
Quando nel luglio 1968 Paolo VI promulgò l’enciclica Humanae Vitae, resistendo alle pressioni della maggioranza della sua stessa Commissione Pontificia, sembrò che la dottrina tradizionale della Chiesa sulla contraccezione fosse salva. Ma quella vittoria fu, come abbiamo già documentato, una vittoria di Pirro. Le fondamenta erano state minate. Il metodo era cambiato. I mediatori erano al loro posto. Bastava aggirare la fortezza, non espugnarla.
Cinquantasette anni dopo, il 25 novembre 2025, il Dicastero per la Dottrina della Fede pubblica “Una Caro”, una Nota dottrinale sul matrimonio che si presenta come “elogio della monogamia”. Il documento è lungo, denso di citazioni bibliche e patristiche, rispettoso nei toni. A prima vista sembra un testo di spiritualità coniugale, un invito poetico a riscoprire la bellezza dell’unione esclusiva tra uomo e donna.
Ma quando si conosce la storia che abbiamo ricostruito, quando si osserva chi ha prodotto questo documento e in quale contesto istituzionale è maturato, quando si analizza con attenzione il suo unico passaggio tecnicamente normativo, emerge una realtà inquietante: “Una Caro” non è una meditazione innocua sull’amore coniugale. È il completamento di un’operazione iniziata sessant’anni fa; è il ponte che mancava per neutralizzare definitivamente la Humanae Vitae senza mai contraddirla formalmente.
Il metodo che cambia tutto
Nel nostro studio sull’influenza delle fondazioni filantropiche sulla dottrina cattolica, abbiamo documentato come il cambiamento decisivo non sia avvenuto sui contenuti, ma sul metodo. Gabriel Le Bras, finanziato dalla Fondazione Rockefeller, aveva introdotto nella teologia cattolica il paradigma empirico-sociologico: non più leggere la realtà alla luce della dottrina, ma leggere la dottrina alla luce della realtà empiricamente osservata. L’inchiesta dei Crowley sui metodi naturali aveva applicato questo principio: se le coppie soffrono, la dottrina deve cambiare.
Era una rivoluzione copernicana. E quella rivoluzione metodologica, anche se Paolo VI resistette sulle conclusioni, era ormai penetrata nel modo stesso di ragionare sul matrimonio. Non a caso lo stesso Papa, nella Humanae Vitae, aveva già assorbito alcune premesse culturali del mondo che intendeva contestare: non criticò il mito neomalthusiano della sovrappopolazione, sostituì la fiducia nella Provvidenza con il calcolo della “paternità responsabile”, e soprattutto non ribadì con forza il primato del fine procreativo sul fine unitivo del matrimonio.
“Una Caro” porta questo processo alle sue logiche conseguenze. L’intero documento è costruito secondo il metodo induttivo post-conciliare: parte dall’esperienza delle coppie, privilegia il linguaggio affettivo-psicologico, subordina costantemente la dimensione ontologica del matrimonio a quella relazionale. La procreazione viene citata, certo, ma sempre come uno degli aspetti, mai come il fine primario che ordina tutto il resto.
Il paragrafo 79, citando Papa Francesco, è esplicito: «Non è bene confondere piani differenti: non si deve gettare sopra due persone limitate il tremendo peso di dover riprodurre in maniera perfetta l’unione che esiste tra Cristo e la sua Chiesa». Questa frase, apparentemente pastorale e comprensiva, in realtà opera uno spostamento decisivo. Dice che non dobbiamo chiedere troppo alle coppie concrete; che la dottrina non può essere un “peso”; in definitiva, che bisogna leggere la norma alla luce della situazione, non la situazione alla luce della norma.
