Tra le molte ragioni che hanno portato al fallimento dell’attuale modello dell’Unione Europea vi sono due motivi poco considerati. Prenderò in considerazione per primo un vizio d’origine cui non si presta sufficiente attenzione.

Rileggendo il libro Filosofia per tutti di Stefano Fontana (Fede & Cultura) a pag. 6 leggiamo: “un piccolo errore all’inizio è grande nella conclusione; nessuno si dà ciò che non ha”. Credo che una riflessione sul “…piccolo errore all’inizio…” potrebbe aiutarci a capire una questione poco analizzata.

E. Macron (già durante il vertice sull’immigrazione tenutosi a Parigi agli inizi di luglio del 2017) aveva dichiarato che “l’Europa (avesse) perso la bussola!”. Oggi, con gli occhiali antiriflesso, la mano in tasca (un vero galletto), dice l’esatto contrario. Ma si sa, Macron vuol dire al mondo che: “JE SUIS LE ROIS”. Vorrei anche ricordare che nell’incontro, avvenuto sempre nel 2017 a Bratislava quando nessun Paese europeo si rese disponibile per aprire un altro porto cosicché la pressione sull’isola di Lampedusa diminuisse (vedi Francia e Spagna) al fine di condividere la valanga immigratoria in corso da anni, Matteo Renzi dichiarò: “Faremo da soli!”. Un altro galletto benché non sia di origine francese. Qual è l‘errore iniziale?

Dopo la Brexit il 22 agosto 2016, Renzi portò sull’isola di Ventotene il Presidente F. Hollande e la Cancelliera tedesca A. Merkel per “deporre fiori europei sulla tomba di Altiero Spinelli”, da tutti, ormai, considerato il padre dell’UE in quanto uno degli estensori, il principale, del Manifesto di Ventotene. Nessuno richiamò l’attenzione sull’appartenenza politica degli autori del Manifesto originariamente redatto da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi con il titolo “Per un’Europa libera e unita”.

Il Progetto di un manifesto nacque nel 1941. (Va considerato che il modello di governance cui si ispiravano i comunisti in quel periodo era quello dell’URSS di Stalin). Com’è noto, per motivi politici, furono confinati sull’isola di Ventotene molti oppositori del regime fascista.

Oltre a Spinelli, altri confinati antifascisti contribuirono alle discussioni che portarono alla definizione del testo. All’epoca della stesura erano confinate sull’isola circa 800 persone: 500 classificate come comunisti, 200 come anarchici ed i restanti prevalentemente giellini e socialisti. No comment sia sulle intenzioni che sullo spessore morale ed etico (de mortui nihil nisi bono) di coloro che vengono ormai da tutti riconosciuti come i Padri dell’UE. Ma è proprio per l’appartenenza politica degli autori, questa “paternità” del Manifesto dell’UE, che l’UE non funziona. Se il testo “Per un’Europa libera ed unita” non poteva che ispirarsi al modello sovietico tanto quanto per ciò che riguarda gli autori il vizio d’origine si intuisce.

Il centralismo di Bruxelles (la Commissione europea) è figlio del centralismo democratico (il Comitato centrale del partito comunista) ed è inconciliabile con l’idea di democrazia liberale dell’Europa occidentale, al punto che la Commissione europea assomiglia più ad un “Direttorio” che ad un governo rispettoso delle identità su cui poggia la sovranità popolare dei Paesi che ne fanno parte. Ed è sempre per questo motivo che l’UE rischia la fine che meritano tutte le dittature come è successo con l’Unione sovietica.

Gli equivoci (per quanto ci riguarda direttamente) del perché l’UE non sia in grado, o non voglia o non possa reagire sono diversi. Il problema demografico (la popolazione autoctona è in costante declino, i tassi di fecondità fra le donne musulmane, ad esempio, sono 2,5-4 volte superiori a quelli delle donne europee), politici (l’Europa è debole e irrilevante nelle relazioni internazionali non avendo una politica estera condivisa se non quella dettata dalla NATO), economici (i Paesi dell’UE, al loro interno, hanno rapporti/interessi inconciliabili, ad es. nei confronti dei Paesi musulmani), culturali (rinnegare le proprie radici giudaico-cristiane e greco-romane la rende priva di qualsiasi riferimento). La Carta dei diritti di Nizza non è un riferimento sufficiente. “La cultura dell’Europa è nata dall’incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma – dall’incontro tra la fede in Dio di Israele, la ragione filosofica dei Greci e il pensiero giuridico di Roma. Questo triplice incontro forma l’intima identità dell’Europa. Nella consapevolezza della responsabilità dell’uomo davanti a Dio e nel riconoscimento della dignità inviolabile dell’uomo, di ogni uomo, questo incontro ha fissato dei criteri del diritto, difendere i quali è nostro compito in questo momento storico” (Benedetto XVI, Reichstag Building, Berlin, 22 September 2011.

