
“Egli vedrà, come Tolstoj, tutti gli uomini come un unico ammasso. […] Amerà l’umanità, ma odierà gli uomini“[1]
Quando Papa Paolo VI promulgò l’enciclica Humanae Vitae nel luglio 1968, il teologo morale Bernard Häring la definì un “terremoto” senza precedenti nella storia della Chiesa[2]. Ma quel terremoto non fu un evento improvviso, fu piuttosto il culmine di cinquant’anni di pressioni, manovre strategiche e infiltrazioni silenziose. Per comprendere davvero cosa accadde in quegli anni cruciali, occorre guardare oltre le aule vaticane e i dibattiti teologici, occorre seguire il denaro, le reti di potere e i metodi sofisticati che le grandi fondazioni filantropiche americane avevano perfezionato nel corso di mezzo secolo.
Questa non è la storia di una semplice controversia teologica sulla contraccezione, è la storia di come un potere transnazionale riuscì a penetrare nelle strutture decisionali della Chiesa cattolica usando strumenti che andavano ben oltre la forza economica. Lo storico francese Ludovic Tournès ha chiamato questo metodo “diplomazia filantropica”[3]. Non si trattava di imporre modelli dall’esterno, ma di agire come “attori in situazione”, inserendosi nei processi locali per catalizzare il cambiamento dall’interno. Le fondazioni Rockefeller e Ford non compravano semplicemente alleati. Creavano ecosistemi culturali, promuovevano paradigmi metodologici, individuavano leader locali che potessero fare da ponte e nell’arco di mezzo secolo, questo metodo trasformò il modo stesso in cui la Chiesa affrontava le questioni morali.
Il prototipo belga e la nascita del metodo
La strategia prese forma nel caos del primo dopoguerra europeo. Nel 1919, quando i cannoni tacquero finalmente, Herbert Hoover si trovò a gestire un problema delicato: la Commission for Relief in Belgium, che aveva salvato milioni di belgi dalla fame durante l’occupazione tedesca, aveva accumulato fondi residui considerevoli, circa 150 milioni di franchi belgi equivalenti oggi a circa 180 milioni di euro[4]. Hoover, futuro presidente degli Stati Uniti, non voleva semplicemente restituire quel denaro, voleva investirlo e lo fece attraverso un banchiere belga di fiducia: Émile Francqui.
Francqui era un liberale con simpatie spiccate per la Massoneria, aperto alle idee americane, e anti clericale. Quando propose di usare quei fondi per creare la Fondation Universitaire e finanziare direttamente le università belghe, incontrò una resistenza prevedibile. Il rettore dell’Université Catholique de Louvain, Monsignor Paulin Ladeuze, fiutò il pericolo. Denaro protestante? Influenza americana? Per lui era “contaminazione ideologica” bella e buona[5].
Francqui, però, sapeva come aggirare l’ostacolo: presentò i fondi come un “dono principesco” dell’America riconoscente al Belgio martoriato, un gesto di generosità disinteressata. L’università cattolica non poté rifiutare. Lo stratagemma contabile funzionò perfettamente, l’operazione può essere definita come uno “scacco matto tramite filantropia”.
Questo episodio belga rivela il cuore della strategia: non attacco frontale, non imposizione ideologica diretta, ma leva finanziaria esercitata attraverso mediatori locali credibili. Superare le resistenze culturali non negandole, ma aggirandole; trasformare la dipendenza economica in opportunità di influenza: era nato il metodo che sarebbe stato replicato per decenni.
La Francia e il paradigma della ricerca empirica
Negli stessi anni, in Francia, la Fondazione Rockefeller stava conducendo un esperimento ancora più ambizioso. I suoi investimenti nelle scienze sociali francesi raggiunsero cifre astronomiche, pari o addirittura superiori a quelle dell’intero sistema pubblico nazionale[6]. Non era beneficenza, ma la costruzione di un’egemonia culturale.
In un ruolo non marginale di questa operazione c’era Gabriel Le Bras, giurista e sociologo. I suoi lavori pionieristici sulla sociologia religiosa furono interamente finanziati dal Consiglio Universitario della Ricerca Sociale (CURS), finanziato dalla Rockefeller[7]. Le Bras rappresentava qualcosa di nuovo e potenzialmente rivoluzionario per il mondo cattolico: l’applicazione del metodo scientifico empirico ai fenomeni religiosi. Non più speculazione filosofica, non più deduzione da principi astratti, ma inchieste sul campo, statistiche, dati quantitativi[8].
Il suo approccio produsse una diagnosi spietata: la Francia si stava rapidamente scristianizzando. Le cifre parlavano chiaro: le chiese si svuotavano, la pratica sacramentale crollava. Era una lettura della realtà che metteva in crisi le certezze tradizionali e quella crisi, accuratamente documentata e scientificamente presentata, avrebbe influenzato profondamente il Concilio Vaticano II. La Costituzione Pastorale Gaudium et Spes, con il suo metodo di analisi dei “segni dei tempi”, portava l’impronta di quel paradigma empirico[9].
Il cambio era sottile ma decisivo: prima la Chiesa leggeva la realtà alla luce della dottrina, mentre ora cominciava a leggere la dottrina alla luce della realtà empiricamente osservata. Le Bras non aveva attaccato il magistero, ma aveva semplicemente cambiato il metodo e cambiando il metodo, aveva aperto la porta a conclusioni diverse.
L’America e il volto rispettabile della rivoluzione
Mentre la Francia forniva il paradigma metodologico, l’America preparava la rivoluzione tecnologica. Margaret Sanger, instancabile paladina del controllo delle nascite, aveva un problema: la contraccezione era ancora associata nell’immaginario pubblico al femminismo radicale, alla liberazione sessuale, alla sovversione dei valori familiari. Per renderla accettabile al mondo cattolico, serviva un volto diverso, qualcuno che parlasse il linguaggio della responsabilità coniugale, della pianificazione familiare, del bene della famiglia stessa. Lo trovò in John Rock, ginecologo cattolico praticante, professore a Harvard, rispettato dalla comunità medica[10]. Rock sviluppò la pillola anticoncezionale ma la presentò con un linguaggio accuratamente calibrato. Non “liberazione della donna”, ma “metodo naturale” per regolare la fertilità; non sovversione del matrimonio, ma rafforzamento della relazione coniugale; non ribellione alla natura, ma collaborazione intelligente con i ritmi biologici.
Era una narrazione studiata a tavolino. E funzionò: Rock divenne il cavallo di Troia perfetto. Un cattolico rispettabile che sosteneva una rivoluzione radicale usando il linguaggio della tradizione. La Sanger aveva capito un principio fondamentale: per cambiare la sostanza, bisogna prima controllare il linguaggio.
L’infiltrazione nell’élite cattolica americana
Questi tre filoni – il metodo belga, il paradigma francese, la narrazione americana – convergevano verso un obiettivo preciso negli anni Sessanta. E trovarono il loro punto di sintesi in una figura chiave: padre Theodore Hesburgh, presidente dell’Università di Notre Dame[11]. Hesburgh incarnava perfettamente il tipo di leader che le fondazioni cercavano. Cattolico devoto ma intellettualmente aperto. Rispettato nell’establishment ecclesiastico ma affascinato dal progresso moderno. Influente ma disponibile al dialogo.
Il rapporto più stretto di Hesburgh fu con Papa Paolo VI. La loro amicizia sbocciò prima dell’elezione di Montini al soglio pontificio, quando era arcivescovo di Milano[12]. Hesburgh lo invitò a Notre Dame nel 1960. Durante quella visita, l’allora cardinale Montini tenne il sermone di baccellierato, mentre il presidente degli Stati Uniti Dwight D. Eisenhower tenne il discorso di inizio anno[13].
Questa amicizia si approfondì nel corso degli anni. Papa Paolo VI e padre Hesburgh trascorsero molte serate a cena guardando film sullo spazio[14]. Il pontefice nominò Hesburgh capo dei rappresentanti del Vaticano per il ventesimo anniversario della dichiarazione dei diritti umani delle Nazioni Unite a Teheran, in Iran[15]. Inoltre, su richiesta di Paolo VI, Hesburgh organizzò la costruzione dell’Istituto Ecumenico di Tantur a Gerusalemme nel 1972, un centro per promuovere il dialogo tra teologi cristiani.
Quando nel 1963 Hesburgh fu nominato nel consiglio della Fondazione Rockefeller, si creò un canale istituzionale di altissimo livello tra il mondo filantropico e quello cattolico[16]. La conseguenza fu immediata. Notre Dame divenne il centro di una serie di conferenze sul “problema della popolazione”, tutte finanziate da Ford e Rockefeller. L’anno stesso della nomina di Hesburgh, Notre Dame ricevette 650.000 dollari. L’anno successivo, Hesburgh entrò nel comitato esecutivo della Rockefeller[17]. Il quid pro quo era trasparente per chi volesse vedere. L’università cattolica più prestigiosa d’America si trasformava in un “forum liberale per creare una voce di opposizione all’interno della Chiesa cattolica sulla questione della pianificazione familiare “[18].