Il paragrafo 145: anatomia di un sofisma
Ma il cuore dell’operazione si trova al paragrafo 145. È l’unico passaggio del documento che entra nel merito normativo, e lo fa con una precisione chirurgica. Vale la pena leggerlo per intero:
«L’unione sessuale, come espressione della carità coniugale, deve naturalmente rimanere aperta alla comunicazione della vita, anche se ciò non significa che questa debba essere una finalità esplicita di ogni atto sessuale. Possono infatti verificarsi tre situazioni legittime:
a) Che una coppia non possa avere figli. Karol Wojtyła lo spiega magnificamente quando ricorda che il matrimonio ha “una struttura interpersonale, è un’unione e una comunità di due persone […]. Per molte ragioni, il matrimonio può non diventare una famiglia, ma la mancanza di questa non lo priva del suo carattere essenziale”.
b) Che una coppia non ricerchi consapevolmente un certo atto sessuale come mezzo di procreazione. Lo afferma anche Wojtyła, sostenendo che un atto coniugale, “essendo in sé un atto d’amore che unisce due persone, non può necessariamente essere considerato da loro come un mezzo di procreazione consapevole e desiderato”».
Letto velocemente, il paragrafo sembra ortodosso. La Chiesa ha sempre riconosciuto che i matrimoni sterili sono veri matrimoni, e nessuno ha mai preteso che gli sposi formulassero un’intenzione procreativa esplicita prima di ogni amplesso. Ma come ha brillantemente dimostrato Chris Jackson nella sua critica[1], qui sta avvenendo qualcosa di molto più sottile.
La frase chiave è questa: «L’unione sessuale deve naturalmente rimanere aperta alla comunicazione della vita, anche se ciò non significa che questa debba essere una finalità esplicita di ogni atto sessuale». Questa formulazione opera uno spostamento decisivo. Non chiede più: questo atto concreto rispetta la struttura procreativa voluta da Dio? Chiede invece: questa relazione di coppia, considerata nel suo complesso, può essere descritta come “aperta alla vita”?
È il passaggio dalla valutazione oggettiva dell’atto alla valutazione soggettiva della relazione. È il passaggio dalla morale degli atti alla morale delle intenzioni generali. E questo passaggio, una volta compiuto, rende la Humanae Vitae tecnicamente irrilevante, anche se formalmente mai contraddetta.
La condanna della contraccezione nella Humanae Vitae si basava su un principio ontologico: l’atto coniugale ha una struttura data da Dio, che l’uomo non può deliberatamente frustrare. Come scriveva Paolo VI, «per la sua intima struttura, l’atto coniugale, mentre unisce profondamente gli sposi, li rende atti alla generazione di nuove vite». La struttura è nell’atto stesso, non nell’atteggiamento generale degli sposi. Per questo la contraccezione è sempre illecita: perché sterilizza l’atto concreto, qualunque sia l’apertura teorica della coppia alla vita.
“Una Caro” conserva il vocabolario dell'”apertura alla vita”, ma ne cambia il referente: non più l’atto concreto, ma la relazione complessiva; non più la struttura oggettiva, ma l’atteggiamento soggettivo. E quando il testo cita Wojtyła per sostenere che un atto coniugale “non può necessariamente essere considerato come un mezzo di procreazione consapevole e desiderato”, sta operando una manipolazione sottile ma devastante.
La manipolazione di Wojtyła
Wojtyła aveva ragione quando affermava che i matrimoni sterili sono veri matrimoni e di nuovo quando diceva che gli sposi non devono formulare un’intenzione procreativa esplicita prima di ogni amplesso. Ma nel contesto originale, Wojtyła stava semplicemente ricordando verità cattoliche elementari: la sterilità non voluta non invalida il matrimonio, e l’intenzione richiesta per un atto lecito non è l’intenzione esplicita attuale ma l’intenzione virtuale o abituale di rispettare il significato dell’atto.
“Una Caro” cita Wojtyła su un punto (i matrimoni sterili sono validi) per giustificare qualcosa di completamente diverso (gli atti intenzionalmente sterilizzati possono essere leciti). È un classico non sequitur. Dal fatto che un matrimonio sterile per cause naturali sia valido, non segue affatto che sia lecito sterilizzare intenzionalmente un atto fertile.