Proviamo solo a pensare che il Parlamento europeo approva le leggi ma non può renderle esecutive, perché sono le Direttive approvate dalla Commissione che a dare le indicazioni da applicare. Il fatto che il Consiglio richieda l’unanimità per cambiare l’attuale sistema ci fa capire che trovare l’unanimità di tutti i membri del Consiglio, che, a livello politico-economico, hanno interessi diversi se non contrapposti, è praticamente impossibile. L’attuale Presidente della Commissione è stata nominata con nove voti di scarto, come tutti sanno, grazie ai rappresentanti politici (i grillini) tanto sprovveduti quanto inaffidabili. 

Le parti politiche in gioco lasciateci in eredità dal secolo breve sono due: la socialdemocrazia ed il neoliberismo, imponendo la dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo “il proprio io e le sue voglie” (Card. J. Ratzinger).

La crisi della Socialdemocrazia

Credo che la socialdemocrazia europea, dopo essere stata accusata dalla scuola ortodossa di avere tradito il suo popolo in nome di un mondo senza frontiere al servizio di un devastante ultra-liberismo, sia al capolinea. Il cammino che li avrebbe portati fatalmente alla sconfitta era iniziato in Germania nel 1959. Durante il congresso del Partito socialdemocratico tedesco (SPD) di Bad Godesberg fu sancita la rottura con il marxismo e l’adesione all’economia di mercato. Da allora, con risultati ondivaghi fino al 1989, la socialdemocrazia europea (PCI compreso) ha vissuto della rendita garantita dalla “minaccia” che l’URSS rappresentava per l’occidente quale alternativa, in astratto, possibile. Tony Blair (New Labour) e Gerhard Schroeder (Programma di Berlino) erano riusciti a risvegliare le socialdemocrazie nazionali ed europee dopo che Ronald Reagan e Margaret Thatcher erano riusciti ad imporre che si giocasse sul loro campo e con le loro regole: il libero mercato e successivamente (soprattutto) la globalizzazione.

Ma la sinistra europea ha avuto il suo de profundis soprattutto con il fenomeno migratorio quando è stata costretta, de facto, a scontare la miope e rigida (strumentale?) adesione ad una finalità ed a una ideologia più utile alla globalizzazione imposta dalle minoranze del grande capitale internazionale e delle classi privilegiate piuttosto che alla maggioranza della popolazione dei Paesi europei. C’è, inoltre, una domanda ancora più importante alla quale l’Europa non sa rispondere: esiste una relazione diretta di incompatibilità tra democrazia, Stato nazionale e globalizzazione?

Durante il World Economic Forum, svoltosi a Davos a fine gennaio del 2018 assistemmo ad uno scontro tra Donald Trump e Angela Merkel. Trump confermò la scelta protezionistica mentre la Merkel, contraria ad ogni forma di “egoismo nazionale” (sic!), sostenne la “cooperazione” in favore del neoliberismo no limits.

Oggi appare evidente a tutti che il neoliberismo imperante, basato su una concorrenza sfrenata e spregiudicata che non distingue le merci dalle persone, non differenzia i cicli di produzione dalla vita toccata in sorte alla gente, si sta scavando la fossa perché né la Cina, né l’India potranno mai rinunciare al proprio interesse nazionale. L’accordo commerciale firmato dalla Presidente della commissione europea il 27 gennaio 2026 non cita in alcun modo il cosiddetto Green deal quando si sa quale sia la situazione in India per ciò che riguarda, solo per fare un esempio, l’inquinamento.

