, la cristianità corre “irrimediabilmente verso l’abisso”. Questa presunta ineluttabilità della secolarizzazione non è argomentata. La Delsol la descrive come essa si dà oggi sul piano sociologico, ma non si chiede se essa debba o meno esistere sul piano di diritto, se contenga intime verità senza tempo che, prima o dopo, in questa o quell’altra forma, possano e debbano riemergere. Addirittura, ella dice che è “un enigma”. Ma si sa che non si tratta di un mistero, si possono fare i nomi e i cognomi di chi ha voluto distruggerla fuori e dentro la Chiesa cattolica. Questa ineluttabilità è di marca storicistica e riconduce Delsol ad Hegel.

Anche l’idea che la fine della cristianità sia stata motivata dalla cristianità stessa rivela una impostazione non intellettualmente libera. La cristianità è presentata come “fondata sulla conquista”, come una “perversione del messaggio”, come una società “satura di dogmi”, retta sulla “profanazione dell’idea di verità”, in essa “i chierici ubriachi di potere si lasciavano sedurre da ogni sorta di eccessi” e veniva esercitata una “forma di influenza e di dominio sulle anime”. Va bene che 120 pagine non sono che 120 pagine, ma qui non si tratta di sintesi ma di slogan, perdipiù molto approssimativi e bassamente funzionali al paradigma di pensiero che ha sostituito quello della cristianità. Frasi di questa impostazione sono una caricatura della cristianità e denunciano un pregiudizio liquidatorio nei suoi confronti, preventivo più che consuntivo, aprioristico – e dogmatico – direi.

Non meno problematica è la denuncia da parte dell’Autrice del concetto di “verità” proprio, secondo lei, della cristianità, denuncia spesso addirittura sarcastica e irrispettosa per tante menti eccelse e sante che hanno animato quella forma di civiltà. Secondo lei nella cristianità si voleva descrivere la verità “con una precisione da entomologo” (ma veramente Delsol pensa di liquidare così Sant’Agostino e San Tommaso?). Per lei, invece, come per Heidegger, “l’essere è avvenimento e divenire, e non definizione oggettiva” e “la verità è un sogno che inseguiamo”, “deve cessare di essere proposizione e dogma per diventare un alone di luce, una trepida speranza, una cosa inafferrabile che si attende con sogni da mendicante”. La cristianità avrebbe “profanato l’idea di verità, volendo a tutti i costi identificare la fede con il sapere”. Non pensa, la Delsol, che in questo modo la fede viene separata dal sapere in generale e quindi resa altra cosa dalla cultura? Vogliamo eliminare l’evangelizzazione della cultura? E non pensa, la Delsol, che parlare della verità come di un sogno indirettamente celebri l’altezza della definizione datane da Tommaso come adaequatio intellectus ad rem? Quale abissale sproporzione tra quanto si vuole sostituire e ciò con cui lo si sostituisce.

La conclusione è che “rinunciare alla cristianità non è un sacrificio doloroso” perché “la missione non deve essere necessariamente sinonimo di conquista”. A questo punto “non è la cristianità che ci lascia, siamo noi che la lasciamo”. Per andare dove? Secondo Delsol “credere o far credere che se crolla il cristianesimo, tutto crolla con esso è una sciocchezza”, “smettiamola di credere che siamo gli unici al mondo che possono dare un senso al mondo”. Dopo aver così liquidato l’unicità salvifica di Cristo – non di noi cristiani, ma di Cristo – ella sostiene che dopo la cristianità non ci sarà l’ateismo ma un nuovo paganesimo perché il bisogno religioso dell’uomo non morirà e in questa situazione i cristiani vivranno come “eroi della pazienza e dell’attenzione e dell’amore umile”. Una conclusione valida solo per chi si accontenta.

Stefano Fontana     

Foto tratta da wszystkoconajwazniejsze.pl

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