Jackson lo spiega con precisione: «Wojtyła: matrimonio sterile ≠ matrimonio reso sterile. “Una Caro”: cita Wojtyła su (1) per giustificare (2). Ma (1) e (2) sono categorie moralmente distinte». La distinzione è cruciale. Una cosa è accettare una sterilità che non dipende dalla volontà umana. Un’altra cosa è causare intenzionalmente quella sterilità. La prima è lecita, anzi può essere occasione di santificazione, mentre la seconda è sempre stata considerata dalla Chiesa un grave disordine morale.
Ma se l’apertura alla vita non è più nell’atto concreto ma nell’atteggiamento generale, questa distinzione svanisce. Se ciò che conta è che la coppia sia “aperta alla vita” in senso lato, allora può anche chiudere singoli atti alla vita, purché l’orizzonte complessivo rimanga positivo. Esattamente ciò che i teologi progressisti della Commissione Pontificia del 1966 volevano sostenere, e che Paolo VI coraggiosamente respinse.
La rete che attendeva questo documento
Ma perché è così importante questo passaggio? Perché esiste una rete di teologi e istituzioni che da anni lavora esattamente in questa direzione, e che attendeva solo un testo magisteriale su cui appoggiarsi.
Nel 2016, Papa Francesco riscrisse gli statuti della Pontificia Accademia per la Vita, sciolse i membri nominati da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, e la ricostruì con nuovi criteri. Sparì il requisito del giuramento pro-vita. Entrarono teologi noti per le loro posizioni critiche verso la dottrina tradizionale sulla vita e sulla sessualità. Nel 2025, Papa Leone XIV ha promosso Renzo Pegoraro, cancelliere di lunga data dell’Accademia, a presidente. Pegoraro ha supervisionato la trasformazione dell’Accademia da baluardo pro-vita a laboratorio di “nuovo paradigma” morale.
Tra i protagonisti di questo progetto c’è don Maurizio Chiodi, moralista che nel 2017, in una conferenza pubblica alla Pontificia Accademia per la Vita, sostenne che in alcune situazioni l’uso della contraccezione artificiale “potrebbe essere riconosciuto come un atto di responsabilità”. Non un male minore da tollerare, ma un atto responsabile. Non un peccato grave da confessare, ma una scelta saggia da approvare.
Chiodi ha ripetuto più volte che la Humanae Vitae non è dottrina infallibile ma riformabile, e che l’elenco degli “atti intrinsecamente malvagi” della Veritatis Splendor deve essere rivisitato alla luce delle situazioni concrete. Nel 2022, la Pontificia Accademia per la Vita ha pubblicato “Etica Teologica della Vita”, un volume di cinquecento pagine prodotto sotto la direzione dell’allora presidente Vincenzo Paglia, con contributi di Chiodi e altri, che flirta apertamente con l’idea che, in determinate circostanze, i coniugi possano “con una scelta saggia” ricorrere ai contraccettivi.
Non si tratta di voci isolate o di opinioni private. Si tratta di un progetto coordinato, istituzionale, che ha occupato gli organi ufficiali della Chiesa deputati all’elaborazione della bioetica e della teologia morale. Progetto che attendeva solo un documento magisteriale che fornisse il testo-ponte necessario.
“Una Caro” è quel testo-ponte. Jackson lo ha visto con chiarezza: «Chiodi e i suoi colleghi hanno già fornito la teoria: la contraccezione è talvolta la scelta responsabile. Il volume della PAV ha già fornito il linguaggio pastorale: il ricorso “sapiente” ai contraccettivi in situazioni difficili. “Una Caro” fornisce ora il tessuto connettivo magistrale: una citazione di Wojtyła che sposta l'”apertura alla vita” dalla struttura di ogni atto all’orizzonte vago della vocazione della coppia».
