Solitamente il nostro Osservatorio non interviene su questioni direttamente politiche, sui partiti e sulle loro tattiche. L’approvazione della proposta di legge sul suicidio assistito da parte del Consiglio regionale del Veneto mercoledì 2 settembre ha però delle caratteristiche che legittimano una eccezione a questa regola, per cui ci concediamo alcune osservazioni.

La prima riguarda la fine del partito della Lega. L’evento al palazzo Ferro Fini ha in questo senso un valore simbolico. La Lega potrà ancora tirare aventi in qualche modo, puntare su temi economici o sociali in grado di allontanare il declino, ma su piano dei principi alla guida del partito l’evento in laguna ha segnato la parola fine. Si pensi solo ai seguenti aspetti.

Da ora in poi il nome di Luca Zaia sarà sempre associato nella mente degli elettori a quello di Marco Cappato. La legge approvata mercoledì scorso verrà chiamata la legge Cappato-Zaia. Per tutta la Lega sarà un marchio indelebile. La Lega, nata dal popolo per il popolo, radicata in una terra e nella tradizione, attenta alla storia e ai valori della propria gente, diventa come il partito Radicale, fondato sull’azzeramento di ogni valore sull’altare della autodeterminazione individuale. La Lega, pronta a votare leggi anche molto restrittive per difendere i cittadini dalle violenze e dalla insicurezza, accetta una legge che amplia il fai-da-te alla stessa vita. La tattica dell’Associazione Luca Coscioni, che ha presentato il disegno di legge in Veneto, dopo averlo fatto in altre regioni, è nota ormai da molto tempo: vuole piantare delle bandierine sul terreno nemico da conquistare, anche in assenza di un intervento legislativo del Parlamento e sapendo di incorrere nei possibili ricorsi del Governo o nelle accuse di incostituzionalità, proprio per influire sulla legislazione parlamentare. Zaia e La Lega si è prestata a questo gioco noto a tutti.  

Leggendo i nomi dei votanti per il “sì” in Consiglio regionale, si rimane colpiti nel leggere solo nomi della Lega e del Partito democratico. Anche tra i “no” c’è qualche leghista, ma si tratta o di chi è già passato a Futuro Nazionale mentre la burocrazia lo elenca ancora sotto l’etichetta del vecchio partito, o di una minima opposizione interna senza voce in capitolo. Anche il giovane presidente Alberto Stefani ha deciso di votare con il Partito democratico e secondo criteri da partito Radicale. Troppo, agli occhi di qualsiasi leghista doc.

Si potrebbe pensare che si sia trattato di un fulmine a ciel sereno e ricordare che una rondine non fa primavera, ma così non è. In Lombardia il presidente Attilio Fontana, della Lega, ha permesso all’assessore alla sanità di praticare un suicidio assistito. Il 25 agosto scorso si è verificato in quella regione il primo caso di suicidio assistito gestito completamente dal Servizio Sanitario Nazionale. Tralasciamo altri casi incresciosi verificatisi sullo stesso fronte.

A Venezia si è consumato il suicidio simbolico della Lega, ma anche quello di Forza Italia. I consiglieri di questo partito hanno votato per il “si” o si sono astenuti. Del resto, è nota da tempo la posizione pilatesca di Forza Italia sulle grandi questioni di etica sociale: irremovibile sull’Unione Europea centralistica e armata, alquanto permissiva sulla vita e sulla morte e sulle altre questioni morali di frontiera. Pilatesca perché se la cava lasciando libertà di coscienza ai propri consiglierei e deputati, e così facendo attesta la incompetenza etica della politica, cosa grave perché a quel punto ad essa non rimane che ridursi a tecnica.

I consiglieri di Fratelli d’Italia hanno votato tutti per il “no”, ciononostante si è assistito a Venezia ad una profonda crisi di tutto il centro-destra. La spinta impressa da Marina Berlusconi a Forza Italia verso una visione liberal della politica, unita alla spinta impressa alla Lega da Zaia e Alberti rompe il quadro, anche semplicemente nominale, dei valori di riferimento del centro-destra e la cosa è destinata a ripetersi. Non si può dire se Fratelli d’Italia abbia la forza interna per governare una situazione così scompaginata.

Da queste vicende politiche emerge per noi la conferma di tenerci fermi sulla difesa dei “principi non negoziabili”, nell’ottica della Dottrina sociale della Chiesa, nonostante le numerose delusioni a cui si è sottoposti su questo fronte. Siamo consapevoli di non poter contare granché sulla Chiesa ufficiale, compresa quella del Veneto, oltre ad esprimere “rammarico” davanti ad un fallimento di queste proporzioni. Siamo pure consapevoli che anche tra i cattolici, i loro movimenti e le loro associazioni, ci sono visioni ampiamente diverse su questi problemi, e certo il quotidiano Avvenire non aiuta. In questa situazione confusa, altro non resta da fare che battere altre strade dal basso e mantenersi fedeli alle verità di sempre.

Stefano Fontana

(Immagine: SereMas79, CC BY-SA 4.0, Wikimedia Commons)

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