La globalizzazione imperniata sulla concorrenza ha aumentato il divario tra ricchi e poveri per cui, ad esempio, abbassare significativamente la pressione fiscale, adottando un sistema di tassazione più agevole e “leggero” sarebbe prioritario, soprattutto per il nostro Paese. Ma come sappiamo, anche su questo l’UE non ci permette di fare ciò che ci sarebbe più utile, bensì ci costringe a subire perfino le conseguenze dei dazi imposti dal WTO all’UE perché la Francia e la Germania hanno violato (vedi il caso Airbus) le regole del WTO. Il neoliberalismo dei Paesi dell’Ue spesso usa per difendersi dalla globalizzazione le stesse armi di cui essa (globalizzazione) si serve per imporsi. Sono le regole del WTO che ne escono vincenti, perché i Paesi aderenti sono anche perdenti in quanto sono membri che hanno sottoscritto e si sono impegnati a rispettare le regole del WTO.

Sic stantibus rebus il trilemma di D. Rodrik “sembra” ineludibile: “Se vogliamo far progredire la globalizzazione, dobbiamo rinunciare o allo Stato/nazione o alla democrazia politica. Se vogliamo difendere ed estendere la democrazia, dovremo scegliere fra lo Stato/nazione e l’integrazione economica internazionale. E se vogliamo conservare lo Stato/nazione e l’autodeterminazione dovremmo scegliere fra potenziare la democrazia e/o potenziare la globalizzazione”. Possiamo combinare due a scelta delle tre possibilità, ma mai avere tutte e tre contemporaneamente nella loro pienezza. C‘è speranza? Esiste una qualche possibilità di impostare una soluzione percorribile? A meno che non si pongano nuove fondamenta sulle radici che hanno dato vita alla Civiltà cristiana, speranza non c’è.

Per ciò che riguarda l’Europa ciò che hanno in comune i 27 Paesi sono proprio queste radici cristiane che potrebbero riempire gli spazi nuovi che si sono già creati nel nostro Paese (probabilmente anche altrove) per superare i limiti di una politica che poggia sul principio del libero mercato, anche se ha qualche falla. Riprenderò il tema della falla più avanti.

L’UE così com’è non ha futuro ma abbiamo più bisogno che mai dell’Europa piuttosto che dei nazionalismi. Il male del nazionalismo non consiste nel suo rispettoso e leale legame alle tradizioni del passato, né nella rivendicazione di un’unità nazionale e nel diritto all’autodeterminazione. Ciò che è sbagliato nel nazionalismo è la fusione tra l’appartenenza ad una nazione europea che comporta anche la contrapposizione con le altre nazioni europee. Così l’unità nazionale rischia di  identificarsi con l’autarchia che comprende anche la cultura che è, invece, il frutto di una prospettiva sovranazionale almeno quando parliamo di Europa. Il punto di caduta finale della nostra cultura non si esaurisce nello stato nazionale ma in una dimensione europea. Basterebbe pensare alle epoche artistiche, per esempio.

È vero che con l’UE non abbiamo ancora raggiunto una forma politica appropriata, e forse non la raggiungeremo per tempo; ma se guardiamo la società reale e non l’astrazione intellettuale, comprendiamo che è solo grazie alla comunione delle culture nazionali sorte in una dimensione europea reale che le differenti culture nazionali hanno potuto crescere e svilupparsi fino a raggiungere la loro forma attuale. Non c’è dubbio che si sia sottovalutata questa unità al punto da trasformarla più in un’ideologia perché la civiltà europea credeva di aver raggiunto un tale prestigio che sembrava non potesse avere rivali e che fosse essa stessa la rappresentazione della civiltà in generale.

La questione oggi è molto differente, dal momento che l’egemonia europea viene sfidata da tutte le parti; quando la Russia e gli USA non possono essere più considerate estensioni coloniali della cultura europea, dato che hanno superato l’Europa sia per ciò che riguarda la popolazione e la ricchezza e sia per il fatto che stanno sviluppando culture indipendenti; quando i popoli dell’Oriente stanno riaffermando le pretese della cultura orientale, e quando noi stessi perdiamo la fiducia nella ”diversità” delle nostre radici e della nostra civiltà. Fuorché ai “nominati”, l’UE così com’è non “piace” più a nessuno perché non funziona. Ci si dovrebbe mettere al lavoro da subito per dare vita ad una governance dell’Ue che sia non più solo top-down ma che sia anche bottom-up se non vogliamo buttare via, come si suol dire, il bambino con l’acqua sporca. Solo con il nazionalismo questo errore rischia di ripetersi. Sovranismo e nazionalismo, quando si parla dei Paesi che fanno parte dell’Ue, non sono sinonimi perché il “nazionalismo si basa sull’indipendenza, il sovranismo è costretto a riconoscere che l’indipendenza è irrealizzabile, in un mondo di interdipendenze (Così S. Fabbrini su “Il Sole 24 ore”).