Una volta che questa sentenza sarà stata promulgata, continua Jackson, i dissidenti non avranno più bisogno di una rivoluzione. Avranno solo bisogno di una nota a piè di pagina. Ecco una possibile frase esemplare: «Seguendo l’insegnamento di “Una Caro” sulla carità coniugale, riconosciamo che l’atto coniugale è prima di tutto un dono personale d’amore; l’apertura alla vita è richiesta al matrimonio in quanto tale, ma non necessariamente a ogni singolo atto, soprattutto in situazioni complesse».
Il precedente della Commissione Pontificia: stessa strategia, cinquant’anni dopo
Chi conosce la storia della Commissione Pontificia sulla popolazione, famiglia e natalità non può non riconoscere in tutto questo un déjà vu inquietante. Abbiamo documentato nel nostro studio come quella Commissione fosse attraversata da conflitti di interesse, omissioni strategiche e manipolazioni deliberate.
André Hellegers, il principale esperto medico della Commissione, era “buon amico” di Alan Guttmacher, presidente della Planned Parenthood, e collaborava attivamente con lui per introdurre la sterilizzazione negli ospedali cattolici usando eufemismi linguistici. Quando venne il momento di informare la Commissione sui dati scientifici dell’OMS che mostravano il possibile effetto abortivo precoce della pillola, Hellegers minimizzò e glissò. L’ignoranza scientifica non era un limite, era uno strumento strategico.
L’inchiesta dei Crowley sui metodi naturali si basava sul metodo Ogino-Knaus, tecnologia degli anni Trenta scientificamente obsoleta, ignorando deliberatamente gli studi contemporanei di John Marshall che dimostravano l’efficacia dei metodi moderni. Ma quell’inchiesta serviva a creare un falso dilemma: o la pillola efficace o i metodi naturali fallimentari. Tertium non datur.
La maggioranza della Commissione procedeva non sulla base della scienza disponibile, ma sulla speranza che la scienza futura avrebbe smentito i dati presenti. Come scrisse esplicitamente Germain Grisez nel documento per la minoranza: «Senza dubbio il riferimento a questa tecnica è stato omesso perché alcuni membri della maggioranza sperano che questi metodi saranno dimostrati non essere abortivi».
Oggi la situazione è strutturalmente identica. Una rete di teologi occupano posizioni chiave negli organismi vaticani. Hanno già elaborato la teoria che vogliono far passare. Aspettano solo il documento magisteriale che fornisca la copertura formale. E quando quel documento arriva, lo useranno non per ciò che dice esplicitamente, ma per ciò che permette di dire.
La differenza è che nel 1968 Paolo VI resistette. Nel 2025 non c’è più resistenza. Il documento viene prodotto dallo stesso Dicastero che dovrebbe difendere la dottrina, sotto la supervisione di un Prefetto, il cardinale Víctor Manuel Fernández, noto per i suoi tentativi di ammorbidire la nozione di “atti intrinsecamente malvagi” e per il suo ruolo nell’elaborazione della soluzione del “foro interno” in Amoris Laetitia.
L’eredità di Suenens: da “Casti Connubii” alla conferenza pro-aborto
Nel nostro studio abbiamo analizzato il caso del cardinale Léon-Joseph Suenens come paradigma del cambiamento delle élite ecclesiastiche. Nel 1960, Suenens pubblicava “Amore e controllo delle nascite”, difendendo rigorosamente la dottrina tradizionale. Otto anni dopo, il 10 maggio 1968, sponsorizzava presso l’Università Cattolica di Lovanio il decimo Colloquio internazionale di sessuologia, dove la maggioranza degli interventi si espresse favorevolmente sull’ammissibilità morale dell’aborto. Il servizio di traduzione fu pagato dalla dottoressa Mary Calderone, direttore medico della Planned Parenthood.