Ma Hesburgh non agiva da solo. Come ci ricorda Wilson D. Miscamble nella sua biografia, il primo giorno di Theodore Hesburgh come presidente dell’Università di Notre Dame (1952) non iniziò tra le mura silenziose di un ufficio, ma sul palco, di fronte a un movimento che avrebbe definito un’intera epoca del cattolicesimo americano. Quell’atto inaugurale, un discorso improvvisato, fu più di un semplice impegno: fu il presagio di una delle alleanze più significative e durature della sua vita, quella con i coniugi Pat e Patty Crowley.
Al timone di quel movimento, il Christian Family Movement (CFM), c’erano proprio i Crowley, una coppia carismatica di Chicago che era un vero faro per il laicato cattolico americano del dopoguerra. Non erano solo collaboratori, ma divennero per Hesburgh amici intimi, quasi una famiglia. Il loro legame non era solo un’alleanza strategica tra un influente presidente universitario e i leader di un movimento laicale; era una profonda sintonia di menti e di spiriti.
Insieme, condividevano la visione di una Chiesa moderna, vibrante e aperta al mondo, in cui i laici non fossero semplici spettatori ma protagonisti attivi della fede. Questa visione comune li rese alleati naturali durante i turbolenti anni del Concilio Vaticano II e le sue conseguenze. Quando la Chiesa si interrogò sulla delicata questione del controllo delle nascite, i Crowley furono in prima linea, partecipando alla commissione pontificia. Hesburgh, dal canto suo, seguì i loro sforzi con speranza e trepidazione, convinto, come loro, che un cambiamento fosse imminente. Ma la testimonianza più toccante della profondità di questo legame è forse la più intima. Parlando delle persone che avevano segnato la sua vita, Padre Hesburgh riservò a Pat Crowley un onore concesso a pochissimi: lo incluse in quella ristretta cerchia di anime che, a suo avviso, “potevano essere classificate come santi”. Un tributo straordinario, che poneva il suo amico laico sullo stesso piano di giganti del pensiero come Jacques Maritain, giganti in realtà molto problematici.
Il rapporto con i Crowley fu, per Hesburgh, molto più di una semplice amicizia. Fu la prova vivente della sua visione: un prete e dei laici che lavoravano fianco a fianco per plasmare il volto stesso del cattolicesimo americano. E questa amicizia avrebbe avuto conseguenze decisive. I Crowley potevano portare qualcosa che nessun esperto o teologo poteva offrire: la testimonianza diretta delle coppie cattoliche, la “voce del popolo di Dio”. Quando si trattò di nominare membri laici per la Commissione Pontificia sulla contraccezione, Hesburgh sapeva esattamente chi raccomandare.
E c’erano figure ancora più inquietanti. Robert J. Drinan, gesuita, preside del Boston College Law School, era tra i candidati liberali per la Commissione Pontificia. La sua parabola successiva avrebbe rivelato dove portava quella strada. Anni dopo, eletto al Congresso, Drinan avrebbe difeso la legalizzazione dell’aborto a nascita parziale, quella procedura orrenda in cui il feto viene estratto parzialmente prima di essere ucciso mediante perforazione del cranio[19]. Non era compromesso, ma la capitolazione etica completa.
Il caso Suenens: anatomia di una conversione strategica
Tra le figure chiave di questa trasformazione, il cardinale Léon-Joseph Suenens rappresenta un caso di studio paradigmatico. La sua parabola intellettuale rivela come il cambiamento non avvenisse per imposizione esterna, ma attraverso la conversione delle élite interne alla Chiesa.
Nel 1960, Suenens pubblicò “Amore e controllo delle nascite” (Edizioni Paoline), un testo che difendeva rigorosamente la dottrina tradizionale della Chiesa. Il cardinale belga condannava senza ambiguità la contraccezione artificiale e sosteneva i metodi naturali come unica via lecita per la regolazione delle nascite[20]. Era, a tutti gli effetti, un custode dell’ortodossia.
Otto anni dopo, il 10 maggio 1968, lo stesso Suenens sponsorizzava presso l’Università Cattolica di Lovanio il decimo Colloquio internazionale di sessuologia attraverso il “Centro internazionale cardinale Suenens”[21]. Il convegno, che riunì oltre 150 partecipanti da 16 paesi, non discuteva più di contraccezione, ma di aborto. La cifra simbolica di iscrizione – appena 5 dollari per tre giorni di lavori e sei pasti – garantiva la massima partecipazione. Il servizio di traduzione simultanea di altissimo livello fu pagato dalla dottoressa Mary S. Calderone, dal 1953 direttore medico della Planned Parenthood Federation of America[22]. Un gran numero degli interventi si espresse favorevolmente sull’ammissibilità morale dell’aborto, almeno in alcune circostanze[23].
Il cerchio si era chiuso: un’università cattolica, un cardinale-sponsor, un finanziamento da Planned Parenthood, una maggioranza pro-aborto. Tutto sotto l’egida di un’istituzione che portava il nome di Suenens stesso.
Ma cosa era accaduto in quegli otto anni? Come si spiega l’inversione radicale di un principe della Chiesa che nel 1960 difendeva la Casti Connubii e nel 1968 facilitava un convegno pro-aborto finanziato dalla più grande organizzazione abortista americana?
Le domande che emergono sono inquietanti e richiederebbero risposte documentate:
- Suenens entrò in contatto con le reti delle fondazioni Rockefeller e Ford?
- Quali furono i mediatori che facilitarono questa transizione intellettuale?
- Esistono documenti che attestino finanziamenti diretti o indiretti all’Università di Lovanio o al Centro Suenens da parte di queste fondazioni tra il 1960 e il 1968?
- Chi convinse Suenens ad accettare il finanziamento di Calderone per il Colloquio del 1968?
- Figure come Hesburgh o Hellegers ebbero qualche ruolo nella “conversione” di Suenens?
- Esistono corrispondenze private tra Suenens e leader delle fondazioni filantropiche in quegli anni cruciali?
Queste non sono domande retoriche. Sono lacune documentali che attendono di essere colmate attraverso un’analisi sistematica degli archivi ancora inaccessibili. Perché se il metodo filantropico funzionava ovunque attraverso mediatori e reti relazionali, sarebbe illogico pensare che il Belgio – patria del “prototipo” del 1919 – ne fosse immune.
Il caso Suenens dimostra un principio fondamentale della strategia filantropica: non serviva convertire la massa dei fedeli. Bastava convertire chi aveva autorità dottrinale e istituzionale. Un cardinale che nel 1960 difendeva l’ortodossia e nel 1968 ospitava convegni pro-aborto valeva più di mille campagne mediatiche. Era la legittimazione dall’interno, il tradimento della cittadella da parte di chi ne custodiva le chiavi.
E quando il Papa pubblicò Humanae Vitae il 25 luglio 1968 – appena due mesi e mezzo dopo il Colloquio di Lovanio – quella conversione delle élite si sarebbe rivelata decisiva. La resistenza all’enciclica non venne solo da fuori, ma soprattutto da dentro. Da cardinali, teologi, università cattoliche che ormai avevano già scelto da che parte stare.
La rete organizzata e il “modus operandi” progressista: Helder Camara
Il caso del Cardinale Suenens non fu un episodio isolato, ma il vertice di una strategia più ampia e coordinata. La prova di questa rete organizzata e del suo modus operandi emerge con chiarezza devastante dalla corrispondenza privata di uno dei suoi più stretti e attivi alleati: il vescovo brasiliano Hélder Câmara, figura di spicco del Concilio Vaticano II.
Le sue lettere da Roma svelano un retroscena che ha poco a che fare con il dibattito teologico e molto con la tattica politica. Suenens viene descritto come il “regista occulto” del Concilio[24], un ruolo confermato dalle azioni meticolosamente pianificate che Câmara stesso descrive. In una lettera del 29 ottobre 1964, commentando il celebre intervento di Suenens a favore della contraccezione, Câmara non nasconde l’organizzazione che ne precedette il successo:
«Ieri in Basilica il caro padre Miguel [lo pseudonimo usato per indicare il cardinale Suenens] ha fatto uno dei suoi interventi più felici […] Abbiamo articolato la Basilica per l’applauso caloroso che la sua posizione pionieristica meritava. […] Prima dell’intervento aveva mandato a chiedere che il giorno dopo (oggi) ci fosse un intervento brasiliano in appoggio alla sua tesi»[25].
