Al termine delle intense giornate di studio della prima edizione dell’Università estiva dell’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân sulla Dottrina Sociale della Chiesa, è giunta la lectio magistralis del professor Giovanni Turco, capace di sciogliere con mirabile efficacia alcuni dei nodi emersi in bozza nelle trattazioni dei vari relatori precedentemente intervenuti.

Se la modernità, per come sin qui conosciuta, si sta sgretolando, accumulando macerie, e se la post-modernità emergente ha i tratti delle distopie letterarie del secolo scorso e il carattere dei peggiori incubi, allora interrogarsi riguardo quale ricostruzione sia possibile è la domanda a cui dare risposta urgentemente, per evitare gli esiti esiziali dello scenario posto. Per fare questo il professore muove innanzitutto dal metodo: vedere, cioè capire; giudicare, cioè valutare razionalmente e alla luce della Rivelazione; agire, secondo rettitudine, ovvero con prudenza, pesandone le conseguenze.

La principale mossa è quella di affrontare il tema del “conservatorismo” dal punto di vista fenomenologico (descrittivo) e per la teoria che se ne può dare. L’attitudine conservatrice è ben esemplificata nel dialogo tra Alessandro Magno e il pirata, messo in scena da Agostino da Ippona[1]. La difesa dello status quo attraverso l’esercizio del potere non è di per sé un bene, se remota iustitia, se non è rispettata la giustizia. In mancanza di questo riferimento alto e ultimo, quid sunt regna nisi magna latrocinia, che cosa sono i regni se non grandi bande di ladri, associazioni a delinquere? A questo punto il pirata, come ha sottolineato l’autore, mette in crisi il potere, in questo caso rappresentato in senso assoluto da Alessandro Magno, con una semplice domanda, che è constatazione veritiera della realtà: sed quia ego exiguo navigio facio, latro vocor; quia tu magna classe, imperator, ma ciò che io (pirata) faccio con una barchetta, mi guadagna la nomea di ladro, ciò che fai tu (Alessandro Magno) con una grande flotta, ti fa condottiero?.

Il re è nudo se ingiusto. Ma di che giustizia può rivestirsi? Per il giurista e filosofo austriaco Hans Kelsen la giustizia possibile è la giustizia quale risultato della legge, legalità prodotta dal mantenimento di un ordinamento positivo. Sotto questa specie non si dà giustizia quale criterio della legge perché si ritiene la giustizia ideale irrazionale, non conoscibile. Le democrazie moderne nel riconoscere questa tesi per convenzione riescono a stabilire differenze tra l’assassino e il boia, tra il rapinatore e l’esattore delle tasse. Approccio positivista capace con un editto, leggasi norma, di costituire una realtà giuridica ingiudicata e ingiudicabile dalla legge naturale, che è divina. Ma l’eco del gesto di Antigone, contro il divieto di Creonte, a dare degna sepoltura al cadavere del fratello Eteocle, giunto sino a noi dalla tragedia di Sofocle, riporta l’asse della giustizia in verticale, dove la legge data dagli uomini a sé stessi, giudicata alla luce della legge divina, si pone con contorni dagli esiti dis-umani.

La mens conservatrice nei suoi tratti psicologici è poi vittima di fallacie cognitive e logiche. Assuefatta allo status quo, anela all’immobilità del mondo per come conosciuto da bambini. Preferendo il male minore, si fa cedevole. Ossessionata dallo spettro dell’anarchia, pensa che i nemici di ieri siano gli alleati di oggi. E così il moderato prima e il conservatore poi, nelle parole di Jaime Balmes[2], el uno estaba destinado a moderar los ímpetus de una revolución osada en sus fines y violenta en sus medios; el otro está destinado a conservar los intereses creados de una revolución consumada y reconocida, il primo (il moderato) era destinato a moderare gli impeti di una rivoluzione risoluta nei fini e violenta nei mezzi; l’altro (il conservatore) è destinato a conservare gli interessi di una rivoluzione consumata e riconosciuta. Così il conservatore si fa ala perdente della Rivoluzione, perché cerca invano di cristallizzare un processo che ha un suo dinamismo interno che lo spinge: Français, encore un effort si vous voulez être républicains[3]. Il conservatorismo, quindi, è binario morto della Reazione. La svolta conservatrice, accomodante de facto, si rivela quale esito finale della Reazione, disconoscimento della Verità, della sostanza assiologica dello spirito tradizionale. Débâcle, a cui Antigone, per chiudere il cerchio, si sottrae. La Contestatrice Antigone, disobbedendo a Creonte, coglie pienamente la natura dell’obbedire quale atto umano fatto liberamente in adesione a ciò che è detto di fare da una autorità che si riconosce tale. E qui, recuperando la lezione dell’Aquinate[4], fare propria la volontà di un altro può diventare complicità, e senza la chiamata in causa della trascendenza, della legge divina giudicante la legge umana, l’obbedienza è piegarsi, è farsi conformi in una prospettiva egualitaria. L’obbedienza virtuosa (o viziosa) si distingue quindi alla luce del primato della Verità e del Bene.