Il cerchio si era chiuso: un’università cattolica, un cardinale-sponsor, un finanziamento dall’organizzazione abortista più potente d’America, una maggioranza pro-aborto. Tutto sotto l’egida di un’istituzione che portava il nome di Suenens stesso.
Cosa era accaduto in quegli otto anni? Come si spiega l’inversione radicale di un principe della Chiesa? La risposta è quella che abbiamo documentato: non serviva convertire la massa dei fedeli. Bastava convertire chi aveva autorità dottrinale e istituzionale. Un cardinale che nel 1960 difendeva l’ortodossia e nel 1968 ospitava convegni pro-aborto valeva più di mille campagne mediatiche. Era la legittimazione dall’interno, il tradimento della cittadella da parte di chi ne custodiva le chiavi.
Oggi assistiamo allo stesso fenomeno. La Pontificia Accademia per la Vita, istituita da Giovanni Paolo II per difendere la vita nascente, è diventata sotto Francesco e ora sotto Leone XIV un laboratorio per “ripensare” la dottrina sulla contraccezione. Il Dicastero per la Dottrina della Fede, un tempo Sant’Uffizio custode dell’ortodossia, produce documenti che forniscono ai progressisti esattamente il materiale di cui hanno bisogno.
L’avvertimento inascoltato di Lefebvre
Durante il Concilio Vaticano II, quando si discuteva il testo che sarebbe diventato Gaudium et Spes, il cardinale Suenens insistette perché si abbandonasse il linguaggio tradizionale di un fine primario (procreazione) e fini secondari (aiuto reciproco, rimedio alla concupiscenza) del matrimonio. Il cardinale Michael Browne, Maestro generale dei domenicani, si alzò e gridò: «Caveatis! Caveatis! Attenzione! Attenzione!», avvertendo che equiparare i fini «perverte il significato del matrimonio» e sovverte la dottrina costante della Chiesa.
Nonostante l’intervento di Browne, Gaudium et Spes si concluse con una formulazione ambigua. Il testo latino consente una lettura in cui la procreazione “non è messa in secondo piano”, il che in pratica significa che tutti gli scopi sono trattati allo stesso modo. E da quella breccia è passato tutto il resto.
Jackson lo nota con lucidità: «L’avvertimento ricordato da mons. Lefebvre, che riecheggia nei decenni – “Attenzione! Attenzione! Se accettiamo questa definizione, andiamo contro tutta la tradizione della Chiesa e pervertiamo il significato del matrimonio” – si sta semplicemente avverando sotto i nostri occhi. Il Concilio ha seminato l’ambiguità appiattendo la gerarchia dei fini. I moralisti postconciliari l’hanno raccolta, avvolta in un linguaggio denso di gioia e discernimento, e ora i manipolatori la servono in una salsa al sapore di Wojtyła».
“Una Caro” è la versione raffinata e postconciliare di quel cambiamento conciliare. Riconosce formalmente la fecondità, poi spende le sue energie descrivendo il matrimonio come “unione e comunità di due persone”, con “carità coniugale” e “unione sessuale” intese principalmente come espressione interpersonale. Il paragrafo 145 con la citazione di Wojtyła diventa la pietra dall’aspetto decoroso su cui si sta in piedi mentre si scavalcano Casti Connubii e Humanae Vitae.
Il metodo del cavallo di Troia
La metafora di Jackson è perfetta: “Una Caro” è un cavallo di Troia. Non un attacco frontale alla dottrina cattolica, ma un’operazione mascherata. Il documento cita copiosamente la Scrittura, i Padri, Giovanni Paolo II. Usa il linguaggio della tradizione. Riconosce formalmente l’indissolubilità e l’apertura alla vita. Ma sotto quella patina introduce i principi di cui i teologi progressisti hanno bisogno per neutralizzare la Humanae Vitae.