Questa non è la cronaca di un dibattito, ma la descrizione di un’operazione parlamentare, dove una fazione si muove per garantire un risultato predeterminato.
Le tattiche non si limitavano alla gestione dell’aula conciliare. La rete progressista comprendeva un uso strategico e spregiudicato dei media. Era Câmara stesso ad ammettere di orchestrare fughe di notizie mirate, raccontando di un suo incontro con un redattore del quotidiano «Le Monde»: «Io gli racconto ciò che desidero che lui racconti al mondo. Ci sono “indiscrezioni” che aiutano il Concilio»[26]. Questo conferma che la battaglia veniva combattuta su più fronti, usando la stampa per creare una pressione esterna che a sua volta legittimava l’azione interna. La stessa tecnica, nota Câmara, era la preferita del suo mentore: «Quando padre Miguel [Suenens] ne deve sparare una grossa non lo fa in Basilica ma con la stampa»[27].
Questo attivismo era alimentato da un’ideologia che vedeva nel progresso scientifico e tecnologico una forza inarrestabile con cui la Chiesa doveva scendere a patti. Câmara era animato da quello che è stato descritto come un “puerile entusiasmo” per la modernità, convinto che la tecnologia avrebbe presto sconfitto la morte e che, di fronte a questa auto-sufficienza umana, la Chiesa non avesse altra scelta che “trattare”[28]. Questa visione tecnocratica si allineava perfettamente con l’approccio delle fondazioni filantropiche, creando una profonda sintonia di obiettivi e di metodo.
Tale modus operandi, caratterizzato da doppiezze, teatralità (Câmara racconta di essere uscito “in modo teatrale” da una riunione della commissione[29]) e manipolazione mediatica, solleva un interrogativo inquietante sulla cornice morale che lo giustificava. Una possibile, agghiacciante risposta si trova forse nella massima di Voltaire, posta significativamente in apertura di un successivo capitolo del documento analizzato, dedicato proprio alla Commissione Pontificia:
«La menzogna è un vizio solo quando fa il male; è una grandissima virtù quando fa il bene. Siate dunque più virtuosi che mai. Bisogna mentire come un demonio, non timidamente, non per un po’, ma arditamente e sempre»[30].
Se il fine – modificare la dottrina della Chiesa – era considerato un “bene”, allora l’inganno, l’omissione e la manipolazione non erano più vizi, ma diventavano strumenti virtuosi al servizio della causa. Questa mentalità offre una chiave di lettura cruciale per comprendere gli eventi che si verificarono all’interno della Commissione Pontificia, dove la scienza fu omessa e la sociologia manipolata non per errore, ma da alcuni per precisa scelta strategica.
La Commissione Pontificia e l’omissione strategica
Chissà se Papa Giovanni XXIII, quando istituì la Commissione Pontificia su Popolazione, Famiglia e Natalità nel marzo 1963, immaginava in quale groviglio di interessi si stava avventurando[31]. La Commissione doveva riesaminare la dottrina tradizionale sulla contraccezione alla luce delle nuove tecnologie. Compito delicato, certo, ma apparentemente gestibile attraverso un dibattito serio tra teologi, medici ed esperti. Il dibattito, però, non fu affatto serio, anzi fu, in molti punti cruciali, deliberatamente falsato. E il punto più scioccante riguarda proprio la natura scientifica della pillola anticoncezionale.
Nel dicembre 1964, come riportato anche da Puccetti, mentre la Commissione era nel pieno dei suoi lavori, l’Organizzazione Mondiale della Sanità pubblicò il rapporto tecnico redatto da un gruppo di esperti internazionali riunitosi a Ginevra dall’8 al 14 dicembre. Il documento, intitolato “Mechanism of Action of Sex Hormones and Analogous Substances” (Serie di Rapporti Tecnici N. 303), era inequivocabile[32]. Già nelle prime pagine, il rapporto chiariva che il controllo della fertilità tramite steroidi ormonali non si basava su un unico meccanismo, ma poteva agire a più livelli. Testualmente, affermava che tali effetti potevano riguardare: “(a) i processi di ovulazione, (b) la fecondazione e il trasporto dell’ovulo, (c) lo sviluppo della blastocisti e l’impianto” (c. blastocyst development and implantation)[33].
Questa non era un’ipotesi di cattolici integralisti, ma la scienza ufficiale dell’OMS, presentata in un documento tecnico destinato a guidare la ricerca globale. Andando oltre, il rapporto specificava che proprio alcuni steroidi del tipo “19-nor” – i principi attivi delle prime pillole contraccettive – potevano inibire l’impianto (may inhibit it)[34] e quindi avere un effetto abortivo. La questione scientifica, dunque, non era “se” la pillola potesse avere un effetto abortivo precoce, ma “in che misura” lo avesse. Era un’informazione cruciale per qualsiasi giudizio morale cattolico, un dato scientifico ufficiale che avrebbe dovuto essere al centro del dibattito della Commissione Pontificia.
Eppure quella informazione fu sistematicamente omessa dai dibattiti della Commissione. Non ignorata per caso. Omessa deliberatamente. Lo sappiamo perché il teologo Germain Grisez, incaricato dal Cardinale Ottaviani di preparare un documento per la minoranza, lo scrisse esplicitamente: “Senza dubbio il riferimento a questa tecnica è stato omesso perché alcuni membri della maggioranza sperano che questi metodi saranno dimostrati non essere abortivi”[35].
Leggete bene quella frase. “Sperano che saranno dimostrati”. Non “sono stati dimostrati”. Ma “sperano che lo saranno”. In altre parole: la maggioranza della Commissione procedeva basandosi non sulla scienza disponibile, ma sulla speranza che la scienza futura avrebbe smentito i dati presenti. L’ignoranza scientifica non era un limite. Era uno strumento strategico.
Il rapporto OMS non era un documento isolato. Abbiamo la testimonianza di un documento “Liaison – United Nations [UN] – World Health Organization [WHO] – 1959 / 1965 – Correspondence – Volume 2”[36] reso pubblico, ovvero digitalizzato e reso accessibile online[37], il 16 febbraio 2022.
Si tratta di un volume, di 300 pagine, di corrispondenza e documenti raccolti dall’Ufficio Relazioni Esterne della Banca Mondiale. Questo documento è un fascicolo archivistico ufficiale della Banca Mondiale, specificamente del suo Ufficio Relazioni Esterne. Nato come raccolta di corrispondenza interna, il suo scopo era documentare la nascita della collaborazione istituzionale tra la Banca Mondiale e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) tra il 1959 e il 1965. Al suo interno, il fascicolo cattura un momento storico cruciale: i negoziati per definire le regole di una partnership, inizialmente concentrata su progetti idrici e fognari, ma che già toccava temi pionieristici come la salute riproduttiva e la dinamica delle popolazioni. Documenti chiave, come i verbali delle riunioni del 1964, mostrano proprio questo dialogo costruttivo. Il percorso che ha portato questo dossier riservato a diventare pubblico è standard per gli archivi. Dopo la sua chiusura nel 1965, è stato periodicamente “epurato” per rimuovere duplicati e, in vista della de secretazione, le informazioni più sensibili (un rapporto fu rimosso, come indicato da un avviso nel file). Infine, nel 2022, è stato scannerizzato e reso accessibile a tutti con la dicitura “DECLASSIFIED WITH RESTRICTIONS”, che significa che possiamo consultarne la versione resa pubblica, dopo che è stata sottoposta a un controllo finale per proteggere dati ancora riservati. In sintesi, non è un semplice report, ma la traccia storica viva della costruzione di una relazione tra due pilastri della governance globale.
Ecco cosa contiene di interessante ai nostri scopi. Alla metà degli anni ’60, la questione della rapida crescita della popolazione nei paesi in via di sviluppo cominciava a essere riconosciuta come una sfida cruciale per lo sviluppo economico e sociale a livello globale. È in questo contesto che il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite (ECOSOC) adotta, il 15 agosto 1964, la Risoluzione 1048 (XXXVII) dal titolo “Popolazione, crescita economica e sviluppo sociale”[38].
La risoluzione non nasce nel vuoto, ma come diretta conseguenza di un’inchiesta ufficiale condotta tra gli Stati membri. Ciò che emerse con forza furono le voci allarmate dei governi delle nazioni in via di sviluppo, i quali espressero una “seria preoccupazione… per il lento tasso di crescita economica dei loro paesi in relazione all’alto tasso di crescita della loro popolazione”[39] . Questo dato di realtà, unito al parere tecnico del Comitato per l’Applicazione della Scienza e della Tecnologia, che aveva assegnato un’alta priorità alla “più completa comprensione dei problemi della popolazione”[40], spinse l’ECOSOC ad agire.