Il passo conclusivo e decisivo riporta al punto di partenza: ricostruzione, che potrebbe essere in altri termini definita come riconquista, rettificazione, cioè rendere le nostre azioni quelle che dovrebbero essere, e in ultimo ma non ultima, conversione integrale, al contempo intellettuale, morale e affettiva. Sul piano intellettuale il materiale da costruzione lo troviamo nel Catechismo[5], nell’opera di Tommaso d’Aquino e di Aristotele, negli autori controrivoluzionari come, ad esempio, Joseph De Maistre. A livello morale la ricostruzione si gioverà di uomini e donne capaci di generosità, magnanimità, di pensare in grande, di abnegazione e autonomia decisionale. Nella dimensione affettiva la conversione troverà i propri cardini nella cura dell’ordine interiore, nell’attitudine realistica del cristiano, nella rivalutazione della vita spirituale. Frutto di questa conversione la trasformazione di un uomo non più complice, cooperante del male, ma libero, non in senso liberale, ma nel senso che santi come Agostino e Alfonso Maria de’ Liguori ci hanno consegnato: uomini buoni, cioè liberi per il Bene, non nel capriccio; uomini liberi nello spirito, interiormente. Come lo è stato, ad esempio, Aleksandr Isaevič Solženicyn [6]tornato in patria, nella Russia post-sovietica, per dare un contributo alla ricostruzione, secondo criteri di sana autonomia e rappresentatività delle comunità locali, in una prospettiva prudenziale capace di lasciar cadere la vecchia malta della Rivoluzione d’Ottobre e salvaguardare la pietra buona, cioè naturale, quale materiale per la nuova costruzione. Recuperando il naturale, il razionale e il primato della Verità. Ricostruendo con le qualità del monaco, capace di salvare la civilizzazione dall’oblio della barbarie, del vescovo, ossia del pastore che non abbandona il proprio gregge ai lupi, e nella prospettiva del Cid Campeador, emblema della Reconquista e per estensione di chi non si accontenta, di chi non si fa accomodante, di chi va oltre. Dopo il 1989, l’Occidente, incarnazione della modernità, perse l’occasione di pensare il post in termini di rettificazione della realtà, di azione secondo rettitudine. Vinta Waterloo con una lunga preparazione, l’Occidente non si pose il problema di come vincere dopo Waterloo[7]. Come già si era verificato nel 1815 quando il Congresso di Vienna, nella visione di Klemens von Metternich, istituzionalizzò l’assetto napoleonico, a sua volta istituzionalizzazione dell’assetto rivoluzionario francese. Esempio capitale di conservatorismo quale ala perdente della Rivoluzione, che inarrestabile fece successivamente molti e ulteriori passi avanti, basti ricordare i moti del 1820, del 1830, del 1848, fino a quelli parigini del 1871. Eppure visioni alternative c’erano e avrebbero potuto avere maggior fortuna[8]. Se non si sceglie la prospettiva della ricostruzione quale via della rettitudine, metafora viva che indica il compito da perseguire prudentemente, sagacemente e avvedutamente, i precedenti storici paiono preannunciare un destino che ci vedrà partecipi, bene che vada, del campo degli illusi o, peggio, da quello dei complici.

Davide Bonassi

 

[1]    Agostino di Ippona, De Civitate Dei, IV, 4

[2]    Jaime Balmes, El Pensamiento de la Nación.

[3]    Donatien-Alphonse-François de Sadeçais, Français, encore un effort si vous voulez être républicains

[4]    S.Theol. II-II, q. 104 e 105.

[5]    Pio X, Catechismo

[6]    Aleksandr Isaevič Solženicyn: Un mondo in frantumi. Discorso di Harvard; Ricostruire l’uomo. Scritti e interviste su Polonia, Russia e Occidente; Come ricostruire la nostra Russia?

[7]    Michele Federico Sciacca, Come si vince a Waterloo.

[8]    Karl Ludwig von Haller, La Restaurazione della Scienza politica

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