Sull’argomento segnaliamo due articoli di Stefano Fontana già pubblicati nel nostro sito: Magnifica humanitas: la DSC da “corpus dottrinale” a “discernimento comunitario” (QUI); Magnifica humanitas: le mille letture e il problema del linguaggio (QUI).

Introduzione

La prima e attesa enciclica di Leone XIV sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale va collocata, non solo per i continui rimandi, sulla scia del Concilio Vaticano II e dei pontificati precedenti, in particolare quello di Papa Francesco. Sia per l’importante mole (245 paragrafi) che per la forma e i contenuti espressi, va letta, come giustamente rilevato da Luigino Bruni sulle pagine di Avvenire, come un’enciclica che parla la stessa lingua affettuosa del Concilio Vaticano II. Quindi, per capirne il senso, il tono e la ragion d’essere – continua Luigino Bruni- occorre accostarla non tanto alla Rerum novarum ma alla Gaudium et spes…non è un’enciclica generata dalla paura per il nuovo, non condanna il nostro tempo mettendosi al di fuori di esso…ma è una lettera d’amore che il papa scrive all’umanità di oggi. Già dalla corposa introduzione viene espresso in modo inequivocabile e reiterato il desiderio di entrare in dialogo con tutti, considerando questa attitudine al dialogo parte integrante della vocazione della Chiesa (paragrafo 2). Questo impellente desiderio va coniugato, da una parte, con la necessità di non dimenticare la vita concreta dei popoli e, dall’altra, con il proporre la Dottrina sociale della Chiesa come un corpus vivo di verità e non un insieme statico di concetti (paragrafo 3). Nell’affrontare le res novae del nostro tempo, come la rivoluzione digitale e gli strumenti pervasivi delle tecnologie emergenti, occorre così avviare quello che Papa Leone XIV chiama “discernimento comunitario”, capace di penetrare le radici spirituali e culturali delle trasformazioni in atto e, nel farlo, ribadisce l’affermazione di Papa Francesco: “Stiamo vivendo un cambiamento d’epoca” (paragrafo 6). Nel chiedersi quindi quale percorso scegliere, invita quindi tutti, e qui si sente echeggiare il celebre “tutti, tutti, tutti” inclusivo di Papa Francesco, ad assumersi con lucidità e responsabilità le sfide del nostro tempo. Il senso della riproposizione delle due immagini bibliche della Torre di Babele e della ricostruzione delle mura di Gerusalemme dal libro di Neemia risponde all’interrogativo (paragrafo 7) del come abitare con responsabilità il tempo dell’Intelligenza Artificiale (IA) e rappresenta attualizzato il De civitate Dei di S. Agostino di Ippona, proponendo la scelta di Neemia. Egli infatti, prima di agire, digiuna, prega, intercede per il popolo, non imponendo soluzioni dall’alto ma, attraverso una responsabilità condivisa, ritrova una lingua comune e l’armonia (capitolo 8). Al contrario la situazione a Babele, dove quest’opera concepita senza riferimento a Dio, porta i frutti dell’orgoglio: la confusione delle lingue e la dispersione. La “via di Neemia” si contraddistingue facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune…orientare l’agire a Dio, nella pratica della sinodalità (paragrafo 9). Date queste sintetiche e necessarie premesse contenute nell’introduzione, il Papa sottolinea il rischio della disumanizzazione, ossia quello di costruire il futuro escludendo Dio e riducendo l’altro (l’altra persona) a mezzo. L’edificare nel bene seguendo l’esempio di Neemia comporta indicare criteri di discernimento, attinti anche dai principi e valori della Dottrina sociale della Chiesa, quali: dignità della persona, destinazione universale dei beni, opzione per i poveri, cura della Casa comune, pace, per tradurli in prassi (capitolo 14).

La Dottrina sociale come discernimento comunitario

 Nei cinque densi capitoli successivi, il Papa desidera rimarcare quanto l’IA vada compresa come una trasformazione che interpella dall’interno le categorie della Dottrina sociale della Chiesa, esercitando, come Chiesa, la propria vocazione all’ascolto, al dialogo e al servizio. Rammentando la Gaudium et spes dopo il 60° anniversario (dicembre 2025), viene ribadito che la Chiesa si pone accanto al mondo senza sovrapporsi ad esso, quindi non condannandolo né tantomeno ponendosi nei suoi confronti con un atteggiamento dall’alto verso il basso, ma camminando con esso nella storia dell’umanità, pur lasciandosi istruire non dallo spirito mondano ma dallo Spirito Santo (paragrafo 22). Nel paragrafo successivo, il Papa descrive in modo inequivocabile lo stile della Chiesa: “Assumendo lo stile pastorale del Concilio Vaticano II (interpretare i “segni dei tempi”), illuminata dalla sapienza della Parola, (la Chiesa) non teme l’incontro con il sapere umano…Papa Francesco, in continuità, sottolineava che la Chiesa non pretende di offrire una parola definitiva…la Chiesa ha progressivamente approfondito la Dottrina sociale. La Dottrina sociale come “discernimento comunitario” significa quindi, come sottolineato al paragrafo 25, ritrovare la via evangelica dell’annuncio mite e della verità che non si impone…la Chiesa “non vuole alzare la bandiera del possesso della verità”, perché la verità non è un territorio da difendere, ma un bene da condividere… Questo atteggiamento di apertura alla verità, una e insieme pluriforme, esprime in profondità, secondo Papa Leone XIV, la cattolicità e l’universalità della Chiesa. Il Papa invita a non considerare la Dottrina sociale come un prontuario di principi e norme da applicare, ma come un cammino di discernimento comunitario, lasciandosi interrogare dai “segni dei tempi” e, così compresa, la Dottrina sociale diventa una teologia della comunione nella storia (capitolo 27). Credo che sia importante sottolineare qui quanto l’enciclica abbia assunto alcune categorie emerse dal Concilio Vaticano II e dai pontefici successivi, in modo particolare Papa Francesco. Il richiamo, ad esempio, della nota frase: “il tempo è superiore allo spazio” significa, nell’avviare processi di bene nel tempo, far crescere la verità del Vangelo. Nel trattare successivamente (capitoli da 29 a 32) lo sviluppo del Magistero sociale da Leone XIII a oggi, il Papa intende ascoltare le situazioni storiche e lasciarsi interrogare dalle domande che emergono dal presente (capitolo 28). La lettura di questa importante enciclica non può prescindere quindi dal Concilio Vaticano II, che, come viene ribadito al capitolo 34, ha segnato un punto di svolta nell’autocomprensione della Chiesa nel mondo contemporaneo. Volenti o nolenti, da qui bisogna continuare a leggere la Magnifica humanitas di Leone XIV.

Fabio Trevisan

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