Il cuore della Risoluzione 1048 è un invito chiaro e articolato ad intensificare gli sforzi. Essa, infatti, “invita l’Assemblea Generale, le commissioni economiche regionali e la Commissione per la Popolazione ad esaminare le risposte fornite dai Governi all’indagine… al fine di intensificare l’operato delle Nazioni Unite nell’assistere i Governi dei Paesi in via di sviluppo interessati ad affrontare i problemi demografici con cui devono confrontarsi.“[41].
Tuttavia, l’aspetto forse più significativo per le organizzazioni tecniche come l’OMS è contenuto nel paragrafo successivo. La risoluzione “richiede al Segretario Generale di comunicare i risultati dell’inchiesta alla Conferenza Mondiale sulla Popolazione e alle agenzie specializzate interessate, in particolare l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, l’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura e l’Organizzazione Mondiale della Sanità, con l’auspicio che ne tengano conto, se del caso, nella formulazione dei loro programmi”[42].
In altre parole, l’ECOSOC non si limitava a riconoscere il problema, ma forniva un mandato esplicito all’OMS e ad altre agenzie specializzate per integrare la dimensione “popolazione” nei loro piani di lavoro. Questo incoraggiamento a sviluppare nuove linee di azione si traduce, infine, nell’esortazione a “esplorare modi e mezzi per rafforzare ed espandere il loro lavoro nel campo della popolazione”[43], lasciando intravedere la possibilità di cercare finanziamenti aggiuntivi, come contributi volontari.
Nel fascicolo dell’archivio della Banca Mondiale, questa risoluzione non è un documento astratto, ma costituisce l’Allegato A al rapporto del Direttore Generale dell’OMS all’Assemblea Mondiale della Sanità[44]. La sua inclusione serve a dimostrare che l’espansione delle attività di ricerca dell’OMS in campi delicati come la riproduzione umana e i metodi di controllo della fertilità (ampiamente descritti nel rapporto) non era una scelta autonoma, ma una risposta precisa a un mandato politico ricevuto dall’ONU. La Risoluzione 1048 fornisce così la legittimazione istituzionale e il contesto necessario per comprendere perché, in quel preciso momento storico, l’OMS abbia avviato un programma così ambizioso e pionieristico sulla salute della popolazione.
Attenzione al paragrafo 6: “Sollecita vivamente il Segretario Generale e le agenzie specializzate interessate a individuare le modalità e gli strumenti per potenziare e ampliare il proprio operato nel settore della popolazione, ivi compresa la possibilità di attingere a contributi volontari.”[45]
Il Paragrafo 6 non è una semplice esortazione, ma un mandato operativo e finanziario. Trasforma la preoccupazione politica espressa nella risoluzione in una direttiva pratica: “Trovate il modo di fare di più su questo tema, e siete autorizzati a cercare i soldi per farlo”. Nel contesto del documento dell’OMS, questo paragrafo forniva la legittimazione necessaria per avviare e finanziare il suo vasto programma di ricerca sulla riproduzione umana, che richiedeva risorse ingenti e specializzate che andavano ben oltre il suo budget ordinario. Prima di questa risoluzione, per un’agenzia come l’OMS, lavorare su temi come la contraccezione o il controllo della popolazione era un campo minato, politicamente controverso e senza un chiaro mandato. La Risoluzione 1048 (XXXVII) fece due cose fondamentali: diede una copertura politica, autorizzando ufficialmente l’OMS e le altre agenzie a lavorare nel “settore della popolazione”. Questo trasformò un tema tabù in una priorità di sviluppo ufficiale delle Nazioni Unite. Autorizzò espressamente la ricerca di fondi: l’istruzione di “esplorare la possibilità di ottenere contributi volontari” fu un cambio di paradigma. Significava: “Il vostro budget ordinario non basta. Siete autorizzati e anzi incoraggiati a cercare soldi fuori dal sistema delle quote obbligatorie degli Stati membri.” Questa autorizzazione creò il precedente giuridico e operativo per cui un’agenzia dell’ONU poteva accettare fondi da donatori non statali. Aprì la porta non solo a contributi volontari di governi “amici” (ad esempio, gli Stati Uniti o i paesi nordici per certi programmi), ma anche a fondazioni private.
In mezzo a tutto questo contesto, l’omissione dei dati dell’OMS è ancora più significativa: non si trattava di ignorare una ricerca marginale, ma di nascondere la scienza ufficiale prodotta su mandato delle Nazioni Unite.
André Helleghers e la doppia lealtà
Ma chi erano questi membri della maggioranza così reticenti sui dati scientifici? Qui emerge la figura più problematica: il dottor André Helleghers, ginecologo di fama, membro di spicco della Commissione, l’esperto medico a cui tutti si rivolgevano per chiarimenti tecnici.
Il rapporto ufficiale di Helleghers fu sorprendentemente laconico sulla questione dell’effetto abortivo. Minimizzò, glissò, evitò di approfondire. Strano, per uno scienziato rigoroso di fronte a un dato così rilevante dell’OMS[46].
La spiegazione emerse anni dopo, quando vennero alla luce alcune corrispondenze private. In una lettera, il dottor Alan Guttmacher – presidente della Planned Parenthood, l’organizzazione abortista più potente d’America – consigliava un medico su come introdurre la sterilizzazione in un ospedale cattolico. E nel dare questo consiglio, Guttmacher si riferiva a Helleghers come al suo “buon amico”, suggerendo persino un trucco linguistico: chiamare la sterilizzazione “intervento di isolamento uterino” per aggirare le obiezioni etiche[47].
Fermatevi un momento su questo fatto. Il massimo esperto medico cattolico della Commissione Pontificia era “buon amico” del presidente di Planned Parenthood. E collaborava attivamente per aggirare le difese etiche degli ospedali cattolici. Non era influenza indiretta. Non era semplice dialogo ecumenico. Era connivenza operativa diretta.
Helleghers aveva una doppia lealtà. E quando venne il momento di informare la Commissione sui dati scientifici scomodi, scelse quale lealtà servire.
L’inchiesta Crowley e il falso dilemma
La manipolazione non era solo scientifica, ma soprattutto sociologica. Qui entrano in gioco Patrick e Patty Crowley, la coppia amica di padre Hesburgh, con la loro inchiesta tra coppie cattoliche sull’esperienza dei metodi naturali. L’inchiesta venne presentata come la “voce del popolo di Dio”, la testimonianza autentica dal basso di chi viveva nella trincea della vita matrimoniale quotidiana[48]. E i risultati erano devastanti. Le coppie intervistate descrivevano i metodi naturali come fonte di stress insopportabile, di fallimenti ripetuti, di crisi coniugali profonde. Un quadro così cupo da rendere evidente una conclusione: se la Chiesa voleva davvero il bene delle famiglie, doveva accettare la contraccezione artificiale.
C’era solo un problema. L’inchiesta si basava sul metodo Ogino-Knaus, una tecnologia degli anni Trenta ormai scientificamente obsoleta[49]. Era come valutare l’efficacia dell’automobile moderna testando una Ford T del 1920. Il metodo Ogino-Knaus, basato solo sul calendario, aveva un tasso di fallimento del 20-30%. I metodi moderni – sintotermico, Billings – avevano un’efficacia comparabile alla pillola, intorno al 97-98%.
E il fatto tragico è che questi dati erano disponibili. Un altro membro della Commissione, il dottor John Marshall, stava proprio in quegli anni pubblicando studi scientifici rigorosi che dimostravano l’efficacia dei metodi moderni quando applicati correttamente[50]. Ma quegli studi furono sistematicamente ignorati dalla maggioranza. Si preferì dare credito a un’inchiesta metodologicamente superata piuttosto che a ricerche scientifiche aggiornate.
Il risultato fu la creazione di un falso dilemma: o la pillola efficace o i metodi naturali fallimentari. Tertium non datur. Ma il tertium esisteva eccome. Semplicemente, non si voleva vederlo.
L’influenza dei Crowley arrivò fino all’aula conciliare. Il vescovo canadese Rémi de Roo, che li aveva consultati personalmente, sostenne durante i lavori del Concilio che gli sposi “non devono mai astenersi” dalla pratica dell’amore coniugale[51]. Un’affermazione che rendeva impossibile qualsiasi metodo basato sull’astinenza periodica.
