Caro Direttore,

Si ripete spesso, quasi come un riflesso condizionato, che certi Paesi europei sarebbero ancora “profondamente cristiani”. Lo si dice della Spagna, lo si dice dell’Italia, lo si dice di ogni nazione che, almeno culturalmente, conserva qualche traccia di cattolicesimo. Ma basta osservare la realtà per accorgersi che queste affermazioni non reggono alla prova dei fatti.

Durante l’ultima visita apostolica, il re di Spagna ha dichiarato che il cattolicesimo sarebbe “profondamente radicato” nella nazione. Eppure, proprio durante la visita apostolica del Papa, il governo approvava la legge sull’eutanasia, senza che il sovrano muovesse un dito e senza che il centro‑destra mostrasse una reale volontà di difendere la fede cattolica. Se questo è il frutto di un Paese “profondamente cristiano”, allora il termine ha perso ogni significato.

La verità è semplice: un Paese è cristiano non quando raduna folle oceaniche per salutare il Papa, ma quando riconosce e difende la regalità sociale di Cristo.
Un Paese è cristiano quando la legge civile non contraddice la legge morale naturale; quando l’autorità politica non si limita a tollerare la fede, ma la considera fondamento dell’ordine sociale; quando la vita, la famiglia, la verità e il bene comune non sono negoziabili.

Se questo criterio è vero – e lo è – allora bisogna ammettere che la Spagna non è più un Paese cristiano. E con essa non lo è più l’Europa. Le folle che si radunano per le visite papali non sono prova di fede: anche i regimi comunisti e i Paesi musulmani sanno radunare folle immense, con la differenza che loro credono davvero in ciò che professano, mentre le nazioni un tempo cattoliche hanno rinnegato ciò che le ha generate.

Si ripete: “Quanti giovani! Sono il futuro!”. Ma dove sono finiti i giovani della Giornata Mondiale della Gioventù del 2011? Sono passati quindici anni, e la secolarizzazione in Spagna – come in Italia – avanza in modo rapido e violento. Le folle entusiaste non hanno impedito la scristianizzazione, perché il trionfalismo non converte nessuno. Finita la Messa, si torna a casa come dopo una partita di calcio. Per questo ho smesso di seguire da tempo le visite apostoliche dei papi.

Uno dei drammi del nostro tempo è l’illusione che la Chiesa debba “umanizzare” il mondo, rendere gli uomini più buoni, più solidali, più accoglienti. Ma questa non è la missione affidata da Cristo.
La Chiesa non è stata fondata per rendere gli uomini genericamente “umani”, ma per farli diventare cristiani, cioè figli di Dio, partecipi della vita soprannaturale, salvati dalla grazia.

Quando la Gerarchia della Chiesa dimentica questo, quando si trasforma in una ONG spirituale, quando cerca di piacere al mondo e di compiacere il potente di turno – soprattutto se ideologicamente ostile alla fede, in particolare di sinistra, – allora tradisce la sua identità e la sua missione.

Oggi più che mai, una parte significativa del clero sembra ossessionata dal desiderio di essere accettata, applaudita, riconosciuta. Si teme il giudizio del mondo più di quello di Dio. Si preferisce essere cortigiani del potere piuttosto che testimoni del Vangelo.
E così la Chiesa, invece di essere la Sposa di Cristo, rischia di diventare la cortigiana del mondo.

La vera urgenza non è organizzare eventi, raduni, incontri mediatici.

La vera urgenza è tornare in ginocchio davanti al Tabernacolo, chiedere perdono per aver deturpato la vigna del Signore, per aver ceduto alla tentazione antica del serpente: costruire un paradiso terrestre che rifiuta Dio.

Finché non si tornerà a riconoscere la regalità sociale di Cristo e la missione soprannaturale della Chiesa, nessuna folla oceanica potrà illuderci: non siamo più Paesi cristiani.

Ester Maria Ledda

(Foto di Eric Mok su Unsplash)

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