Nella annuale ricorrenza della festa di Francesco di Assisi, alcune circostanze mi hanno spinto a sostare un po’ in meditazione sull’insegnamento del Santo relativamente al grande tema della Pace. In un contesto sociale che, ancora una volta, sostiene la giusta corsa alla pacificazione non disdegnando manifestazioni anche violente e ideologicamente strumentalizzate, ritengo utile condividere quelle riflessioni.

Mi appoggio anzitutto su di un testo che circola in rete, ma di cui non riesco a trovare indicazioni più precise circa le fonti, si tratta del brevissimo appunto “San Francesco e la pace”

Contesto storico

Da questo foglio ricostruiamo anzitutto il contesto storico in cui si colloca la missione del santo di Assisi.

La cristianità, al tempo della gioventù di Francesco fu marcata da due grandi crociate: quella promossa dall’imperatore Federico Barbarossa (1189-1191) e quella di papa Innocenzo III (1202-1204). Possiamo aggiungere anche due crociate contro gli Albigesi. L’Italia centrale del tempo della gioventù di Francesco è inoltre turbata dai conflitti tra Guelfi e Ghibellini, ovvero tra i fedeli all’Imperatore e i fedeli al Papa nelle lotte per la supremazia.

In Assisi la formazione di una classe borghese avvenne non senza dispute e guerre. Nel primi mesi del 1198 i cittadini d’Assisi. presero d’assalto la Rocca, che era difesa dalle forze ghibelline. Scoppiò una guerra civile tra nobili e borghesi dentro le mura della città dal 1199 al 1200. Una tregua mise fine alla guerra e segnò l’origine della libera borghesia. Nel frattempo era scoppiato un conflitto che aveva provocato la guerra tra le città di Assisi e Perugia, con la famosa e definitiva battaglia di Ponte San Giovanni del 1202. Con la sconfitta di Assisi, Francesco fu fatto prigioniero a Perugia. Nonostante questa esperienza negativa egli si mise nuovamente in cammino, nel 1205, per partecipare ad una crociata nel sud d’Italia, ma l’apparizione di Spoleto lo portò alla conversione.

Francesco vive pienamente inserito nella mentalità belligerante del suo tempo. Il Signore lo chiama facendo leva su tale mentalità e poi venendola a convertire in modo graduale e però fermo.

Le fonti

Approfondiamo questo aspetto e andiamo a ripercorrere alcune tappe di tale conversione, riferendoci questa volta direttamente alle fonti francescane.

Nel suo “Memoriale nel desiderio dell’anima [Vita seconda]”,  Tommaso da Celano ci presenta Francesco durante la prigionia:

4. Giovanni profetò chiuso ancora nel segreto dell’utero materno, Francesco predisse il futuro da un carcere terreno, ignaro ancora del piano divino. Si combatteva tra Perugia e Assisi. In uno scontro sanguinoso Francesco fu fatto prigioniero assieme a molti altri e, incatenato, fu gettato con loro nello squallore del carcere. Ma mentre i compagni muoiono dalla tristezza e maledicono la loro prigionia, Francesco esulta nel Signore, disprezza e irride le catene.

L’episodio consente di riconoscere in Francesco un soldato, ma pure un soldato già diverso dagli altri, mosso da un carisma unico. Ciò è ulteriormente manifesto in un fatto secondario, avvenuto in cella. Continua il Celano:

Vi era tra i compagni di prigionia un cavaliere superbo, un caratteraccio insopportabile. Tutti cercano di emarginarlo, ma la pazienza di Francesco non si spezza: a furia di sopportare quell’intrattabile, ristabilisce la pace fra tutti. Era un animo capace di ogni grazia e, fino da allora, come vaso eletto di virtù, esalava attorno i suoi carismi.