L’escalation finale: da family planning a population control
Ma mentre a Roma si consumava questo dramma, il contesto internazionale stava radicalizzandosi ulteriormente. Nel 1967, il sociologo Kingsley Davis pubblicò su Science un articolo destinato a fare epoca: “Population Policy: Will Current Programs Succeed?”[52]
La risposta di Davis era netta: no, i programmi di family planning non sarebbero riusciti. Il motivo? Quei programmi si limitavano a dare alle coppie i mezzi per avere il numero di figli desiderato. Ma quel numero era ancora troppo alto per un efficace controllo demografico. La soluzione non poteva essere lasciare libertà di scelta. Doveva essere population control: ingegneria sociale per modificare le norme culturali riproduttive, rimozione dei tabù su aborto e sterilizzazione, pressioni economiche e sociali per ridurre le nascite.
Era il passaggio dalla pianificazione al controllo. Dalla libertà assistita alla coercizione soft. Davis forniva la base intellettuale per un’agenda molto più aggressiva. E quella agenda avrebbe dominato gli anni Settanta.
E qui il cerchio si chiude, evoluzione dopo evoluzione, aggiornamento dopo aggiornamento. Apprendiamo da Germain Grisez che il 10 maggio 1968, quando il papa non si era ancora pronunciato sulla contraccezione, il decimo Colloquio internazionale di sessuologia sponsorizzato dal Centro internazionale cardinale Suenens presso l’Università cattolica di Lovanio (convennero oltre 150 partecipanti da 16 Paesi pagando, per l’iscrizione e 6 ottimi pasti durante i tre giorni dei lavori, la cifra simbolica di appena 5 dollari) fu convocato per discutere di qualcosa che andava assai oltre la contraccezione: l’aborto. Non desta neppure stupore che l’organizzazione mostrasse liaisons dangereuses fruttando di un servizio di traduzione simultanea di prim’ordine pagato dalla dottoressa Mary S. Calderone, dal 1953 direttore medico della Planned Parenthood Federation of America, attivissima nel pro muovere la contraccezione. E non desta neppure meraviglia che un gran numero degli interventi fosse favorevole ad ammettere l’aborto come lecito, almeno in qualche circostanza[53].
La battaglia sul testo finale
Quando i documenti degli Archivi Vaticani furono aperti parzialmente, emerse un fatto sconvolgente[54]. Esisteva una bozza finale dell’enciclica, intitolata De nascendi prolis. Approccio rigoroso, linguaggio tradizionale, argomentazione dogmatica forte. La bozza era stata approvata. Era stata persino stampata[55].
Ma all’ultimo minuto venne ritirata. Il risultato fu Humanae Vitae, con un tono più pastorale, un carattere dogmatico più sfumato, un linguaggio più aperto all’interpretazione. La battaglia finale quindi non era più sul “se” confermare la dottrina tradizionale. Paolo VI aveva deciso di confermarla. La battaglia era sul “come” comunicarla. E su questo terreno, le correnti progressiste ottennero una vittoria tattica importante. Il testo che uscì era più facilmente aggirabile, più interpretabile, meno definitivo di quello che sarebbe dovuto uscire.
Per averne un’idea, che non lasci adito a dubbi, è buona cosa vedere cosa scrisse Avvenire[56], il giornale della CEI, quando uscì il libro di Gilfredo Marengo:
“La novità più clamorosa riguarda come detto un testo già approvato, stampato e di cui era già stata programmata l’uscita per il 23 maggio 1968, solennità dell’Ascensione. Era il risultato di una riscrittura che Paolo VI aveva affidato al padre domenicano Mario Luigi Ciappi, allora teologo della Casa pontificia, poi cardinale. Ciappi aveva lavorato su un progetto preparato dalla Congregazione per la dottrina della fede, nell’autunno-inverno ’67, dopo che l’anno precedente Montini aveva considerato insoddisfacente il documento conclusivo della Commissione pontificia favorevole, com’è noto, all’uso della contraccezione.
Ma cosa non funzionava in quel testo? «Dal punto di vista dell’impianto generale – spiega don Marengo – colpisce l’intenzione di accrescere, per quanto possibile, il profilo dottrinale già dominante in quello della Congregazione». Ne risultava un’enciclica che, eliminato già nei primi paragrafi il richiamo allo specifico cristiano della comprensione dell’amore coniugale, finiva per configurarsi «come un rigoroso pronunciamento di dottrina morale». Ma non solo, padre Ciappi introdusse anche il richiamo all’eccellenza del celibato e della verginità consacrata e una forte sottolineatura del primato del fine procreativo, in linea con la Casti connubi di Pio XI (1931). Un po’ troppo anche per quell’epoca.
Quando quel testo, come detto già stampato in latino, arrivò in mano ai traduttori, ecco il colpo di scena. Furono soprattutto i teologi francesi (tra gli altri Paul Poupard) e spagnoli (Eduardo Martinez Somalo) [57] a segnalare l’inaccettabilità di un impianto decisamente preconciliare. Il cardinale Giovanni Benelli, allora sostituto di Stato, segnalò il problema a papa Montini. Breve riesame e l’enciclica venne subito congelata.
[…] Tra le altre sorprese uscite dagli Archivi Vaticani, quella relativa al primo Sinodo dei Vescovi (autunno 1967) è sicuramente tra le più gustose. In quell’occasione Paolo VI chiese a tutti i padri sinodali di inviargli riflessioni e suggerimenti sul tema della regolazione delle nascite. «La volontà del Papa di consultare tutti i membri della assemblea sinodale – osserva ancora Marengo – è molto importante, perché una delle accuse più ripetute, dopo la pubblicazione di Humanae vitae, fu che la sua decisione era avvenuta in maniera non collegiale».
In realtà proprio collegiale non fu perché risposero però solo 26 presuli (i membri del Sinodo erano quasi 200), in un arco di tempo compreso tra il 9 ottobre 1967 e il 31 maggio 1968. E di questi 19 si espressero per la liceità dell’uso di metodi contraccettivi. Soltanto sette chiesero al Papa di pronunciarsi ribadendone l’illiceità.
Ma è proprio nella coda dell’articolo che è presente il veleno: “Sappiamo come andò a finire. Anche se forse per la parola fine bisogna attendere ancora”.
Su 200 vescovi, soltanto 26 presuli risposero e di essi soltanto sette chiesero al Papa di pronunciarsi ribadendone l’illiceità. C’è da aggiungere altro? Purtroppo sì. C’era un problema ancora più profondo. Humanae Vitae stessa, pur condannando la contraccezione artificiale, aveva assorbito alcune premesse culturali del mondo che intendeva contestare. Accettò il mito neomalthusiano della sovrappopolazione come problema reale. Sostituì la fiducia nella Provvidenza con il calcolo umano della “paternità responsabile”. E, cosa forse più grave, non ribadì con forza il primato del fine procreativo sul fine unitivo del matrimonio.
Come ha notato lo storico Roberto de Mattei, proprio l’abbandono di questa gerarchia dei fini aveva aperto la strada a una visione puramente affettiva del matrimonio. Se l’unione è il fine primario, e la procreazione solo secondario, perché mai la contraccezione dovrebbe essere illecita? La logica interna della dottrina tradizionale reggeva solo mantenendo il primato procreativo. Sfumando quel primato, Humanae Vitae minava inconsapevolmente le proprie fondamenta.
Il significato profondo: una rivoluzione metodologica
La vicenda di Humanae Vitae può essere letta a molti livelli. C’è il livello della politica ecclesiale, delle lotte tra progressisti e conservatori. C’è il livello della morale sessuale, del confronto tra libertà e legge naturale, ma c’è un livello più profondo, e forse altrettanto decisivo: il livello metodologico.
Quello che le fondazioni filantropiche avevano promosso per cinquant’anni non era semplicemente un cambiamento di contenuti dottrinali, ma era un cambiamento del metodo con cui la dottrina veniva elaborata. La sociologia empirica di Gabriel Le Bras aveva legittimato l’idea che la dottrina potesse e dovesse essere informata dall’analisi statistica della realtà sociale. L’inchiesta dei Crowley aveva applicato questo principio alla dottrina matrimoniale: se le coppie soffrono, la dottrina deve cambiare.
Era una rivoluzione copernicana. Prima, la Chiesa leggeva la realtà alla luce della dottrina rivelata, ora si proponeva di leggere la dottrina alla luce della realtà empiricamente osservata. Il sensus fidelium – il senso della fede del popolo di Dio – veniva reinterpretato come sondaggio sociologico. La “ricerca sperimentale” sostituiva l’autorità del magistero, l’approccio “caso per caso” dissolveva l’universalità della legge morale.