Siamo stati capaci di ricostruire i singoli Paesi europei dopo due guerre mondiali e dopo contrapposizioni che poggiavano sull’equilibrio del terrore atomico del Patto di Varsavia e della NATO. E se l’Europa non ha avuto guerre (un mantra ormai rancido) tra i Paesi dell’UE per decenni, il “merito” non è certamente dell’UE bensì dell’equilibrio del terrore tra USA/NATO e l’URSS/Patto di Varsavia e la conseguente Guerra Fredda sotto il cui ombrello (la cortina di ferro) ci siamo riparati. Con il crollo del Patto di Varsavia, la feroce guerra nell’ex Iugoslavia, prima, e con la guerra tra l’Ukraina e la Federazione Russa, oggi, abbiamo assistito e partecipato direttamente all’esplosione della guerra in Europa le cui conseguenze richiederanno tempi lunghi per essere sedate. La scelta di far entrare nell’UE tutti i Paesi dell’ex Patto di Varsavia ha prodotto più problemi che soluzioni. Troppo spesso si dimentica che nel 1999, presidente del Consiglio Massimo D’Alema, abbiamo bombardato Belgrado più volte. Tutto ciò richiederebbe un’analisi della situazione sia europea che globale sottolineando che la storia non è affatto finita nel 1989 (Fukuyama). 

Le parziali ricostruzioni dopo le due guerre del secolo scorso le abbiamo realizzate perché, per ciò che riguarda l’UE, abbiamo cercato e stiamo cercando il diritto alla nostra sovranità per realizzare il principio di sussidiarietà. È su questa via che dovremmo continuare ad esprimere il nostro impegno.

Il piccolo errore fatto all’inizio, che non ha considerato l’ideologia degli estensori del manifesto di Ventotene, ci ha condotti al grave errore che l’Ue ha mostrato fin dall’inizio e che continua a perseguire la prospettiva di un comunista del 1941. “…nessuno si dà ciò che non ha”. Un comunista italiano nel 1941 non aveva alcun dubbio che l’URSS fosse il riferimento cui guardare anche per l’Europa, guidata dal Comitato centrale dei comunisti che nell’UE equivale alla Commissione europea.

Si sa che se si è riusciti a fare le prime elezioni del Parlamento europeo nel 1979,  il merito va dato anche ad Altiero Spinelli, che però rimaneva un comunista ed un iscritto al PCI anche nel 1979. Il PCI guardava ancora all’Unione sovietica non solo perché aveva bisogno dei finanziamenti ma anche come un modello da raggiungere sebbene all’interno di una cornice diversa: la via italiana perseguita dal PCI, la scelta della maggior sicurezza dichiarando che con la permanenza nella NATO il PCI “si sentiva meglio protetto”. Ma io sono e rimango convinto che né un comunista del 1941 né un comunista del 1979 avessero come prospettiva un’organizzazione capace di unificare i Paesi che ne facevano parte. Invece di utilizzare “il massimo comune divisore” dobbiamo scoprire quale sia il “minimo comune multiplo”!  

” ….nel luglio 1951 De Gasperi aveva assunto l’interim degli Esteri e per due anni  avrebbe giocato un ruolo centrale nella determinazione della politica estera italiana. Circa la questione della CED (Comunità Europea di Difesa) lo statista democristiano ritenne che la soluzione fosse l’individuazione dell’obiettivo di una maggior integrazione politica nel contesto del negoziato di Parigi; in altri termini la Comunità Europea di Difesa non avrebbe dovuto essere un fine, bensì uno strumento per la realizzazione di un’Unione politica europea. La posizione di De Gasperi fu in parte influenzata dai progetti del Movimento federalista europeo, in particolare anche a seguito di un promemoria inviato da Altiero Spinelli al Presidente del Consiglio nell’estate del 1951.