E poco oltre, finalmente, incontriamo l’episodio della conversione definitiva:

6. Infatti, subito dopo, gli appare in visione uno splendido palazzo, in cui scorge armi di ogni specie e una bellissima sposa. Nel sonno Francesco si sente chiamare per nome e lusingare con la promessa di tutti quei beni. Allora tenta di arruolarsi per la Puglia e fa ricchi preparativi nella speranza di essere presto insignito del grado di cavaliere. Il suo spirito mondano gli suggeriva un’interpretazione mondana della visione, mentre ben piu` nobile era quella nascosta nei tesori della sapienza di Dio. E infatti un’altra notte, mentre dorme, sente di nuovo una voce che gli chiede premurosa dove intenda recarsi. Francesco espone il suo proposito dicendo di volersi recare in Puglia per combattere. Ma la voce insiste e gli domanda chi ritiene possa essegli piu` utile: il servo o il padrone? «Il padrone», risponde Francesco. «E allora – riprende la voce – perche´ cerchi il servo in luogo del padrone?». E Francesco: «Che cosa vuoi che io faccia, o Signore?». «Ritorna – gli risponde il Signore – alla tua terra natale, perche´ per opera mia si adempira` spiritualmente la tua visione».

Il tutto però paradossalmente conferma che dal punto di vista umano Francesco era decisamente ancorato alla cultura coeva, risoluto nell’idea che il suo cammino di fede, pur già avviato, dovesse proprio compiersi assecondando i costumi di guerra del suo tempo.

La Leggenda Maggiore, scritta da San Bonaventura, ci offre ulteriori spunti. Avvenuta la conversione, Francesco in questa fase di conversione giovanile comincerà risolutamente a introdurre la predicazione di pace, una pace che riguardava tanto lo spirito quanto le relazioni quotidiane. Il su citato e celebre saluto – Il Signore vi dia la pace – appare qui come sigillo della prima apparizione francescana:

2. Da quel momento l’uomo di Dio, per divino incitamento, si dedicò a emulare la perfezione evangelica e a invitare tutti gli altri alla penitenza. I suoi discorsi non erano vani o degni di riso, ma ripieni della potenza dello Spirito Santo: penetravano nell’intimo del cuore e suscitavano forte stupore negli ascoltatori. In ogni sua predica, all’esordio del discorso, salutava il popolo con l’augurio di pace, dicendo: «Il Signore vi dia la pace!». Aveva imparato questa forma di saluto per rivelazione del Signore, come egli stesso più tardi affermò . Fu così che, mosso anch’egli dallo spirito dei profeti, come i profeti annunciava la pace, predicava la salvezza e, con le sue ammonizioni salutari, riconciliava in un saldo patto di vera amicizia moltissimi che prima, in discordia con Cristo, si trovavano lontani dalla salvezza.

Suggerisce l’appunto, di cui in esergo, che dovremo guardare al periodo di Poggio Boscone per individuare l’evento determinante, che chiuderà definitivamente l’arco della conversione giovanile e inaugurerà la fase della piena adesione alla chiamata francescana. Più in dettaglio, a Poggio Francesco completa quel movimento di umiliazione penitenziale personale, dal quale scaturirà l’esperienza piena del perdono e della misericordia.

6. Mentre un giorno, ritirato in luogo solitario, piangeva ripensando con amarezza al suo passato, si sentì pervaso dalla gioia dello Spirito Santo, da cui ebbe l’assicurazione che gli erano stati pienamente rimessi tutti i peccati. Rapito, poi, fuori di sé e sommerso totalmente in una luce meravigliosa che dilatava gli orizzonti del suo spirito, vide con perfetta lucidità l’avvenire suo e dei suoi figli”.

E subito da questo cuore riparato – parallelo della chiesa di San Damiano ricostruita – sgorga rinvigorito il magistero di pace:

7. «Andate – disse il dolce padre ai figli suoi –; annunciate agli uomini la pace; predicate la penitenza per la remissione dei peccati. Siate pazienti nelle tribolazioni, vigilanti nell’orazione, valenti nelle fatiche, modesti nel parlare, gravi nel comportamento e grati nei benefici, giacché, in compenso di tutto questo, è preparato per voi il regno eterno». Quelli, inginocchiati umilmente davanti al servo di Dio, accoglievano con intima gioia la missione della santa obbedienza.

L’annuncio di pace quindi si intende nella sua perfezione, se letto a partire dal fondamentale rapporto di riconciliazione che intercorre tra Dio e il frate penitente. L’intensità di questa comunione amorosa, esistenziale e ascetica – destinata a compiersi misticamente nel dono delle stigmate – è la fonte che spiega il poderoso, dispiegato e incessante appello alla pace. Una pace dunque già vissuta interiormente in carcere, poi predicata pubblicamente alla popolazione, poi insegnata carismaticamente ai frati, poi ricercata e attuata sistematicamente in tante situazioni quotidiane e in tanti incontri, una pace che giungerà infine a esprimersi a livelli aneddoticamente e simbolicamente eccellenti.