Puccetti ha collegato questa trasformazione a un’infiltrazione più ampia di mentalità relativista, che lui identifica con influenze massoniche nel clero[58]. Anche in Messico, un paese a forte tradizione cattolica, l’infatuazione per la contraccezione non era un tabù. Negli anni ’60, la dottoressa Edris Rice-Wray, pioniera della pillola anticoncezionale, dirigeva a Città del Messico un centro che, nonostante il nome ambiguo (“Associazione per la salute materna”), promuoveva apertamente il controllo delle nascite. La confusione dottrinale all’interno della Chiesa cattolica locale era evidente. Non solo un sacerdote, padre Alfonso Orozco, collaborava stabilmente con la clinica, ma addirittura nel 1965 il Cardinale Primate del Messico, Miguel Darío Miranda, scrisse alla dottoressa Rice-Wray ringraziandola per il suo lavoro e incoraggiandola a seguire le future direttive del Concilio Vaticano II[59]. Questo elogio ufficiale da una delle massime autorità ecclesiastiche del paese era sorprendente, considerando che la clinica aveva già somministrato la pillola anticoncezionale per 57.000 cicli mestruali, un dato pubblicato su una rivista scientifica e noto a tutti[60]. Il caso messicano dimostra come, in quegli anni, la posizione della Chiesa sulla contraccezione fosse tutt’altro che chiara e uniforme, persino ai suoi più alti livelli.
Conclusione: una fortezza aggirata
Al di là delle etichette, quello che è certo è che si trattava di un cambio di paradigma radicale. Non attacco frontale al dogma. Ma erosione metodologica. Non negazione della verità rivelata. Ma sostituzione graduale del metodo per accedervi. E cambiando il metodo, prima o poi si cambiano anche le conclusioni. Era solo questione di tempo.
Humanae Vitae rappresentò quindi una resistenza. Papa Paolo VI scelse di confermare la dottrina tradizionale contro il parere della maggioranza della sua stessa Commissione, contro le pressioni delle élite intellettuali cattoliche, contro l’aspettativa generalizzata di un cambiamento. Fu un atto di coraggio. Ma fu anche una vittoria di Pirro, perché le fondamenta erano già state minate. Il mito neomalthusiano era stato accettato; la gerarchia dei fini del matrimonio era stata sfumata; il paradigma empirico-sociologico era diventato dominante nella teologia pastorale; il metodo della “ricerca sperimentale” aveva conquistato le università cattoliche. Le reti di influenza erano consolidate, i mediatori erano tutti al loro posto.
L’enciclica resse l’assalto frontale, ma il territorio circostante era già occupato. Non serviva espugnare la fortezza se si poteva semplicemente aggirarla. E infatti, nei decenni successivi, Humanae Vitae fu progressivamente marginalizzata, reinterpretata, applicata con “misericordia pastorale” fino a renderla irrilevante nella pratica.
La strategia filantropica aveva vinto non vincendo, ma cambiando il terreno di gioco. Aveva applicato per mezzo secolo un metodo coerente: leva finanziaria per creare dipendenza; reti relazionali per penetrare le élite; paradigmi metodologici per cambiare il modo di pensare; omissioni strategiche per eliminare ostacoli scomodi; manipolazioni procedurali per controllare gli esiti.
Ogni fase era documentabile. Ogni passaggio era logico. Ogni strumento era stato collaudato altrove. Dal Belgio del 1919 alla Roma del 1968, era stata la stessa strategia. La stessa “diplomazia filantropica” che Tournès ha descritto nei suoi dettagli[61].
E quella strategia aveva prodotto esattamente il risultato desiderato. Non immediatamente. Non frontalmente. Ma inesorabilmente. Come un fiume che non abbatte la roccia con la forza, ma la erode goccia dopo goccia fino a creare un canyon.
La battaglia fu vinta. La guerra era persa, persa molto prima che Humanae Vitae venisse scritta.
C’è un momento di svolta in questa storia che spesso viene trascurato, ma che è stato come la crepa in una diga. Prima del 1968, l’insegnamento della Chiesa sulla contraccezione era una roccia, definito in modo assoluto nell’enciclica Casti Connubii di Pio XI. Era un “no” chiaro, netto e senza appello, difeso da una forte intransigenza dottrinale.
Poi arrivò il Concilio Vaticano II che, con la sua spinta ad “aggiornarsi” (aggiornamento) e ad aprirsi al mondo moderno, inaugurò un nuovo metodo: un linguaggio più pastorale, un tono più dialogante, un tentativo di spiegare le verità eterne in un modo che l’uomo contemporaneo potesse comprendere.
Fu in questo clima nuovo che arrivò l’Humanae Vitae di Paolo VI. Il Papa, ereditando la crisi post-conciliare, riconfermò il “no” della tradizione, ma cercò di esprimerlo con quel nuovo metodo: il suo linguaggio fu più comprensivo verso le difficoltà delle coppie, più articolato. E fu proprio questa sua adozione di un tono meno intransigente – questo tentativo di essere fedele alla dottrina usando le categorie del dialogo inaugurate dal Concilio – ad essere usata contro di essa.
In pratica, il “metodo conciliare” fu la leva per forzare la dottrina. Invece di essere accolta come un monito espresso con amore, quella porta socchiusa alla comprensione fu spalancata. Quella che doveva essere una diga granitica, Humanae Vitae, fu invece poco più di un argine e dunque facilmente superabile, proprio perché non voleva più imporsi con la stessa autorità intransigente del passato. Fu l’inizio della fine.
Teologi, sacerdoti e fedeli, che si aspettavano un cambiamento dottrinale, si sentirono quasi autorizzati a dissentire pubblicamente, rivendicando uno “spirito del Concilio” contrapposto alla lettera dell’enciclica. Quell’atto di disobbedienza, giustificato da un pretesto di “maggiore comprensione” ispirata dal Vaticano II, normalizzò la contestazione dell’autorità del Magistero in materia morale. Non si obbediva più; si discuteva, si interpretava, si sceglieva. E se si poteva discutere su quello, si poteva discutere su tutto.
Quella crepa iniziale divenne rapidamente una falla. Il rifiuto pratico dell’Humanae Vitae da parte di milioni di cattolici non rimase confinato alla questione dei contraccettivi. Fu la prima, grande breccia attraverso cui si riversò una mentalità completamente nuova, che utilizzava il linguaggio del dialogo e della pastorale per svuotare la dottrina di ogni suo obbligo.
Fu come se, una volta rotto l’argine principale con gli stessi strumenti del “nuovo corso”, tutta l’acqua della cultura contraccettiva e della rivoluzione sessuale inondasse il terreno della Chiesa. Quella mentalità, che separa sesso e procreazione, non si è più fermata. Ha eroso la visione del matrimonio, ha indebolito la famiglia, ha cambiato il modo di pensare dei fedeli e ha aperto la strada a tutte le battaglie successive sui “diritti riproduttivi”, sulla fecondazione artificiale e su una nuova etica sessuale, sempre giustificate con l’appello allo “spirito del Concilio”.
In sostanza, l’aggiramento dell’Humanae Vitae non fu solo una questione di disobbedienza a una regola. Fu il momento in cui il nuovo metodo del Concilio, distorto in uno spirito di accomodamento, ruppe la diga e l’alluvione che ne è seguita ha trasformato non solo la società, ma anche il volto interno della Chiesa.
L’indebolimento della dottrina comporta sempre terribili conseguenze. Il motivo lo spiega il grande G.K. Chesterton: “Bastava che un’idea perdesse potere perché un’altra ne acquistasse troppo. La Chiesa non poteva permettersi di sgarrare neanche di un millimetro su certe questioni, se voleva continuare il suo grande e audace esperimento dell’equilibrio irregolare. Non era un gregge di pecore quello che il pastore Cristiano stava guidando, ma una mandria di tori e tigri, di ideali terribili e dottrine divoratrici, ciascuno dei quali abbastanza forte da trasformarsi in una falsa religione e devastare il mondo. Ricordate che la Chiesa si è dedicata specificamente alle idee pericolose; era una domatrice di leoni[62].”
La metafora di Chesterton descrive l’ortodossia come un equilibrismo costante tra opposti estremi, dove serve grande controllo per non cadere in uno degli eccessi, ma l’ortodossia non è oppressione, è salvezza. Lasciare le redini sciolte significa lasciarsi trasportare dai tori e dalle tigri dove vogliono loro, ovvero lasciarle devastare il mondo. Questa metafora chestertoniana racchiude perfettamente quello che è successo nella nostra società negli ultimi sessant’anni.
Tutto è cambiato quando si è stati indotti a pensare che l’intimità sessuale potesse essere completamente separata dalla sua naturale conseguenza: la possibilità di dare la vita. Questa non è stata solo una rivoluzione medica, ma un vero terremoto culturale che ha scosso il matrimonio e la famiglia nel profondo. Alla base di tutto ci sia stato un cambiamento radicale nel modo di vedere le cose: da un lato, l’arrivo di un figlio ha smesso di essere visto come un dono da accogliere con serenità all’interno di una relazione, per diventare sempre più un progetto da pianificare e controllare, dall’altro è come se si fosse creata una nuova “normalità”, dove una sessualità più libera e meno legata all’impegno è diventata la regola per tutti.
