Il 22 luglio padre Paulo Ricardo, blogger brasiliano di successo con un canale YouTube che vanta due milioni e rotti di iscritti, ha pubblicato un breve video relativo al problema dell’ansia giovanile: La generazione ansiosa (https://www.youtube.com/watch?v=5OLxkppal-Y). L’intervento fa parte di un più ampio percorso, che però è erogato solo agli abbonati del canale.

Può essere utile riprenderne i contenuti, che si concentrano su tre questioni principali.

Anzitutto il padre Ricardo riporta gli interessanti dati raccolti dal governo brasiliano, utili a diagnosticare il grave stato degli adolescenti brasiliani, ormai strutturalmente affetti da stati emotivi negativi.

“A marzo di quest’anno [2026], l’IBGE [Instituto Brasileiro de Geografia e Estatística (Istituto Brasiliano di Geografia e Statistica)] ha divulgato la più grande ricerca mai realizzata sulla salute degli adolescenti brasiliani: la PeNSE, la Ricerca Nazionale sulla Salute Scolastica [Pesquisa Nacional de Saúde do Escolar (Indagine Nazionale sulla Salute degli Studenti)] (https://www.gov.br/mec/pt-br/programa-saude-na-escola/pesquisa-nacional-de-saude-do-estudante). È stata condotta nel 2024, ma pubblicata solo quest’anno, e i risultati sono allarmanti.

Perché? Perché ci dice che circa il 43,4% delle ragazze — ovvero quasi la metà delle giovani in Brasile — negli ultimi 12 mesi ha avuto il desiderio di farsi del male di proposito. Non solo: tre adolescenti su dieci dichiarano di essere tristi per la maggior parte del tempo, dato che sale a quattro su dieci tra le ragazze. Inoltre, il 18,5% afferma di ritenere che non valga la pena vivere: due adolescenti brasiliani su dieci pensano che la vita non abbia valore. C’è poi un dato che tocca direttamente da vicino ogni genitore: il 26% dei ragazzi sostiene che nessuno si preoccupa per loro.

“Se notate che a casa vostro figlio è triste, chiuso in se stesso o distante, sappiate che non si tratta di un problema isolato della vostra famiglia, ma di un’epidemia”.

Indagando le ragioni di questa piaga, sembra inevitabile ricondurle alla influenza degli strumenti digitali.

“Moltissimi adolescenti si sentono tristi e privi di una ragione per vivere. Se avete già sentito parlare della “generazione ansiosa” o avete letto le opere di Jonathan Haidt (https://www.rizzolilibri.it/libri/la-generazione-ansiosa/), saprete come egli analizzi l’impatto fortemente negativo dello smartphone sui giovani e come questo crei una generazione di persone ansiose. Sulla base di questi studi e dei dati emersi, in Brasile è stata persino approvata una legge”.

Ma ridurre il problema al contatto col digitale non basta, lo stesso blogger riconosce che esiste “un aspetto che esula dal telefono cellulare e che esiste da molto prima. Già all’inizio del XX secolo, lo psicologo cattolico Rudolf Allers aveva scritto un libro sull’educazione del carattere nell’adolescenza [L’adolescenza e l’educazione del carattere, SEI, 1963 – attualmente non più in commercio in Italia], mostrando come i ragazzi dell’epoca affrontassero problemi analoghi pur senza tecnologia”.

Sulla scorta degli scritti di Allers – che non mancano di continuità con le indagini di Forster, recentemente introdotte su questo canale (https://vanthuanobservatory.com/2026/07/13/scuola-si-comincia-dal-carattere-e-non-dalle-competenze-ma-cosa-e-il-carattere/) – padre Ricardo suggerisce di approfondire il parallelo tra bambini e adolescenti.

“Perché l’adolescente è ansioso? Si potrebbe dire che il mondo è pieno di pericoli, insicurezze e incertezze. Ma anche i bambini vivono nello stesso mondo e non mostrano lo stesso livello di ansia. Cosa cambia, quindi, dalla fanciullezza all’adolescenza?

Il bambino, se vive in un ambiente familiare sano, si sente sicuro perché confida nei genitori: sa che c’è qualcuno in grado di risolvere i problemi. L’adolescente, invece, comincia ad allontanarsi dai genitori per sviluppare la propria personalità — un passaggio fisiologico — e inizia a sentirsi insicuro. Questa insicurezza si manifesta come ansia, che è fondamentalmente una forma di paura verso il futuro.

Non avendo più la garanzia e la protezione dei genitori, il giovane diventa spesso aggressivo. L’aggressività è una maschera per nascondere la paura. Allers usa la metafora di chi attraversa un bosco al buio e inizia a fischiettare per mascherare il terrore a se stesso, fingendo che vada tutto bene. Il fischio dell’adolescente è il suo mostrarsi indipendente, autosufficiente e talvolta scontroso con i genitori”.

A dar credito alle tesi allersiane contribuiscono oggi gli studi scientifici di settore.