Il primo, che mi limito a citare, è il rapporto col Papa. In una stagione storica di forti ambiguità e scontri, nella quale si moltiplicavano i movimenti di denuncia e strappo nei confronti della Santa Sede, Francesco compie un atto di filiale sottomissione, che risulta essere esemplare e realmente profetico. La Chiesa è oggettivamente piagata, la corruzione va realmente denunciata, ma la denuncia non deve avvenire scendendo a compromessi con lo spirito belligerante degli eretici, scismatici e sedizioni di varia estrazione, la denuncia si compirà perfettamente nella radicale imitazione dei consigli evangelici, vissuti in una docile obbedienza e sottomissione al Vicario di Cristo.

33. Era allora preposto alla Chiesa di Dio il signor papa Innocenzo III, uomo che si era coperto di gloria, dotto, famoso per eloquenza, ardente di zelo per la giustizia in tutto ciò che lo richiedesse il culto della fede cristiana. Questi, conosciuto il desiderio di quegli uomini di Dio, dopo matura riflessione diede il suo assenso alla loro richiesta, e lo completò dandogli effetto; li incoraggiò con molti consigli e li benedisse, dicendo: «Andate con il Signore, fratelli, e come egli si degnerà ispirarvi, predicate a tutti la penitenza (61). Quando il Signore onnipotente vi farà crescere in numero e grazia, ritornerete con gioia a dirmelo, e io vi concederò altri favori e vi affiderò con più sicurezza incarichi più importanti». (T. da Celano, Vita prima)

1. La Regola e vita dei frati minori e` questa, cioé osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità. 2 Frate Francesco promette obbedienza e riverenza al signor papa Onorio e ai suoi successori canonicamente eletti e alla Chiesa romana. 3 E gli altri frati siano tenuti a obbedire a frate Francesco e ai suoi successori. (Regola bollata, Cap I)

Il secondo aneddoto, in cui vedere il culmine dell’iter pacis francescano, è il celebre incontro con il sultano islamico. Ora, le fonti ci mostrano che Francesco cercò più volte di compiere tale impresa. Così il Celano, questa volta nella “Vita prima”, riporta che Francesco

“intraprese un viaggio verso il Marocco, per annunciare al Miramolino e ai suoi correligionari la buona novella. Era talmente vivo il suo desiderio, che gli capitava a volte di lasciare indietro il compagno di viaggio, affrettandosi nell’ebbrezza dello spirito a eseguire il suo proposito. Ma il buon Dio, che si compiacque per la sua sola benignità di ricordarsi di me e di innumerevoli altri, affrontandolo direttamente mentre era giunto in Spagna per non farlo proseguire più oltre, sopraggiunta una malattia, lo richiamò dal viaggio che aveva intrapreso”. (n. 56)

Francesco non demorde:

“Non riusciva ancora a darsi pace finché non potesse attuare ancora più fervidamente il bruciante desiderio del suo animo. E nel tredicesimo anno dalla sua conversione partì per la Siria, e mentre si combattevano ogni giorno aspre e dure battaglie tra cristiani e pagani, preso con sé un compagno, non esitò a presentarsi al cospetto del sultano dei saraceni. Chi potrebbe descrivere con quale coraggio gli stava davanti, la fermezza con cui gli parlava, l’eloquenza e la decisione con cui rispondeva a quelli che ingiuriavano la legge cristiana? Prima di giungere al sultano, i suoi sicari l’afferrarono, lo insultarono, lo sferzarono, ed egli non si atterrì: ne´ minacce, ne´ torture, ne´ morte; e sebbene investito dall’animo ostile e da sentimenti di odio di molti, eccolo accolto dal sultano con grande onore! Questi lo circondava di favori regalmente e, offrendogli molti doni, tentava di convertirlo alle ricchezze del mondo; ma, vedendolo disprezzare tutto risolutamente come spazzatura, ne rimase profondamente stupito, e lo guardava come un uomo diverso da tutti gli altri. Era molto commosso dalle sue parole e lo ascoltava assai volentieri”.