“Una Caro” non dice che la contraccezione è lecita. Dice che l’apertura alla vita non deve essere “finalità esplicita di ogni atto”. Non dice che la Humanae Vitae sbagliava. Dice che non dobbiamo mettere sulle coppie il “tremendo peso” di riprodurre perfettamente l’unione tra Cristo e la Chiesa. Non nega i principi. Li relativizza attraverso la pastorale.
Le conseguenze inevitabili
Una volta che il baricentro è stato spostato dalla natura oggettiva dell’atto alla narrazione soggettiva della relazione, le conseguenze sono inevitabili. E Jackson le vede con chiarezza profetica.
Prima conseguenza: la condanna della contraccezione diventerà un “ideale alto” piuttosto che un precetto negativo vincolante. I teologi diranno: certo, l’apertura alla vita è bellissima, ma ci sono situazioni complesse dove una coppia, con saggia ponderazione, può ricorrere ai contraccettivi senza violare la sostanza dell’amore coniugale.
Seconda conseguenza: si proclamerà che la dottrina non è cambiata, che abbiamo semplicemente “approfondito” la nostra comprensione. Esattamente come è avvenuto con Amoris Laetitia sulla comunione ai divorziati risposati: formalmente nessun cambio dottrinale, praticamente totale sovversione della prassi.
Terza conseguenza: la stessa logica che attenua la contraccezione minerà l’insegnamento sull’omosessualità. Se il peso morale degli atti sessuali risiede principalmente nella loro capacità di esprimere “amore”, e se l’apertura alla vita non è più legata alla struttura dell’atto ma a un atteggiamento generale di generosità, cosa impedisce di sostenere che due persone dello stesso sesso possano vivere una “carità coniugale” di reciproco dono?
Jackson lo esplicita senza mezzi termini: «Documenti come Fiducia Supplicans hanno già giocato su questo terreno benedicendo le coppie omosessuali. La nuova teologia morale dell’Accademia fornisce una giustificazione più profonda: l’attenzione è rivolta alla storia interpersonale, alla “gioia di vivere”, al discernimento della coscienza, non alla specie morale oggettiva degli atti. Una volta abbandonato l’insegnamento di Casti Connubii secondo cui ci sono atti che, per loro natura, costituiscono gravi violazioni della legge del Creatore, il resto si disfa rapidamente».
Il tradimento della cittadella
Nel nostro studio sulla Humanae Vitae abbiamo concluso che la battaglia fu vinta ma la guerra era già persa, persa molto prima che l’enciclica venisse scritta. Le fondamenta erano state minate. Il mito neomalthusiano era stato accettato. La gerarchia dei fini del matrimonio era stata sfumata. Il paradigma empirico-sociologico era diventato dominante. Le reti di influenza erano consolidate.
L’enciclica resse l’assalto frontale, ma il territorio circostante era già occupato. Non serviva espugnare la fortezza se si poteva semplicemente aggirarla. E infatti, nei decenni successivi, la Humanae Vitae fu progressivamente marginalizzata, reinterpretata, applicata con “misericordia pastorale” fino a renderla irrilevante nella pratica.
Ma almeno l’enciclica rimaneva lì, monumento di resistenza, punto di riferimento per chi voleva difendere la dottrina tradizionale. Adesso, con “Una Caro”, quel monumento viene scalzato dalle fondamenta. Non con un attacco frontale, che sarebbe troppo evidente e susciterebbe resistenze. Ma con un’operazione sottile: citare Wojtyła per sovvertirlo, usare il linguaggio della tradizione per veicolare la logica della rivoluzione, affermare i principi in teoria per negarli in pratica.
È il tradimento della cittadella da parte di chi ne custodisce le chiavi. Come Suenens, che nel 1960 difendeva la Casti Connubii e nel 1968 ospitava convegni pro-aborto. Come Hellegers, esperto cattolico della Commissione Pontificia e “buon amico” del presidente di Planned Parenthood. Come le élite ecclesiastiche del nostro tempo, che occupano gli organismi vaticani deputati alla difesa della vita e della famiglia e li trasformano in laboratori di “nuovo paradigma”.
