
In un importante libro pubblicato nel 2018, Aldo Haesler, professore di sociologia all’Università di Caen, deceduto agli inizi del 2025, rifiutava di considerare il periodo contemporaneo come una situazione di crisi[1]. Rivisitando la nozione stessa di modernità, egli affermava, in modo senza dubbio provocatorio, che la modernità non si è veramente realizzata che all’inizio del XXI secolo, dopo aver attraversato, all’alba degli anni Settanta, una soglia che le permetteva di affermarsi definitivamente come irreversibile, in particolare grazie alla smaterializzazione degli scambi e specialmente di quelli monetari. La proposta merita che ci si soffermi un po’, anche se in modo riduttivo.
Il punto di partenza storico della modernità è di ordine religioso: la messa in discussione dell’onnipotenza divina, concomitante alle scoperte astronomiche, che porta, dice Haesler, non all’inizio dell’era del sospetto, ma alla ricerca di certezze a cui aggrapparsi, non riuscendo (o non volendo) fondarsi sulla trascendenza. La modernità è quindi intrinsecamente l’età dell’angoscia e della impossibile ricerca di certezze che permettano all’individuo di autoaffermarsi, un tempo nel quale tutto è possibile perché non ci sono più forze che orientano il destino, riferimenti trascendenti che ordinano gli esseri e le cose. Durante la fase che l’autore chiama proto-moderna, si è cercato dunque di aggrapparsi a cose concrete, terrene e materiali – la tecnica, l’industria, l’oro, la razza – su cui fondare una sicurezza scomparsa. La modernità è dunque imperfetta, a causa dei legami con una realtà che inevitabilmente limita l’individuo.

Gli avvenimenti degli anni Settanta possono allora essere visti come “un rafforzamento o una purificazione dei tratti inerenti alla modernità”, il periodo nel quale essa “è entrata nella sua fase dura e nel quale rivela la sua vera logica”. La narrazione della crisi che ha prevalso dopo questo punto di svolta (immediatamente dopo il maggio 1968) è errata, per una ragione molto semplice: mentre la modernità mirava a liberare l’individuo come unico autore e responsabile delle sue azioni, lo ha lasciato intrappolato in forme di appartenenza collettiva dalle quali si è liberato solo gradualmente. Il che permette di ricordare che “se la modernità è distruttiva delle forme sociali, ciò corrisponde al suo progetto storico di liberare l’individuo da tutti gli ostacoli sociali e culturali che limitano la sua capacità di azione”. L’orizzonte moderno è quello della “liquidazione” delle forme sociali, che entra veramente in gioco solo nel quadro di ciò che comunemente viene definito postmodernità, in particolare quando le relazioni sociali ormai passano solo attraverso intermediari obbligatori (quelli che Haesler chiama “modalità d’uso”: norme o schermi legali, applicazioni, ecc.). Questa artificializzazione generalizzata delle relazioni umane ha per simbolo e vettore il denaro, che ha accompagnato la modernità nella sua instaurazione e ormai, tramite la sua virtualizzazione, anche nella sua installazione definitiva.
L’astrazione del denaro, nei suoi usi più quotidiani, ha imposto a tutti – le cose, le persone, il pensiero stesso – le proprie regole, rendendo praticamente impossibile riflettere su questa trasformazione. La virtualizzazione si trasmette a tutte le relazioni umane, che sono direttamente monetizzate e obbediscono alle stesse regole di scambio virtuale. Così, “non è più reale ciò che esiste e persiste nel proprio essere, ma ciò che ottiene il maggior eco possibile, a fortioni ciò che si basa sulla supposizione di un tale eco (di dichiarazione di realtà). La prova di realismo non sarà più di urtare contro i fatti, ma di ottenere il maggior eco rispetto ad altre supposizioni di dichiarazioni di realtà (…). L’attenzione non è semplicemente un motto attraverso un uso improprio del significato, ma un medium monetizzato, un medium che ha acquisito gli stessi principi e le stesse “leggi” del denaro. La post-verità, che oggi abbonda, non può essere considerata che un artefatto prodotto dalla forma-denaro che adempie alla funzione di mediatore morbido in un contesto sempre più duro”.
La “società” così descritta dovrebbe logicamente essere scomparsa, tanto essa è contraria all’intera vita sociale – e a tutta l’umanità. Haesler fa qui una osservazione fondamentale: ciò che sembra incomprensibile non è tanto la situazione di crisi permanente della postmodernità, ma è che una società che si basa sulla negazione della comunità reale possa durare; questa ultra-stabilità della modernità capitalista è la vera crisi da interpretare. L’ipotesi che egli formula è che questo sistema è ormai in grado di produrre delle crisi in vista della perpetuazione del suo regime, nello stile dello stress test al quale sono stati sottoposti gli istituti bancari a partire dalla “crisi” finanziaria del 2008. Più precisamente, la modernità capitalista suppone, da una parte, che alcune appartenenze collettive non possano imporsi a lungo – è necessario che gli individui siano tutti capaci di essere mobili, in qualsiasi momento. E, dall’altra parte, che la resistenza complessiva del sistema sia assicurata dall’impossibilità di ricostruzione di punti di contraddizione che potrebbero diventare nuovi elementi di ricostruzione sociale.
Gilles Dumont
[Estratto da Gilles Dumont, La modernité accomplie, “Catholica”, n. 161, Automne-Hiver 2025, pp. 4-12 – Nostra traduzione dal francese]
[1] Hard modernity. La perfection du capitalisme et ses limites, Éditions Metériologiques, 2018. L’autore ha messo il libro in libero accesso: www.researchgate.net/profile/Haesler-Aldo