Tra la fine del 1951 e i primi mesi del 1952, De Gasperi lottò con determinazione affinché l’aspetto dell’integrazione politica rientrasse pienamente nel trattato della CED; in questo sforzo egli riuscì a contare su una efficace campagna che il Movimento federalista avviò nei Paesi europei coinvolti nel negoziato, suscitando un certo grado di consenso.

( …) Se i rapporti tra i partner comunitari nei primi anni Ottanta non avevano facilitato l’avvio di particolari iniziative, ben diversa si era rivelata la situazione all’interno del Parlamento Europeo, eletto per la prima volta nel 1979 a suffragio universale diretto. In questo ambito fondamentale era stato il ruolo di A. Spinelli, il quale era stato in grado di mobilitare la maggior parte degli eurodeputati intorno all’obiettivo di una forte integrazione politica. L’azione del leader federalista si era tradotta nella elaborazione di un progetto di Unione europea – abbastanza simile a quello della Comunità politica europea di degasperiana memoria – che era giunto a conclusione nel 1984″ (Antonio Varsori, Dalla Rinascita al Declino, Storia internazionale dell’Italia repubblicana, pp.157-158, 442 , Il Mulino, Bologna 2022.)

 Va però sottolineato che sia per storia e sia per la visione del mondo i progetti politici di A. De Gasperi e quelli di A. Spinelli non potevano collimare al di fuori di un “auspicio” per un Europa unita solo con i Paesi che facevano parte della NATO.

L’Unione Europea non piace, come ho già detto, perché non funziona e le ragioni oltre a quelle che ho esposto sono molto più complesse e molto più numerose. 

La falla del neoliberalismo

Il fallimento maggiore della politica, oltre a quello di aver consegnato il suo primato alla globalizzazione economica e finanziaria, è quella di navigare a vista. I cambiamenti di governo sono causati più dalle “provvide sventure” provocate dai predecessori che da proposte correttive, ed a favore dei ceti sociali svantaggiati. “Il capitalismo maturo al pari (secondo di più) di quello originario, poggia su sofferenze umane non contabilizzate, ma non per questo meno frustranti e degradanti.” (F. Caffè). Il pilota automatico inserito dai reggenti in capo (molto contagioso…) rimane ancora saldo al timone mentre la politica procede per tentativi, sperando che la mano della provvidenza la soccorra al più presto. Il nocchiere automatizzato prosegue la sua rotta benché i cambiamenti in atto nelle società, sia a livello nazionale, continentale e planetario, reclamino strumenti di navigazione capaci di analizzare i sistemi concepiti e confliggenti tra loro.

Di fatto, stiamo affrontando fenomeni nuovi con maggioranze nazionali tiranniche, organi continentali imposti (Commissione europea) e planetari svenduti (Nazioni Unite e agenzie connesse) collaudati con strumenti di governo lasciateci in eredità dal XX secolo.

Il duplice problema è che, da una parte si tratta di enti non disponibili alla surroga perché godono di una rendita cui si accede perché funzionali al sistema dal quale sono stati prescelti e privi, quindi, di alcun vaglio democratico; dall’altra non si sa come e con quali tempi e ordine sostituirli anche perché legittimi. “L’unica rotta” disponibile per disattivare il pilota automatico potrebbe aiutar la democrazia elettiva benché viziata dalle falle dei sistemi su cui poggia e dalle tecniche comunicative rimarcate dai sondaggi. Su questi ultimi i media hanno gioco facile ricorrendo al politically correct e alle finestre di Overtone per prescriverci false convinzioni ed altre tecniche che manipolano i dati di fatto, abusando delle emozioni primarie (gioia, tristezza, paura, rabbia, sorpresa, disgusto) e di quelle secondarie (vergogna/imbarazzo, gelosia, colpa, orgoglio). Nel 2008, il più convinto sostenitore del neoliberismo A. Greenspan, presidente della Federal Reserve (1987-2006), confessò alla Commissione congressuale che indagava sulla crisi di aver “…commesso un errore nel ritenere che l’interesse personale delle organizzazioni, in particolare delle banche e di altre (istituzioni), fosse tale da essere in grado di proteggere i propri azionisti e le proprie società azionarie”. Era la prima volta che il dominus, l’ispiratore del più lungo boom economico del dopoguerra riconosceva che il crollo delle banche non era fortuito. Nei suoi appunti in vista dell’audizione Greenspan scrisse che si trattava di una crisi finanziaria paragonabile ad “…uno tsunami del credito” mai visto e che si “rivelò di gran lunga maggiore di ciò che avrebbe potuto persino immaginare.