Anche la Leggenda Maggiore, al capitolo IX, riporta l’episodio:

7. A tredici anni dalla sua conversione, partì verso le regioni della Siria, esponendosi indefessamente a molti pericoli, al fine di potersi presentare al cospetto del sultano di Babilonia. Fra i cristiani e i saraceni era in corso una guerra implacabile: i due eserciti si trovavano accampati vicinissimi, l’uno di fronte all’altro, separati da una striscia di terra, che non si poteva attraversare senza pericolo di morte.

Il sultano aveva emanato un editto crudele: chiunque portasse la testa di un cristiano, avrebbe ricevuto il compenso di un bisante d’oro. Ma Francesco, l’intrepido soldato di Cristo, animato dalla speranza di poter realizzare presto il suo sogno, decise di tentare l’impresa, non atterrito dalla paura della morte, ma stimolato dal desiderio di essa. Dopo aver pregato, confortandosi nel Signore, ripeteva fiducioso, cantando, quella parola del profeta: «Infatti anche se dovessi camminare in mezzo all’ombra di morte, non temerò alcun male, perché tu sei con me».

8. Partì, dunque, prendendo con sé un compagno, che si chiamava Illuminato, ed era davvero illuminato e virtuoso. Appena si furono avviati, incontrarono due pecorelle; il santo si rallegrò e disse al compagno: «Abbi fiducia nel Signore, fratello, perché si sta realizzando in noi quella parola del Vangelo: ‘‘Ecco, vi mando come agnelli in mezzo ai lupi’’». Avanzarono ancora e si imbatterono nelle sentinelle saracene che, slanciandosi come lupi contro le pecore, catturarono i servi di Dio e, minacciandoli di morte, crudelmente e sprezzantemente li maltrattarono, li coprirono di ingiurie e di percosse e li incatenarono. Finalmente, dopo averli malmenati e strapazzati in mille modi, per disposizione della divina provvidenza li portarono dal sultano, come l’uomo di Dio voleva. Quel principe incominciò a indagare da chi e a quale scopo e a quale titolo erano stati inviati e in che modo erano giunti fin là. Francesco, il servo di Dio, con cuore intrepido rispose che egli era stato inviato non da uomini, ma da Dio altissimo, per mostrare a lui e al suo popolo la via della salvezza e annunciare il Vangelo della verità. E predicò al sultano il Dio uno e trino e il Salvatore di tutti, Gesù Cristo, con tanta costanza di mente, con tanta forza d’animo e tanto fervore di spirito, da far vedere luminosamente che si stava realizzando in lui con piena verità la promessa del Vangelo: Io vi darò un linguaggio e una sapienza a cui nessuno dei vostri avversari potrà resistere o contraddire.

Anche il sultano, infatti, vedendo l’ammirevole fervore di spirito e la virtù dell’uomo di Dio, lo ascoltò volentieri e lo pregava vivamente di restare presso di lui. Ma il servo di Cristo, illuminato da un oracolo del cielo, gli disse: «Se tu, con il tuo popolo, vuoi convertirti a Cristo, io, per suo amore, resterò molto volentieri con voi. Se invece esiti ad abbandonare la legge di Maometto per la fede di Cristo, da’ ordine di accendere un fuoco il più grande possibile: io, con i tuoi sacerdoti, entrerò nel fuoco e così, almeno, potrai conoscere quale fede, a ragion veduta, si deve ritenere più certa e più santa». Ma il sultano a lui: «Non credo che qualcuno dei miei sacerdoti abbia voglia di esporsi al fuoco o di affrontare la tortura per difendere la sua fede». (Egli si era visto, infatti, scomparire immediatamente sotto gli occhi uno dei suoi sacerdoti, famoso e d’età avanzata, appena udite le parole della sfida). E il santo a lui: «Se mi vuoi promettere, a nome tuo e a nome del tuo popolo, che passerete alla religione di Cristo, qualora io esca illeso dal fuoco, entrerò nel fuoco da solo. Se verrò bruciato, ciò venga imputato ai miei peccati; se invece la potenza divina mi farà uscire sano e salvo, riconoscerete Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio, come il vero Dio e signore, salvatore di tutti. Ma il sultano gli rispose che non osava accettare questa sfida, per timore di una sedizione popolare. Tuttavia gli offrì molti doni preziosi; l’uomo di Dio, però , avido non di cose mondane ma della salvezza delle anime, li disprezzò tutti come fango. Vedendo quanto perfettamente il santo disprezzasse le cose del mondo, il sultano ne fu ammirato e concepì verso di lui devozione ancora maggiore. E benché non volesse passare alla fede cristiana, o forse non osasse, pure pregò devotamente il servo di Cristo di accettare quei doni per distribuirli ai cristiani poveri e alle chiese, a salvezza dell’anima sua. Ma il santo, poiché voleva restare libero dal peso del denaro e poiché non vedeva nell’animo del sultano la radice della vera pietà, non volle assolutamente accondiscendere.

