Il fatto che il nuovo Papa provenga dall’ordine fondato da sant’Agostino d’Ippona può diventare occasione per riscoprirne gl’insegnamenti. Tuttavia, spesso il pensiero del sommo vescovo e dottore della Chiesa è stato selezionato ammettendone le tesi più tenere ma escludendone quelle più severe. Anni fa, un grande e compianto teologo si augurò l’arrivo di «un novello Agostino che ricordi agli uomini di Chiesa dimentichi o fedifraghi che non è lecito mettere il silenziatore a nessuna parte dell’Evangelo» (Brunero Gherardini, “La Cattolica. Elementi di ecclesiologia agostiniana”, Lindau, Torino 2011, p. 189). Pertanto, ci sembra opportuno raccogliere un breve florilegio di alcune severe ammonizioni sulla politica che animarono il governo episcopale del santo vescovo: vedrete che sono di grande attualità.

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L’autorità politica deve favorire e difendere la vera Religione

«Non è possibile fondare né dirigere rettamente la società senza il presidio e il legame della fedeltà e della stabile concordia, il che si ottiene nell’amare il sommo Bene che è Dio, e nell’amare gli uomini per Lui». (Epistola 137°, 17).

«Alcuni pensano che la Fede cristiana non giovi a nulla per la società civile; anzi, essi pretendono che la società possa stabilirsi non sul fondamento della virtù ma sulla impunità del vizio». (Epistola 137°, 20).

«Chi mai potrebbe pretendere che la verità debba esporsi del tutto indifesa di fronte alla menzogna?» (La dottrina cristiana, IV, 1, 2).

«I Re, in quanto tali, servono a Dio se, nell’àmbito del loro regno, comandano il bene e proibiscono il male, non solo circa le cose che riguardano l’umana società, ma anche circa le cose che riguardano la Religione [cattolica], com’è a loro insegnato da Dio stesso». (Contro Cresconio il grammatico, III, 50, 57).

«Dobbiamo considerare beati quei regnanti che regnano con giustizia (…) e che pongono il loro potere al servizio della sovrana maestà di Dio per estenderne il sacro culto». (La Città di Dio, V, 24).

«Come possono i Re della Terra servire al Signore, se non col proibire e punire con religiosa severità ciò che avviene contro i Comandamenti del Signore? Infatti, il Re serve Dio sia come uomo che come Re; in quanto uomo, egli Lo serve vivendo secondo la fede; ma in quanto Re, egli Lo serve stabilendo leggi che comandano di vivere secondo giustizia e proibiscono ogni ingiustizia con adeguato vigore». (Epistola 85°, V, 19).

«I governanti, quando sono nell’errore, fanno leggi contro la verità e in difesa dell’errore; invece, quando sono nella verità, fanno leggi contro l’errore e in difesa della verità. Così facendo, le leggi cattive mettono alla prova i buoni, mentre le leggi buone correggono i cattivi». (Contro Cresconio il grammatico, III, 50, 56).

«Quando sanciscono leggi buone in favore della verità contro l’errore, gl’Imperatori intimoriscono gli ostinati e fanno in modo che i prudenti si ravvedano. Perciò, chi non vuole obbedire alle leggi imperiali promulgate in favore della verità divina si procura un grande castigo; invece, chi vuole disobbedire alle leggi promulgate contro verità divina guadagna un grande premio». (Epistola 85°, II, 8).

«Il timore delle autorità temporali, quando è usato contro la verità, è una prova gloriosa per la forza dei giusti e una tentazione pericolosa per i deboli. Ma quanto questo timore è usato per affermare una verità, è un utile ammonimento per gli erranti che non sono fuori di senno». (Epistola 93°, VI, 20).

«Quando perseguitano gli scismatici, anche le autorità terrene si attengono alla norma enunciata dall’Apostolo: “L’autorità è strumento di Dio per condurre al bene (…) e per punire chi opera il male” (Rom 13, 4)». (Epistola 87°, 7).

«Perciò, è una grande opera di misericordia quella persecuzione che, per mezzo delle leggi fissate dagl’imperatori, strappa gli eretici, anche contro il loro volere, da quella setta in cui, attingendo alle dottrine demoniache, contrassero le loro tristi usanze, oppure quella persecuzione che, abituandoli ai buoni precetti e ai buoni costumi, ridona a loro la salute (…) Chi è mai tanto stolto da pretendere che non si debba venire in aiuto dei fedeli per mezzo di decreti imperiali allo scopo di sottrarli da tanta rovina e, contemporaneamente, allo scopo d’incutere timore a quegl’iniqui che prima erano soliti incuterlo, per ottenere che si ravvedano o che almeno, mentre fingono di essersi ravveduti, risparmino coloro che veramente si sono ravveduti e si sono liberati dalla loro soggezione?» (Epistola 185°, III, 13).

«Noi desideriamo che questi nemici della Chiesa siano indotti a ravvedersi dall’opportunità che viene a loro offerta dalla severità dei giudici e delle leggi, sicché quei sacrileghi non cadano nella pena dell’eterna condanna». (Epistola 100°, 1).

«Quegli stessi sovrani, dalle cui leggi la Chiesa veniva perseguitata, poi rispettarono a proprio vantaggio quel Nome che avevano tentato di cancellare dalla storia e cominciarono a sopprimere la false divinità in nome delle quali avevano perseguitato gli adoratori del vero Dio». (La Città di Dio, XVIII, 50).

«Con la sua Croce, Cristo stesso sottomise i Re e, dopo averli fatti suoi sudditi, incide la sua Croce sulla loro fronte; essi se ne gloriano, perché nella Croce è la loro salvezza. Così la Chiesa è cresciuta». (Commenti ai Salmi di lode, Salmo 95, 2).

«Per opera dei Re fu assicurata alla Chiesa la pace, benché temporale, e la tranquillità terrena che è necessaria per edificare spiritualmente le case e per piantare spiritualmente gli orti e le vigne [di Cristo]». (L’istruzione dei catecumeni, XXI, 37).

«Gl’Imperatori cristiani, avendo posto tutta la loro fiducia nella pietà di Cristo, ottennero una gloriosissima vittoria su quei nemici sacrileghi che avevano posto la loro speranza nei sacramenti degl’idoli e dei demoni». (Contro Fausto il manicheo, XX, 76).

«Accadde che un imperatore religioso e pio [Teodosio il Grande] (…) preferì, per mezzo di piissime leggi, sradicare totalmente l’errore di quell’empietà e ricondurre all’unità cattolica, con minacce e costrizioni, coloro che portavano le insegne di Cristo contro il Corpo mistico di Cristo, piuttosto che togliere loro soltanto la licenza di compiere scelleratezze e di lasciar loro la libertà di errare e di perire». (Epistola 85°, VI, 29).

Guido Vignelli

(Foto: Champaigne, Philippe de – Saint Augustin, wikicommons )

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