E da qui è partita una reazione a catena che ha cambiato tutto. A pensarci bene è logico: se l’intimità è facilmente accessibile fuori dal matrimonio, perché impegnarsi? A livello teoretico la filosofa Elizabeth Anscombe, allieva di Ludwig Wittgenstein, nel saggio scritto nel 1972 in difesa dell’enciclica Humanae vitae, fa un’affermazioni opportuna e puntuale da tenere bene in mente: “La Cristianità ha insegnato agli uomini ad essere casti come i pagani pensavano dovessero esserlo le donne oneste; la moralità contraccettiva insegna che le donne devono essere così poco caste come i pagani pensavano dovessero esserlo gli uomini”[63].
I numeri lo confermano: da quando questa mentalità si è diffusa, ci si sposa di meno e ci si separa di più. E le convivenze, che tutti vedevano come la nuova frontiera della libertà? I dati ci dicono che sono molto più fragili dei matrimoni. Si rompono con una frequenza che fa riflettere.
Il paradosso più grande però è un altro: nonostante tutti i metodi contraccettivi, il numero degli aborti non è calato come ci si aspettava. Perché? Per il curioso meccanismo psicologico per cui, quando ci sentiamo “al sicuro”, tendiamo a correre più rischi[64]. Il risultato è che le gravidanze indesiderate non diminuiscono, ma spesso finiscono in aborto.
E poi c’è il problema dei figli, o meglio, della loro mancanza. La possibilità di programmare tutto ci ha portato a rimandare il primo figlio e a farne sempre di meno. Il risultato è che non stiamo più facendo figli a sufficienza, con conseguenze che cominciamo a vedere per il nostro welfare. E i figli che ci sono? Quelli nati in questo nuovo contesto spesso pagano il prezzo più alto. Crescere in famiglie instabili, con genitori separati e nuovi compagni che entrano e escono dalla loro vita, li espone a maggiori difficoltà, sia economiche che emotive.
Alla fine, quella che doveva essere una liberazione si è rivelata in grande illusione. La promessa di relazioni più autentiche e famiglie più felici si è scontrata con una realtà di legami più fragili e solitudine. In conclusione, una frase di Chesterton, veramente icastica, compendia tutto lo sconvolgimento ottenuto: “Nel momento in cui il sesso cessa di servire, diventa un tiranno[65]“, un leone ruggente e feroce che devasta il mondo, divorando le anime.
Andrea Mondinelli
(Foto: Unsplash)
[1] G.K. Chesterton, Eretici.
[2] B. Häring, citato in R. McClory (1995), Turning Point: The Inside Story of the Papal Birth Control Commission, New York: Crossroad, p. 3. Häring fu uno dei teologi morali più influenti del XX secolo e membro della Commissione Pontificia.
[3] L. Tournès (2010), L’argent de l’influence: Les fondations américaines et leurs réseaux européens, Paris: Autrement, pp. 6-9, 188. Tournès usa l’espressione “philanthropic diplomacy” per descrivere questa forma di soft power transnazionale.
[4]L. Tournès (2010), L’argent de l’influence, op. cit., pp. 41-59. Il calcolo dell’equivalente attuale si basa sui tassi di cambio storici del 1919 (150 milioni di franchi belgi = circa 11,5 milioni di dollari USA) e sull’indice dei prezzi al consumo. La stima di 180 milioni di euro tiene conto dell’inflazione composta su oltre un secolo.
[5] Ibidem, pp. 50-51. Ladeuze espresse ripetutamente in lettere private la sua preoccupazione che l’accettazione di fondi da fonti non cattoliche potesse compromettere l’identità confessionale dell’università.
[6] L. Tournès (2008), “La Fondation Rockefeller et la construction d’une politique des sciences sociales en France (1918-1940)”, Annales. Histoire, Sciences Sociales, 63(6). Tournès documenta che tra il 1925 e il 1940 la Rockefeller investì in Francia somme comparabili al budget totale del Centre National de la Recherche Scientifique.
[7] Ibidem. Gabriel Le Bras (1891-1970) ricevette sostegno finanziario diretto dal CURS per le sue ricerche sulla pratica religiosa in Francia, pubblicate tra il 1931 e il 1938.
[8] Ibidem. Il paradigma della “ricerca sperimentale” promosso dalla Rockefeller si opponeva esplicitamente alla tradizione speculativa francese, privilegiando metodologie quantitative mutuate dalle scienze naturali. La Fondazione Rockefeller non si limitò a fornire fondi, ma agì attivamente come un attore intellettuale per promuovere un cambiamento epistemologico nel campo delle scienze sociali francesi, spostando l’asse da un approccio prevalentemente filosofico, speculativo e basato sullo studio di testi (il “modello accademico” tradizionale) verso un approccio induttivo, basato sulla raccolta di dati sul campo, quantificabile e ispirato alle scienze naturali.
[9] “Il genere umano vive oggi un periodo nuovo della sua storia, caratterizzato da profondi e rapidi mutamenti che gradualmente si estendono all’intero globo.” (GS, n. 4). Questo approccio induttivo, che parte dall’osservazione della realtà storica, rappresenta un cambio metodologico significativo rispetto alla tradizione deduttiva precedente
[10] “John Rock”, The Margaret Sanger Papers Project, New York University, https://sanger.hosting.nyu.edu/. Rock (1890-1984) era non solo cattolico praticante ma anche padre di cinque figli, il che gli conferiva particolare credibilità nel presentare la contraccezione come scelta pro-famiglia.
[11] Fu Presidente dal 1952 al 1987.
[12] https://news.nd.edu/news/pope-paul-vi-an-old-friend-of-father-hesburgh-one-step-closer-to-sainthood/
[13] Wilson D. Miscamble, C.S.C., American Priest: The Ambitious Life and Conflicted Legacy of Notre Dame’s Father Ted Hesburgh
[14] Ibidem. “Paolo VI e Ted Hesburgh condividevano l’amore per l’esplorazione spaziale, e Hesburgh sfruttò la sua amicizia con l’amministratore della NASA James (Jim) Webb per ottenere foto e filmati registrati dalle missioni Ranger e Apollo e mostrarli al papa. Pochi sono i preti che possono scrivere nelle loro memorie che ‘nel corso degli anni ho trascorso molte piacevoli serate cenando con Paolo VI e guardando film sullo spazio’ “
[15] https://hesburgh.nd.edu/fr-teds-life/holy-cross-priest/papal-appointments/
[16] R. Puccetti (2013), I veleni della contraccezione: Storia e conseguenze della rivoluzione contraccettiva, Bologna: Edizioni Studio Domenicano, p. 181. Hesburgh servì nel board della Rockefeller Foundation dal 1961 al 1982.
[17]Ibidem. I documenti finanziari di Notre Dame mostrano che i finanziamenti delle fondazioni Ford e Rockefeller aumentarono drasticamente dopo la nomina di Hesburgh in posizioni di leadership nelle stesse fondazioni
[18] Wilson D. Miscamble, C.S.C., American Priest: The Ambitious Life and Conflicted Legacy of Notre Dame’s Father Ted Hesburgh. Miscamble cita lo storico Donald Critchlow: “a liberal forum to create an oppositional voice within the Catholic Church on the issue of family planning.”
[19] R. Puccetti (2013), I veleni della contraccezione, op. cit., p. 107. Drinan votò contro il divieto federale di questa procedura nel 1996 e 2003.
[20] L.-J. Suenens (1960), Amore e controllo delle nascite, Roma: Edizioni Paoline. Il testo originale francese, Amour et maîtrise de soi, fu pubblicato nel 1960 da Desclée de Brouwer.
[21] R. Puccetti (2013), I veleni della contraccezione: Storia e conseguenze della rivoluzione contraccettiva, Bologna: Edizioni Studio Domenicano, p. 267
[22] Ibidem. Mary Steichen Calderone (1904-1998) fu direttore medico della Planned Parenthood dal 1953 al 1964, poi fondatrice e presidente del SIECUS (Sex Information and Education Council of the United States).