9. Vedendo, inoltre, che non faceva progressi nella conversione di quella gente e che non poteva realizzare il suo sogno, preammonito da una rivelazione divina, ritornò nei paesi cristiani.

Fin qui le cronache, che parlano di un Francesco, autentico soldato: non una denigrazione del tema militante, bensì una totale purificazione e sublimazione del desiderio militante, da profano e terreno a spirituale e cristiano. E inoltre abbiamo letto la assoluta autorità accordata alla vocazione divina: Dio decide se e quando sia il momento di partire verso le terre degli infedeli, Dio decide quando è il momento di andarsene. E Francesco santamente e prontamente obbedisce.

Ora, nelle citazioni riportate ho volutamente omesso di riportare il movente che spingeva il nostro frate a tentare una così enorme impresa. È il momento di chiarirlo. Ora, stando ai suoi biografi, Francesco non andò dal sultano per chiedere la pace, né per proporre un incontro diplomatico, né per impegnarsi nel dialogo e nell’ascolto.

Secondo il Celano (Vita prima, 56-57) San Francesco era spinto dal desiderio di martirio, per quanto il Signore non volle esaudirlo. Ugualmente la Leggenda Maggiore (7; 9) riporta: “l’ardore della carità spingeva il suo spirito al martirio; sicché ancora una terza volta tentò di partire verso i paesi infedeli, per diffondere, con l’effusione del proprio sangue, la fede nella Trinità”. E conclude: “per disposizione della divina clemenza e per i meriti e la virtù del santo, avvenne, misericordiosamente e mirabilmente, che l’amico di Cristo cercasse con tutte le forze di morire per lui e non potesse assolutamente riuscirvi. E in tal modo, da una parte non gli mancò il merito del martirio desiderato e, dall’altra, egli venne risparmiato”.

Ed entrambi – Celano e, qui sotto citato,  Bonaventura – aggiungono che il Signore non consentì al martirio di Francesco, affinché fosse

più tardi insignito di un privilegio straordinario. Così, in verità, avvenne che quel fuoco divino, che gli bruciava nel cuore, diventasse intanto più ardente e perfetto, perché in seguito riverberasse più luminoso nella sua carne. O uomo veramente beato, che non viene straziato dal ferro del tiranno, eppure non viene privato della gloria di assomigliare all’Agnello immolato! O uomo, io dico, veramente e pienamente beato, che «non perdette la vita sotto la spada del persecutore, eppure non perdette la palma del martirio!».

Non è il senso civico a guidare Francesco, ma sempre e solo il suo amore personale e smisurato per Cristo. Quell’amore dal quale aveva ricevuto la certezza del perdono e per cui aveva iniziato ad annunciare e costruire ovunque la pace. Lo stesso amore che, sviluppatosi sempre più, lo portava a cercare il martirio, cioè l’offerta potenzialmente cruenta di sé come testimonianza di un Bene che supera anche il valore della vita terrena. Questo amore ancora spiega il distacco dai beni, fino al disprezzo della propria salute, essendo Francesco del tutto focalizzato sulla comunione con Cristo che rende superflua persino la cura del proprio corpo. Francesco raggiunge il sultano per parlargli di Cristo, certamente pronto a parlargli di persona, ma ancor prima disposto a parlargli attraverso l’esposizione alla morte.

Così dunque si comprende il messaggio di San Francesco sotto ogni prospettiva: non la ricerca della pace sociale o dell’equilibro spirituale o dell’armonia con la natura, bensì la ricerca della piena riconciliazione con Dio, spogliato da ogni distrazione e attaccamento, per ottenere con sicurezza il Suo perdono, arrivando al massimo disprezzo di se stesso, fino al culmine della Paternità divina in sostituzione di quella terrena, che si completerà nell’amoroso scambio delle stesse piaghe dell’Amato nelle stigmate dell’amante. Ecco come San Francesco svela il segreto del mistero dell’esistenza. Da qui promana ogni altro suo insegnamento.