Aggiunse inoltre: “Avevo scoperto che (il sistema) aveva una falla.” Delucidando il suo pensiero Greenspan precisò: “Non so quanto questa falla possa essere significativa o duratura. Ma questa scoperta mi ha lasciato molto preoccupato”. Alla domanda sulla possibile erroneità ed efficacia funzionale della sua visione del mondo, Greenspan puntualizzò: (è) “… proprio per questa ragione che sono rimasto sconcertato, perché avendola messa in pratica (questa visione de mondo) per oltre quarant’anni (ho avuto) solide conferme che stesse funzionando in modo eccezionale”.

H. Waxman, presidente della Commissione congressuale, chiese, infine, a Greenspan se non avesse commesso qualche errore: “Parzialmente … Quando divenni Presidente della Federal Reserve…” ero consapevole che ero lì “…per applicare le leggi… approvate dal Congresso, non le mie convinzioni”. In altre parole, il direttore d’orchestra non poteva essere considerato colpevole in quanto esecutore di uno spartito non scritto da lui.

Devo confessare che l’audizione mi lasciò e mi lascia molto dubbioso non solo per la risposta finale. Quel distinto signore, attorno agli ottant’anni, interrogato sulle cause della crisi, né mentiva né si riteneva in alcun modo reo, tant’è che dichiarò di non essersi in alcun modo ravveduto perché qualora avesse dovuto tornare sui suoi passi avrebbe rifatto le stesse scelte. A. Greenspan conosceva di sicuro gli scritti del premio Nobel per l’economia (1986) J. M. Buchanan, il fondatore della “Teoria della scelta pubblica” (Public choice) nell’economia e nella politica. J. M. Buchanan analizzò, con le categorie della scienza economica le scelte che ispiravano gli interessi dei politici. Buchanan spiegò che la ”Public choice” non era interessata a studiare in quale modo la politica dovrebbe funzionare (analisi normativa) bensì di come la politica di fatto operava (analisi positiva). Nel 1995, durante un’intervista alla BBC, dichiarò che la politica “… non era nient’altro che buon senso (svolto nel proprio interesse), l’esatto contrario della passione romantica”. I politici, esattamente quanto i protagonisti che operano nel mercato libero, sono ispirati dal conseguimento del massimo interesse e si fanno guidare dalla stessa “mano invisibile” che regola il mercato di cui parla A. Smith. Null’altro che l’egoismo personale che, giovando al proprio interesse, favorirebbe l’interesse dell’intera società e che dovrebbe condurre all’equilibrio economico generale. Le conferme che gli elettori siano più che consapevoli dell’interesse che muove i politici sono molteplici ma, ciò nonostante, ed ogniqualvolta esprimono il voto, chiedono alla politica le risposte di cui non dispone. Possibile uscirne ripensando le alternative che hanno saputo ricostruire sia l’Italia che l’Europa, consapevoli che il pilota automatico ci porta al naufragio non solo economicamente.

Un piccolo sintomo può essere il segnale di una grave ed irreversibile malattia.

Come noto, Trieste è una città di confine ed ha sempre svolto il ruolo di shop-window nei confronti dei Paesi oltre cortina. Alle spalle di Trieste c’è il Carso, dove da sempre vive la minoranza slovena che si è organizzata nella Slovenska Skupnost (Unione slovena). Da sempre la minoranza slovena ha sostenuto ed ha militato nel centro sinistra, tant’è che il seggio nel Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia ha sempre condiviso le decisioni del centro sinistra. Ebbene, un paio di settimane fa, verso la metà di gennaio 2026, l’organizzazione slovena ha dichiarato in una conferenza stampa che il punto di riferimento della minoranza slovena non è più quello, bensì il centro destra per questioni di merito. È davvero un peccato che il centrodestra non abbia compreso. La socialdemocrazia, anche nella Trieste che ha da sempre, fin dagli anni ’60 dello scorso secolo, il ruolo di “vetrina” dell’Occidente (principalmente nei confronti della ex Jugoslavia) abbia lasciato alle spalle l’impronta ideologica, osservando semplicemente la realtà di fatto.

Vladimir Kosic

(Foto di Gerd Altmann da Pixabay)

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