“La neuroscienza moderna conferma quanto Allers sosteneva più di un secolo fa. Nel libro Il cervello adolescente della neuroscienziata Frances Jensen [https://www.hoepli.it/libro/il-cervello-degli-adolescenti/9788804656371.html], si spiega come la risposta cerebrale dei ragazzi sia peculiare: l’ormone THP [tetraidroprogesterone], rilasciato durante lo stress, negli adulti si stabilizza rapidamente, mentre negli adolescenti prolunga lo stato di ansia. L’ansia genera ulteriore ansia, rendendoli estremamente vulnerabili”.

È solo in questo orizzonte più ampio che si comprende e si fonda più dettagliatamente la nefasta influenza delle tecnologie moderne.

“A questo quadro si aggiunge l’uso dello smartphone. Il ragazzo non si limita a “fischiettare nel bosco”, ma si confronta continuamente sui social con modelli idealizzati, dinamiche competitive, ricerca di approvazione tramite i “like”, paura del rifiuto e ipercritica”.

A questo punto il nostro autore si interroga circa le possibili soluzioni. Se il telefono risponde a uno stato d’ansia latente, il rimedio non potrà consistere nella semplice rimozione dello strumento.

“Come possiamo intervenire? Confiscare semplicemente il cellulare è raramente efficace: togliere il mezzo senza offrire un supporto lascia l’adolescente solo di fronte all’ansia, privo di accompagnamento. D’altra parte, lasciargli libero accesso al telefono significa lasciargli in mano una fonte costante di insicurezza che consuma il suo sonno e la sua salute mentale”.

Limitare lo strumento, questo sembra essere un intervento contenitivo più funzionale. Anche in tal caso la situazione brasiliana offre alcuni dati su cui riflettere.

“Nel 2025 in Brasile è stata approvata la Legge 15.100 [https://www2.camara.leg.br/legin/fed/lei/2025/lei-15100-13-janeiro-2025-796892-norma-pl.html], che limita l’uso dei telefoni cellulari nelle aule e durante le ricreazioni. I primi dati mostrano già riscontri positivi: otto studenti su dieci riferiscono di stare più attenti a lezione, le scuole registrano una riduzione del cyberbullismo e un miglioramento del rendimento scolastico. Inoltre, durante le pause, i ragazzi hanno ricominciato a interagire, giocare e parlare tra loro”.

D’altra parte, i buoni educatori sanno che non basta attuare interventi repressivi, ma bisogna individuare azioni propositive, che colmino il vuoto esistenziale e offrano “ai ragazzi una ragione vera per essere felici”. Qui padre Ricardo sceglie di collegarsi direttamente alla grande tradizione salesiana.

“Più di 150 anni fa, San Giovanni Bosco comprese questa necessità. Nel mese di ottobre del 1857, alla stazione di Carmagnola, incontrò un gruppo di ragazzi di strada guidati da un giovane di nome Michele Magone, il quale si definiva con arroganza “il generale della ricreazione” [Fonte: la Biografia di Michele Magone scritta dallo stesso santo educatore: https://www.sdb.org/it/Don_Bosco/Biografiche/Documenti/Michele_Magone_di_Don_Bosco%5D.

Don Bosco, dopo essersi informato sulla sua situazione — era un orfano di padre lasciato a se stesso per strada —, lo accolse nel suo oratorio. Nonostante il contesto gioioso dell’oratorio, Michele divenne improvvisamente triste e malinconico. Osservandolo, Don Bosco gli chiese il motivo di tale cambiamento. Il ragazzo rispose che vedere i suoi compagni pregare, accostarsi ai sacramenti ed essere sinceramente felici gli causava profonda tristezza, poiché sentiva che la sua vita non era in ordine.

Don Bosco lo guidò alla confessione e lo aiutò a ritrovare la vera gioia. Era la stessa risposta che diede a San Domenico Savio: “Sii allegro, perché ciò che rattrista non viene da Dio. La vera gioia nasce dallo stare in grazia di Dio”.

Ecco svelato il cuore del problema: un intervento spirituale che assicuri la pace interiore e tuteli lo stato di grazia. Questa è la base dell’educazione efficace e di un’adolescenza serena.

Anche qui ritroviamo l’eco delle intuizioni di Forster, il quale espressamente ci richiamava alla necessità della formazione religiosa quale fondamento saldo e imprescindibile per formare il carattere dei giovani (https://www.edizionisolfanelli.it/religioneeformazionedelcarattere.htm).

Su di essa poi andranno edificate anche le altre iniziative pedagogiche, tra le quali spiccano quelle in cui gli adulti educatori tornino a essere presenza costante, disponibile e robusta. “I nostri adolescenti hanno oggi un accesso illimitato al mondo virtuale, ma un accesso contingentato alle figure genitoriali e educative. È necessario invertire questo fattore, garantendo loro la presenza di adulti guida. Occorre riattivare la presenza educatrice, i gruppi giovanili e le comunità, guidati da adulti responsabili capaci di accompagnarli. L’adolescente cresce e si trasforma insieme ai suoi pari; non si salva da solo”.

Don Marco Begato

(Foto di Windah Limbai su Unsplash)

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