Conclusione

Il mondo odierno corre verso nuove guerre (in Nord Europa, in Medio Oriente, nel Sud del Mondo) e implacabili violenze (attentati, tensioni civili, odio sociale), ma prima di questo il mondo ha già perso il suo legame con Dio: lo ha giudicato inutile, ha perseguitato la sua Chiesa, ha introdotto la corruzione nel cuore dei giovani e la perversione nei costumi sociali. Il mondo ha portato tutti, e pure moltissimi cristiani, sulla sponda opposta di San Francesco. In fondo, come abbiamo visto, nulla di nuovo rispetto ai tempi del nostro Santo. Che fare? Se accettiamo la lezione del Poverello di Assisi, dobbiamo capire che la soluzione alla guerra non sta né nell’arruolarsi (sia contro Perugia o sia per le Crociate; sia contro il Papa o con i Pro Pal o contro la Russia/Ucraina), né nell’assecondare l’andamento del mondo (le feste, i commerci, le scalate sociali), ma nell’avere il coraggio di intraprendere una terza via, la via totalmente differente e specialmente cristiana, la via di una fortissima conversione personale e di una scelta radicale per Cristo. Questa via non ci chiede di farci sacerdoti (San Francesco non lo era), ma ci chiede di essere seriamente seguaci di Cristo. Sempre uniti alla Chiesa di oggi, ma non per forza imitando ciò che vediamo fare nella Chiesa di oggi, dovremo rivedere in primis il nostro rapporto col Signore Gesù e chiedere a Lui la forza di testimoniarlo con coerenza e trasparenza. Non dovremmo essere noi a imitare le iniziative sociali proposte dal mondo, ma dovrebbero essere gli uomini a imitare e lasciarsi stupire dal nostro vigore e amore religioso, e dalla nostra condotta rinnovata nella comunione con Cristo. Dentro ognuno di noi si richiede una vera conversione, senza compromessi col peccato, con una vita sacramentale pura e costante. Di fronte al mondo può bastare molto poco, può bastare un saluto senza ambiguità: il Signore ti dia pace. È una cosa piccola, ma è una cosa autenticamente di Cristo. E siccome è da Lui solamente che può sgorgare la pace, questa cosa piccola è quello che potremmo fare per portare la Pace attorno a noi. È ciò da cui potremmo iniziare.

Tutto questo significa sforzarsi di applicare appieno i principi della Dottrina Sociale della Chiesa davanti alla sfida della Pace. Come la Dottrina Sociale della Chiesa rappresentò una terza via, originale rispetto alle alternative storiche del socialismo e del capitalismo, ugualmente in materia di Pace dovremo costruire la nostra via, originale rispetto agli opposti schieramenti contemporanei. E il contributo specifico a riguardo, potremmo darlo proprio andando a recuperare il primato della rettitudine morale personale, prerequisito essenziale a qualsiasi felice sviluppo socio-politico. Nulla togliendo agli altri aspetti che il Compendio della DSC tratta in merito a tale questione, e non volendo peraltro dilungarci eccessivamente in questo articolo occasionato dalla festa del Patrono di Italia, oggi potremmo limitarci ad affermare con fermezza che in assenza di una difesa dei valori morali della nostra Tradizione, qualsiasi altro appello alla fraternità e alla pace è destinato a cadere nel vuoto, ridotto a slogan innocuo – e un po’ ipocrita – di facciata, estenuato da riletture secolarizzate accomodanti e prive di adeguato fondamento. La militanza per riaffermare la purezza e modestia dei costumi, per difendere l’educazione giovanile nelle scuole e in società, per frenare ulteriori derive bioetiche (i.e. suicidio assistito e transumanismo) e anzi contrastare quelle già registrate (i.e. aborto, divorzio e gender), è la chiave imprescindibile per una Società che voglia proporre e custodire la pace. E oltre a ciò, chiaramente, vale l’impegno per la conversione spirituale personale, ma questo si colloca un poco oltre il contenuto dei paragrafi della DSC, per cui ne tratterò casomai su altre piattaforme.

Don Marco Begato

(Immagine: S. Francesco d’Assisi, Philip Fruytiers, oil on canvas, Royal Museum of Fine Arts Antwerp, Wikicommons)

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