[23] Ibidem, pp. 267-268. Puccetti documenta come “un gran numero degli interventi fosse favorevole ad ammettere l’aborto come lecito, almeno in qualche circostanza”, segnando il passaggio dalla battaglia sulla contraccezione a quella sull’aborto
[24] Cfr. J. Grootaers (1994), I protagonisti del Vaticano II, San Paolo: Milano, pp. 231, 236
[25] R. Puccetti (2013), I veleni della contraccezione: Storia e conseguenze della rivoluzione contraccettiva, Bologna: Edizioni Studio Domenicano, p. 271 citando H. Câmara, Roma, due del mattino, pp. 212-213
[26] Ibidem, p. 273 citando H. Câmara nella nota 34
[27] Ibidem, p. 273 citando H. Câmara, nella nota 34
[28] Ibidem, p. 274 citando H. Câmara nella nota 37
[29] Ibidem, p. 272 citando H. Câmara nella nota 30
[30] Ibidem, p. 277 citando Voltaire (François Marie Arouet), Lettera a Thiriot del 21/10/1736, nella nota 1
[31] La Commissione fu istituita ufficialmente da Giovanni XXIII il 28 marzo 1963 con sei membri iniziali. Paolo VI la espanse progressivamente fino a 72 membri nel 1966, includendo teologi, medici, demografi, sociologi e coppie sposate
[32] World Health Organization, Mechanism of Action of Sex Hormones and Analogous Substances, Technical Report Series No. 303 (Ginevra: 1965). Il rapporto fu redatto nel dicembre 1964 da un gruppo di esperti internazionali e pubblicato ufficialmente nel 1965.
[33] Ibid., p. 14, par. 4.4.
[34] Ibid., p. 17, par. 4.8.
[35] R. Puccetti (2013), I veleni della contraccezione, op. cit., p. 297, citando G. Grisez, Materials Prepared by Ford and Grisez at the Request of Cardinal Ottaviani (documento interno della minoranza, 1966). Il documento completo di Grisez è conservato negli archivi dell’Istituto Paolo VI di Brescia
[36] Collegamento – Nazioni Unite – Organizzazione Mondiale della Sanità – 1959/1965 – Corrispondenza – Volume 2
[37]https://thedocs.worldbank.org/en/doc/909261646304129364-0560011965/original/WorldBankGroupArchivesFolder30151701.pdf
[38] Page 26, Annex A, Title: “POPULATION GROWTH AND ECONOMIC AND SOCIAL DEVELOPMENT – Resolution 1048 (XXXVII) Adopted by the Economic and Social Council at its thirty-seventh session, August 1964”
[39] Page 26, Annex A, Preamble: “Having noted in particular the serious concern expressed in reply to the inquiry by many governments of developing countries, about the slow rate of economic growth of their countries in relation to the high rate of their population growth”
[40] Page 26, Annex A, Preamble: “Having further noted the high priority given by the Advisory Committee on the Application of Science and Technology, inter’alia to ‘the objective of a more complete understanding of population problems'”
[41] Page 26, Annex A, Paragraph 1
[42] Page 26-27, Annex A, Paragraph 2
[43] Page 27, Annex A, Paragraph 6: “Urges the Secretary-General and the specialized agencies concerned to explore ways and means of strengthening and expanding their work in the field of population, including the possibilities of obtaining voluntary contributions.”
[44] Page 15, 25: The resolution is attached as “Annex A” to the “Report by the Director-General” on agenda item 2.12, “PROGRAMME ACTIVITIES IN THE HEALTH ASPECTS OF WORLD POPULATION…” (Document A18/P&B/4)
[45] “Urges the Secretary-General and the specialized agencies concerned to explore ways and means of strengthening and expanding their work in the field of population, including the possibilities of obtaining voluntary contributions”
[46] R. Puccetti (2013), I veleni della contraccezione, op. cit., p. 96. Puccetti confronta il rapporto di Helleghers con la letteratura scientifica disponibile nel 1964-1966, evidenziando numerose omissioni di studi pubblicati su riviste peer-reviewed.
[47] Ibidem, p. 299, citando R. Marshall & C. Donovan (1991), Blessed Are the Barren: The Social Policy of Planned Parenthood, San Francisco: Ignatius Press, p. 173. La lettera di Guttmacher è datata 1965 ed è conservata negli archivi della Planned Parenthood Federation of America, Sophia Smith Collection, Smith College
[48] P. Crowley (1994), A Passion for Truth, New York: Crossroad Publishing, pp. 87-103. Secondo questa fonte, Patty Crowley considerava l’inchiesta un contributo fondamentale al lavoro della Commissione.
[49] R. Puccetti (2013), I veleni della contraccezione, op. cit., pp. 314-315. Il metodo Ogino-Knaus, sviluppato negli anni ’30 da Kyusaku Ogino e Hermann Knaus, si basava esclusivamente sul calcolo matematico del periodo fertile attraverso il calendario, senza osservazione dei segni biologici della fertilità.
[50] Ibidem, p. 315, con riferimento a R.J. Fehring (2004), “Majority of Couples Experience Improved Relationships With Use of NFP”, Current Medical Research, 15(1-2), pp. 1-8. John Marshall (1922-2012) pubblicò studi scientifici rigorosi sui metodi moderni di pianificazione naturale tra il 1963 e il 1968, dimostrando tassi di efficacia del 97-99% quando i metodi erano insegnati correttamente
[51] R. Puccetti (2013), I veleni della contraccezione, op. cit., p. 105, Mons. Rémi de Roo, vescovo di Victoria (British Columbia), intervenne al Concilio il 21 settembre 1965 durante il dibattito per l’esame dello schema XIII su Gaudium et Spes.
[52] K. Davis (1967), “Population Policy: Will Current Programs Succeed?”, Science, 158(3802), pp. 730-739. Davis (1908-1997), sociologo dell’Università della California Berkeley, fu una delle voci più influenti nel dibattito demografico degli anni ’60 e ’70.
[53] R. Puccetti (2013), I veleni della contraccezione, op. cit., p. 267-268.
[54]“La nascita di un’enciclica. Humanae vitae alla luce degli Archivi Vaticani” (Libreria Editrice Vaticana) di Gilfredo Marengo, docente di antropologia teologica al Pontificio istituto teologico “Giovanni Paolo II”
[55] R. de Mattei (2018), “La nascita dell’Humanae Vitae alla luce degli Archivi Vaticani”, Corrispondenza Romana, 15 luglio 2018. https://www.corrispondenzaromana.it/la-nascita-dellhumanae-vitae-alla-luce-degli-archivi-vaticani/
[56] https://www.avvenire.it/chiesa/chiesa-italiana/humanae-vitae-il-primo-testo-dellenciclica-fu-bocciato-da-paolo-vi_34394
[57] Paul Poupard (1930-) fu in seguito cardinale e presidente del Pontificio Consiglio della Cultura. Jacques Martin (1908-1992) fu arcivescovo e prefetto della Casa Pontificia sotto Paolo VI e Giovanni Paolo II. Entrambi furono coinvolti nella revisione finale del testo dell’enciclica.
[58] R. Puccetti (2013), I veleni della contraccezione, op. cit., p. 268.
[59] Alla Dottoressa Edris Rice-Wray. Direttrice del Centro per la ricerca della fisiologia della riproduzione
Mexico, D.F., Spettabile dottoressa, l’eccellentissimo e reverendissimo signor arcivescovo primate del Messico, avendo presa visione della sua lettera del 26 giugno del corrente anno, si compiace per tutto il lavoro da lei realizzato e la esorta perché si prepari a conoscere e a mettere in pratica le prossime direttive del Concilio ecumenico Vaticano II. Distinti saluti.
[60] R. Puccetti (2013), I veleni della contraccezione, op. cit., p. 269.
[61] L. Tournès (2010), L’argent de l’influence, op. cit., pp. 188-195. Tournès conclude la sua analisi affermando che le fondazioni filantropiche americane hanno operato come “attori transnazionali” capaci di influenzare i processi decisionali nazionali attraverso la costruzione paziente di reti relazionali e il controllo di paradigmi intellettuali, piuttosto che attraverso imposizioni dirette.
[62] G.K. Chesterton, Ortodossia. “Once let one idea become less powerful and some other idea would become too powerful. The Church could not afford to swerve a hair’s breadth on some things if she was to continue her great and daring experiment of the irregular equilibrium. It was no flock of sheep the Christian shepherd was leading, but a herd of bulls and tigers, of terrible ideals and devouring doctrines, each one of them strong enough to turn to a false religion and lay waste the world. Remember that the Church went in specifically for dangerous ideas; she was a lion tamer.”
[63] G. E. ANSCOMBE, Contraception and Chastity, in J. E. SMITH,Why Humanae Vitae was Right: a Generation Later, Igniatius Press, San Francisco 1993, 121.
[64] Teoria della compensazione del rischio. La teoria suggerisce che gli individui mantengono un livello di rischio “target” o desiderato. Quando un dispositivo di sicurezza oggettivo, come le cinture di sicurezza, riduce il rischio percepito, le persone possono inconsciamente adattare il loro comportamento per ripristinare il loro livello di rischio target.
[65] G.K. Chesterton, Vita di San Francesco d’Assisi. “The moment sex ceases to be a servant it becomes a tyrant”