Vedere con chiarezza, parlare con franchezza
Chesterton scrisse che la Chiesa doveva essere una “domatrice di leoni”, perché ciò che guidava non era “un gregge di pecore ma una mandria di tori e tigri, di ideali terribili e dottrine divoratrici, ciascuno dei quali abbastanza forte da trasformarsi in una falsa religione e devastare il mondo”. L’ortodossia non è oppressione, è salvezza. Lasciare le redini sciolte significa lasciarsi trasportare dai tori e dalle tigri dove vogliono loro.
Questa metafora descrive perfettamente quello che è successo. Tutto è cambiato quando si è pensato che l’intimità sessuale potesse essere completamente separata dalla sua naturale conseguenza: la possibilità di dare la vita. Questa non è stata solo una rivoluzione medica, ma un terremoto culturale. E come ha osservato la filosofa Elizabeth Anscombe nel suo saggio in difesa della Humanae Vitae: «La Cristianità ha insegnato agli uomini ad essere casti come i pagani pensavano dovessero esserlo le donne oneste; la moralità contraccettiva insegna che le donne devono essere così poco caste come i pagani pensavano dovessero esserlo gli uomini».
“Una Caro” non dice questo esplicitamente. Ma fornisce i principi metodologici che permetteranno di arrivarci. Sposta il centro di gravità della morale sessuale dalla natura oggettiva degli atti all’esperienza soggettiva delle persone. Sostituisce la domanda “questo atto è conforme alla legge di Dio?” con la domanda “questa relazione esprime amore autentico?”. E una volta compiuto questo spostamento, non c’è più argine che tenga.
Il nostro compito, come scrive Jackson concludendo la sua analisi, è vedere con chiarezza e parlare con franchezza. Non si ferma una rivoluzione fingendo che i documenti siano migliori di quanto non sono. La si ferma vedendo cosa sono realmente, chiamandoli per nome, rifiutando di lasciare che citazioni di Wojtyła accuratamente selezionate vengano usate per bruciare ciò che Pio XI e i suoi predecessori hanno costruito.
“Una Caro” non è una meditazione innocua sull’amore coniugale. È un ponte attentamente costruito tra il linguaggio della Chiesa e la rivoluzione morale che monsignor Lefebvre vide germogliare durante il Concilio. È il completamento di un progetto iniziato sessant’anni fa con la Commissione Pontificia sulla popolazione. È il cavallo di Troia che, avvolto nel vocabolario di Wojtyła e nelle citazioni bibliche, porta dentro di sé gli strumenti per neutralizzare definitivamente la Humanae Vitae.
La strategia documentata nel nostro studio storico – dalle fondazioni filantropiche degli anni Venti, attraverso la sociologia empirica francese degli anni Trenta, fino alla Commissione Pontificia degli anni Sessanta – si sta completando oggi, sotto i nostri occhi. È la stessa strategia: cambiare il metodo per cambiare le conclusioni, convertire le élite invece delle masse, aggirare la fortezza invece di espugnarla, usare il linguaggio della tradizione per veicolare la logica della rivoluzione.
E come scriveva Chesterton, «nel momento in cui il sesso cessa di servire, diventa un tiranno», un leone ruggente e feroce che devasta il mondo, divorando le anime. “Una Caro” apre le gabbie di quel leone. Dietro le belle parole sulla carità coniugale, dietro le citazioni di Wojtyła e le riflessioni poetiche sull’amore esclusivo, c’è un’operazione precisa, coordinata, istituzionale. Ed è nostro dovere dirlo.
Andrea Mondinelli
(Foto di Hannah Busing su Unsplash)
[1] https://www.aldomariavalli.it/2025/11/27/una-caro-dietro-le-belle-parole-ecco-il-cavallo-di-troia-della-nuova-morale-sessuale/ Pubblicata su Duc in altum di Aldo Maria Valli
